30 giu 2008

Family business


A scuola di family business



Le aziende a conduzione familiare, si sa, rappresentano l'asse portante dell'economia italiana, con un'incidenza del 70% sul Pil generato dalle imprese. Ma costituiscono anche un enorme bacino occupazionale: solo in Italia i family business sono 3,4 milioni, e impiegano il 52% degli addetti in tutti i settori di riferimento. È quanto emerge da una ricerca condotta dall'Associazione studi aziendali e manageriali (Asam) dell'Università Cattolica di Milano, attraverso il Centro di ricerca per l'impresa di famiglia (Cerif).
Se il contributo dei family business al mercato del lavoro è enorme, è pur vero che sino a pochi anni fa era ancora molto difficile, per un dipendente estraneo al nucleo familiare proprietario, raggiungere i vertici aziendali. Molto spesso, nella stessa impresa, il fondatore e proprietario è anche alla guida del business, e le cariche dirigenziali sono distribuite tra i membri della famiglia.
Ma qualcosa sta cambiando: in un'economia globale, caratterizzata da una competizione internazionale e da una pressione sempre più forte su margini ed efficienza, anche la struttura chiusa delle imprese familiari si sta aprendo all'esterno. Così, la best practice prevede una divisione più o meno netta tra assetto proprietario e gestionale, in cui la famiglia rinunci al controllo diretto per conservare il ruolo di azionista di riferimento.
Stando ai dati Asam, oggi il 23% dei family business italiani impiega manager esterni, anche se solo il 4% è al vertice, secondo un'altra ricerca di Aidaf, l'associazione italiana delle aziende familiari (si veda Il Sole 24 Ore del 9 giugno). La percentuale è fra le migliori in Europa, vicina al 26% di Spagna e Francia e superiore al 16% dell'Inghilterra o al 10% della Germania. Il 22% delle imprese familiari italiane, inoltre, presenta azionisti esterni alla famiglia, altro segnale di apertura. Queste percentuali sembrano destinate a crescere nel tempo, man mano che le nuove generazioni si susseguono ai fondatori. Si aprono dunque interessanti opportunità di lavoro per i manager esterni con un'esperienza di buon livello alle spalle. Anche se, avverte Claudio Devecchi, direttore scientifico di Asam, «è una partita tutta da giocare: ogni apertura ragionata all'esterno è positiva, ma in molti casi manca ancora una cultura d'impresa moderna. Bisogna vincere le resistenze psicologiche dei proprietari, che spesso hanno paura di perdere il controllo dell'azienda, e occorre educare le nuove generazioni». Devecchi suggerisce: «Una serie di incentivi fiscali per i family business che impieghino manager esterni, o in cui i proprietari abbandonino la gestione diretta».
Le competenze degli imprenditori, spesso, sono basate su decenni di esperienza sul campo. La pratica è senz'altro un asset strategico determinante per i family business, ma non consente di affrontare con sufficiente flessibilità sfide impreviste o situazioni inattese. È questo l'apporto fondamentale che può venire dai manager esterni, «a patto però – precisa il direttore – che le aziende familiari siano in grado di attrarre persone chiave, inserirle correttamente nell'assetto organizzativo e non lasciarsele scappare».
I nuovi dirigenti, dal canto loro, non devono essere semplici tecnocrati: a prescindere dal settore di riferimento, tutti coloro che ambiscano a ricoprire ruoli dirigenziali nei family business devono portare in dote delle capacità personali ben definite. «Anzitutto la tolleranza – scherza Devecchi –, e con questo intendo la pazienza necessaria a sopportare l'atteggiamento a volte arrogante dei capi azienda. Subito a seguire, la capacità di introdurre l'innovazione in pillole, per non stravolgere modelli aziendali consolidati».
Tutto ciò si poggia su una condizione necessaria: che i dirigenti sappiano ottenere la fiducia dei dipendenti.

ilsole24ore

Spagna...non solo calcio!


MILANO - Come paese, siamo stretti fra un presente antipatico e un futuro (forse lontano) un po’ migliore. Per stare al presente, in questo momento l’Italia vive una realtà deludente e preoccupante (un anno di crescita di fatto uguale a zero, dopo le buone performance del 2006 e del 2007), più una serie di problemi terribili: dalla immondizia di Napoli alla buste paga che si rivelano di mese in mese sempre più insufficienti. La speranza (il futuro migliore) è che forse è cominciata la semplificazione della politica.

Dico forse perché bisognerà vedere se la fantasia dei nostri politici saprà trovare un trucco o se si farà davvero questa semplificazione (anche il finanziamento pubblico era stato abolito a mezzo referendum, ma i soldi pubblici continuano a andare, copiosi, alla politica). Inoltre, quello che serve è non solo una semplificazione della politica, ma anche un suo arretramento. Oggi, la politica è ovunque. Se esci dal ristorante, inciampi e ti rompi un piede, il medico che poi ti curerà non è detto che sia il più bravo: magari (anzi, quasi certamente) è solo il più raccomandato dal boss politico della zona. La stessa cosa si può dire del professore universitario che dovrebbe fare di tuo figlio un bravo ingegnere, un medico o un commercialista. Siamo proprio sfortunati?

In questi giorni mi è capitato fra le mani un report di Goldman Sachs sulla Spagna, un paese a noi vicino, un po’ piccolo del nostro (solo 45 milioni di abitanti) e che siamo abituati a considerare un po’ più indietro di noi. Ebbene, la tabella delle sue performance è impressionante.

A partire dal 1996 la sua crescita media annuale è stata sopra il 3,5 per cento. E ci sono previsioni (di Bruxelles) che parlano di una crescita sopra il 4 per cento nel 2010. Sempre dal 1996 in avanti sono stati creati milioni e milioni di posti di lavoro, e l’occupazione è cresciuta in media del 4 per cento all’anno.

Ma il dato più impressionante (soprattutto pensando alla nostra triste situazione) è quello relativo al debito pubblico. Nel 2000 la Spagna aveva un debito pubblico accumulato pari al 66 per cento del Pil. Adesso lo ha ridotto al 36 per cento e entro il 2010 andrà probabilmente sotto il 30 per cento. E questo nonostante un indebitamento intorno al 60 per cento del Pil sia accettato da Bruxelles. Gli spagnoli, insomma, hanno voluto fare di più. E tutto questo è avvenuto senza obbligare gli spagnoli a tirare la cinghia e senza deprimere l’economia, che infatti è andata quattro o cinque volte più forte della nostra.

Ho chiesto a vari amici economisti come sia stato possibile que­sto “miracolo”. E ognuno mi ha fornito la sua spiegazione: è un paese ancora giovane, è un paese che ha saputo far buon uso degli aiuti di Bruxelles, è un paese ben amministrato e che ha saputo fare le scelte giuste, ha aziende piccole, ma brave, ecc.

Tutte cose vere. Ma, alla fine, uno mi ha detto quello che considero il cuore del problema: “Hanno avuto una classe politica meno avida e meno pasticcione della nostra”. E poi ha aggiunto qualche spiegazione. Anche noi, mi ha detto, negli anni Settanta avevamo il 30 per cento di debiti sul Pil. E il paese funzionava benissimo. Poi siamo saliti fino al 125 per cento. Ma questo mica a fronte di una rivoluzione infrastrutturale (case, porti, ospedali, scuole, ecc.) o di altro. No, niente di tutto questo. Tutti quei soldi sono stati spesi in clientelismo e in cose superflue...


Uomini e business

25 giu 2008

Money Never Sleeps...


Crescono i «paperoni» nel mondo. Ma non in Italia



Aumenta il numero dei 'super ricchi' nel mondo, grazie alla spinta dei Paesi emergenti, ma in Italia la crescita è molto modesta. A fine 2007 gli italiani con un patrimonio finanziario superiore a un milione di dollari risultano, infatti, solo 208 mila, vale a dire in aumento dell'1,1% rispetto ai 205.800 registrati un anno prima. Nel mondo, il numero delle persone che superano questa soglia di ricchezza è cresciuto del 6% a 10,1 milioni. E' quanto emerge dalla dodicesima edizione del 'World Wealth Report, il rapporto stilato da Capgemini e Merrill Lynch sulla ricchezza individuale nel mondo. Si tratta di un vistoso rallentamento del trend di crescita dei super-ricchi nostrani, anche rispetto a quanto registrato nel 2006 (+3,8%).

A livello globale, la crescita più marcata è stata vista in India, Cina e Brasile. Per altro, a livello generale, risulta ancora più marcato (+8,8%) l'aumento registrato dagli "ultra-hnwi" (high net worth individuals), ovvero gli individui con patrimoni finanziari superiori ai 30 miliardi dollari. Nel mondo, secondo quanto riportato dalla ricerca presentata martedì a Milano, la ricchezza individuale ha raggiunto un valore complessivo di patrimoni finanziari di 40.700 miliardi di dollari, +9,4% rispetto all'anno precedente. Per la prima volta, infine, nel 2007, il patrimonio medio degli "hnwi" ha superato nel mondo la soglia dei 4 milioni. Dove investono i super ricchi? L'indagine evidenzia che la liquidità, i depositi e le obbligazioni, con l'intensificarsi delle turbolenze finanziarie, hanno assorbito il 44% degli asset finanziari degli "High Net Worth Individuals", con un aumento del 9% rispetto al 2006. Beni di lusso (auto, yacht) e collezioni d'arte rimangono anche nel 2007 ai primi posti degli investimenti favoriti dai paperoni mondiali.

ilsole24ore

24 giu 2008

Low cost


Percorrere l'Europa con 30 euro? Si può
Lo sostiene Emanuele Giusto, giornalista ed esperto di viaggi 'low cost': «Convenienti da tutti i punti di vista»



MILANO – Bastano 30 euro (168,98 tasse incluse) per realizzare un viaggio verso le grandi città europee: Madrid, Bruxelles, Milano, Parigi, Londra, Berlino, Roma. Non è la trovata pubblicitaria, suggestiva ma inattuabile, di una compagnia 'low cost' come tante. Ma il viaggio che Emanuele Giusto, giornalista trentenne siciliano trapiantato a Madrid, ha compiuto davvero «staccando biglietti» dal suo terrazzo con un computer davanti e una birra ghiacciata. Di questa esperienza ha fatto un reportage per la rivista spagnola El Semanal, un libro («Il Giro d’Europa con 30 euro», ed. Feltrinelli) e una sorta di agenzia viaggi domestica, per parenti e amici. «L’ultimo viaggio che ho organizzato è stato alcuni giorni fa, per un amico messicano, di passaggio in Europa. In due ore gli ho pianificato un viaggio tra Madrid, Dublino, Londra, Berlino, Roma, Bruxelles e Amsterdam per soli 170 euro netti, compresi i bagagli».

L'UNIONE SI FA VIAGGIANDO - Nessuna sparata promozionale, dunque, ma un’esperienza provata, che – promette Giusto – «è la vera rivoluzione democratica dell’Unione Europea. Solo viaggiando che le culture si incontrano e le persone capiscono l’importanza dell’interscambio». Altro che costituzione, alleggerita o appesantita che sia. Nel libro l’autore racconta la sua esperienza e quella dei viaggiatori che ha intervistato, si insinua nella «misteriosa» ma geniale logica delle compagnie 'low cost' e ritrae i protagonisti più importanti della storia del settore, come Michael O'Leary, amministratore delegato di Ryanair, regina irlandese delle 'low cost' insieme alla britannica EasyJet. Infine, insegna i trucchetti del «tour operator fai da te», con un decalogo per chi si vuole cimentare, senza incappare in errori e truffe.

SI FA PRESTO A DIRE 'LOW' - Uno dei primi avvertimenti di Giusto è capire quali sono le vere e le false compagnie a basso costo. «Le vere compagnie 'low cost' hanno un temperamento economico specifico: ridurre all’osso i costi e convertire ogni costo in ricavo. Per far questo ci vogliono delle ottime idee – commenta –. proprio quelle che mancano ad Alitalia per mordere il mercato, al di là delle questioni politiche che hanno montato dietro le quinte. Non lo dico io, ma i chief executive che ho intervistato nella mia inchiesta». Un esempio? «Una delle idee più graffianti della storia delle low cost è stata quella di EasyJet, che oggi offre la tratta Milano-Copenhagen a 23 euro netti in media. Stelios Haji Ioannou, fondatore della compagnia, ha intuito l’importanza di internet, quando ha visto che il numero di telefono pubblicato sul web 'bolliva' di chiamate. In quel momento ha deciso che doveva vendere biglietti elettronici. Dal 2 giugno di quest’anno nessuna compagnia, comprese le 'low cost', emette biglietti di carta». Per un risparmio di 430 milioni di euro all’anno e con i ringraziamenti di 50 mila alberi, che rimarranno vivi.

AEREI SICURI E POCO INQUINANTI - In Italia, le vere 'low cost' sono due e mezzo, secondo l’autore: «MyAir, nata dalle ceneri di Volare, viaggia con aerei bombardier, di 90 posti e copre città italiane che non sono considerate da altre compagnie. Inoltre si è rivolta ai Paesi dell’Est. L’altra vera 'low' è la Windjet». Tifoso sfegatato dei costi contenuti assicura che statisticamente le 'low cost' perdono meno i bagagli e sono più puntuali e che gli aerei sono i più nuovi e sicuri, consumano il 50% in meno di carburante e inquinano la metà. Rivela anche che la modulazione del prezzo ('pricing') permette di riempirli tutti. «Ci sono dei software appositi che calcolano mille variabili: dalla tratta, agli eventi di richiamo per quel territorio, al profilo dei clienti, che variano dal giovane squattrinato al 'business man'. Di solito si vende il 10 per cento di voli a prezzo zero, una grande quantità a prezzo medio e un 5 per cento a prezzi stellari. C’è sempre qualcuno che è disposto a pagare 200 euro per un volo!». Il futuro a basso costo? «Sarà intercontinentale. O’Leary per la RyanAir promette che presto si volerà da Londra a New York con 12 euro». Tasse incluse.
corriere

Ma low cost significa alte tasse applicabili? Da 30 euro si arriva a oltre 168....

23 giu 2008

Rotating Tower


In Dubai la torre girevole di 313 metri:
lussuosa, ecologica e italiana
La "Rotating Tower" progettata dall'architetto fiorentino David Fisher



NEW YORK – È l'evento architettonico-ambientalista del secolo: la "Rotating Tower" che sta per sorgere a Dubai, capitale mondiale dell'architettura avveniristica, ma che è stata interamente progettata in Italia. Per la precisione a Firenze, dal 58enne architetto fiorentino David Fisher, che terrà la conferenza stampa di presentazione all'Hotel Plaza di New York, il 24 giugno prossimo.


PRIMA ARCHITETTURA DINAMICA AL MONDO - L'anticipazione della vigilia è comprensibile, visto che la rivoluzionaria torre di Fisher è stata annunciata come «la prima architettura interamente girevole al mondo». Un grattacielo di 313 metri distribuiti su 68 piani di altezza, con un budget di circa 330 milioni di dollari, che cambierà continuamente forma e produrrà elettricità in misura decisamente superiore al proprio fabbisogno grazie allo sfruttamento dell'energia eolica e solare. Gli abitanti della torre potranno scegliere a piacimento il panorama e la luce del giorno che desiderano, grazie ad un meccanismo che consente ad ogni piano di ruotare in modo autonomo. «Gli spostamenti avranno una velocità molto lenta -, spiega Fisher - così da non risultare fastidiosi per gli inquilini, che non percepiranno il movimento». Oltre a porre fine all'era dell'architettura statica ed immutabile, la rivoluzione di Fisher ne inaugura una nuova, all'insegna della dinamicità.

SOSTENIBILITA' AMBIENTALE - Grazie allo sfruttamento dell'energia del sole e del vento, il grattacielo sarà autosufficiente dal punto di vista energetico. Le turbine montate orizzontalmente tra un piano e l'altro e i pannelli solari che troveranno posto sui tetti dei singoli appartamenti produrranno energia elettrica in misura significativamente superiore al fabbisogno, consentendo all'edificio di venderla all'esterno. In un anno la torre dovrebbe fornire circa 190 milioni di kilowatt di energia, per un valore di oltre 7 milioni di euro.

LUSSO SFRENATO - Al suo interno la torre girevole ospiterà un albergo a sei stelle, uffici e appartamenti di varia grandezza e, negli ultimi piani, cinque "ville" da 1.500 mq ciascuna. Ogni villa avrà a disposizione un parcheggio auto al proprio piano servito da uno speciale ascensore. Sul tetto, la "Penthouse" avrà addirittura una piscina e un giardino. E se non bastasse la "Rotating Tower" sarà dotata di un eliporto "a scomparsa" al 64° piano: una piattaforma "magica" che si materializzerà per consentire l'atterraggio dell'elicottero, dissolvendosi nel nulla subito dopo.

GRATTACIELO INDUSTRIALE - La Rotating Tower è la prima torre realizzata con sistemi industriali. Il 90% dell’edificio sarà costruito in moduli realizzati in fabbrica e poi assemblati in cantiere, che richiederanno la presenza di soli 90 tra tecnici e operai contro gli oltre 2.000 di una equiparabile fabbricato tradizionale. La conseguente, drammatica riduzione nel rischio di incidenti ed infortuni - in un'era segnata in Italia da continue morti sul lavoro - è uno degli aspetti forse più rilevanti di questa torre.

corriere

20 giu 2008

Flexicurity


Flessibilità + sicurezza: è la nuova parola d’ordine europea.


In un libro pubblicato tempo fa, il sociologo americano Richard Sennett affermava che “la pratica della flessibilità si concentra soprattutto sulle forze che piegano le persone”. E parlava degli “uomini flessibili”: quelli “piegati”, appunto, dai cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro contemporaneo, dove l’espressione “tempo indeterminato” è stata rimpiazzata dalle parole d’ordine del nuovo capitalismo – “mobilità”, “rischio”, “incertezza”. Da qualche anno in Europa si parla di flexicurity; un neologismo che combina, quasi in un ossimoro, i concetti di flessibilità e sicurezza. Ma è un’unione davvero possibile? E a quale prezzo?
La mondializzazione, la flessibilità della domanda e dell’offerta, le nuove forme di produzione del lavoro e le stesse tecnologie della comunicazione hanno cambiato radicalmente lo scenario lavorativo. Per questo, secondo Marcello Messori, la formula ibrida della flexicurity potrebbe essere “un tentativo interessante di combinare mobilità e sicurezza, se interpretata in senso proprio come accade in Danimarca; per farlo però non si può ricorrere a scappatoie: vanno investite moltissime risorse pubbliche, con ammortizzatori sociali molto estesi, per non dire universalistici, e un sistema di formazione permanente che permetta l’adeguamento delle risorse umane”. Ma il modello proposto dalla Danimarca non è una panacea. È Cerfeda a puntualizzarlo: “Sarebbe scorretto addossare alla collettività, come accade nel modello danese, tutti i costi e le conseguenze della flessibilità. A questo che è uno dei fondamenti teorici della flexicurity, bisogna in qualche modo rispondere: è vero che le imprese oggi si trovano a fare i conti con il mercato globale ma, in ogni caso, non vanno esentate dalle conseguenze che la flessibilità comporta”.


La flexicurity non funziona per tutti
Sulla base della sua esperienza in Danimarca, Amoroso illustra i risultati del caso danese: “Da anni circa un milione di persone (il 20% della popolazione) non considerate disoccupate e in età attiva vivono di redditi di trasferimento. La flexicurity funziona nel consentire rotazione nell’impiego tra i gruppi professionali più attivi, ma si rivela di scarsa efficacia nel garantire il reinserimento produttivo per gruppi professionali emarginati o per classi di età oltre i 45 anni”. Come spiega Messori, il contrasto che va composto è tra la mobilità delle risorse umane, dall’altro la loro valorizzazione, “perché la vera competitività si gioca sul fattore umano, o su quello che la teoria economica definisce capitale umano”. In altre parole, la flessibilità se “è intesa come modalità per contenere il costo del lavoro nel breve periodo, non è un fattore di competitività. Né è resa necessaria dal processo di unificazione dei mercati globali, perché contraddice e indebolisce la forza delle risorse umane, della loro formazione, del loro enorme potenziale”. Insomma un conto è la precarietà, un conto è una mobilità legata a un processo innovativo di grande portata. Anche per questo occorre - aggiunge Cerfeda – “sostenere la mobilità attraverso un processo di formazione che consenta una riconversione di qualità e garantisca un livello di welfare il più elevato possibile”.



I rischi della precarizzazione
Precarietà e precarizzazione del lavoro sono alcuni elementi chiave in gioco nel dibattito intorno alla flexicurity. A tale proposito Walter Cerfeda avverte che rafforzare la componente flessibile a discapito della sicurezza e delle garanzie, non parlare più di lavoro standard ma di semplici impieghi “sarebbe un errore, un regalo al liberismo, visto che nell’Europa a 27 gli elementi di precarizzazione del mercato del lavoro sono già in esplosione esponenziale”.

Ecco insomma che, pur parlando della flexicurity europea, siamo tornati alla flexibility di Richard Sennett, quel concetto che un tempo serviva a indicare la capacità dei rami di un albero di piegarsi al vento senza spezzarsi e che poi è passato a indicare la capacità umana di adattarsi ai cambiamenti. Eppure tutto ha un prezzo se il titolo originale che Sennett aveva scelto per il suo libro è The Corrosion of Character - la corrosione della personalità -, benevolmente tradotto in italiano nell’espressione L’uomo flessibile. Cosa ne sarà ora dell’uomo flessicuro?


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18 giu 2008

Lavoratori del mondo unitevi!


Di fronte all'avanzare delle multinazionali i sindacati intendono superare i confini nazionali per poter agire su scale mondiale, così nascerà il nuovo sindacato intercontinentale dall'unione di United Steelworkers e Unite.

La nuova sigla infatti è considerata dai promotori un primo passo verso la creazione di un sindacato globale nel quale potranno far parte in futuro anche le organizzazioni dei lavoratori dei paesi emergenti nell'est Europa, in America Latina e in Asia. “Unite” rappresenta oltre due milioni di lavoratori britannici e irlandesi e la “United Steelworkers”, con circa 850.000 iscritti, è radicata soprattutto nell'industria siderurgia e manifatturiera in America e Canada.

Il portavoce di “Unite”, Andrew Murray, chiarisce che, perlomeno all'inizio, nella nuova formazione le due organizzazione manterranno le loro identità, e in seguito sperano di includere altre sigle straniere. Ha spiegato così i motivi del progetto: “I sindacati uniscono le forze perché sono stati emarginati dalla globalizzazione. Svolgiamo trattative con multinazionali che muovono capitali e posti di lavoro, in tutto il mondo secondo la loro volontà. Siamo in una posizione svantaggiata poiché i grandi affari sono globali e il lavoro è nazionale”.

Derek Simpson, segretario generale di “Unite”, intende “creare un vero sindacato internazionale, che sia capace di trattare con le imprese globali su un piede di parità, e di mobilitare insieme i lavoratori dei due paesi”.

I due sindacati sono intenzionati a collaborare perché entrambi hanno le medesime problematiche, trattano con compagnie multinazionali che hanno il quartiere generale all'estero. Negli ultimi anni infatti molte compagnie provenienti soprattutto da Cina e India hanno condotto con successo investimenti all'estero, non solo nei paesi emergenti ma anche negli Stati Uniti e in Europa. I sindacati dunque si trovano ad affrontare trattative complesse in quanto le legislazioni in ambito contrattuale sono differenti in ogni paese.

Il problema è fortemente sentito dal sindacato “United Steelworkers” perché il settore delle acciaierie, campo dove ha il maggior numero di rappresentanti, è stato recentemente obiettivo di ingenti acquisizioni da parte delle compagnie indiani leader mondiali.

Il gruppo indiano Mittal, comprando negli USA la Betlehem Steel e in Europa la Arcelor (presente in Francia, Spagna, Belgio e Lussemburgo), è diventato un colosso delle acciaierie con 225.000 dipendenti in tutto il mondo. L'indiana Essar ha rilevato nel 2007 in Canada l'Algoma Steel e negli Stati Uniti la Minnesota Steel e recentemente anche la Esmark. In Inghilterra la Corus per 8,5 miliardi di euro è stata comprata dall'indiana Tata Steel, compagnia che appartiene al medesimo gruppo della Ratan Motors, la società che ha acquisito le inglesi Jaguar e Land Rover.

Le compagnie Mittal, Tata e Essar sono in crescita in quanto devono soddisfare la grande richiesta di acciaio proveniente dai paesi emergenti, soprattutto Cina e India, regioni dove la costruzione di fabbriche e cantieri edili sono in aumento. Nel settore dell'alluminio inoltre il gruppo indiano Birla con la sua filiale Hindalco ha comprato nel 2007 la compagnia americana Novelis.

I crescenti investimenti dall'Asia non si limitano comunque alla siderurgia poiché risultano coinvolgere anche i settori dove sono richieste competenze tecnologiche. La compagnia indiana Reliance ha recentemente acquisito il gruppo di telefonia inglese Vanco, mossa preceduta dalla rilevazione dell'america Yipes Enterprise Services, azienda specializzata in servizi internet. La Ranbaxy, la più grande impresa farmaceutica indiana, è entrata nel mercato statunitense (il più vasto in tale settore) nel 1998 e da allora ha condotto con successo otto acquisizioni in America, Italia, Romania e Sudafrica.

Un numero crescente di lavoratori negli Stati Uniti e in Europa pertanto è nella condizione di dover stipulare contratti con direttori indiani. I sindacati ovviamente sono preoccupati della situazione e cominciano a considerare urgente la necessità di una maggiore collaborazione internazionale.

Le multinazionali citate hanno tutte una direzione che si potrebbe definire a carattere familiare in quanto sono guidate da ricche dinastie. Il presidente del gruppo Mittal Steel, leader mondiale delle acciaierie, è Lakshmi Mittal, attualmente la quarta persona più ricca del mondo. Ereditò l'impresa dal padre e la famiglia Mittal mantiene il controllo della compagnia. La multinazionale Tata è guidata da Ratan Tata, erede di una famosa dinastia industriale indiana fondata da Jamsetji Tata nel 1907, anno nel quale ottenne la concessione per fornire acciaio alle ferrovie del governo coloniale inglese.

L'attuale presidente Ratan Tata prese il comando dell'azienda di famiglia nel 1991, quando l'India avviò le liberalizzazioni in economia, e in meno di venti anni ha trasformato il gruppo in un colosso che spazia dalle automobili alle telecomunicazioni, dall' acciaio all' energia, dagli alberghi al software informatico.

Il gruppo Essar è guidato da tre generazioni dalla famiglia Ruia, cognome di tutte le persone chiave della compagnia: il presidente è Shashi Ruia e vicepresidente è il fratello Ravi Ruia. La ditta si occupa prevalentemente della produzione dell'acciaio, ma ha diversificato gli investimenti coinvolgendo il settore dei trasporti, raffinerie e telecomunicazioni. Anche il presidente del gruppo Birla è erede di una celebre dinastia le cui origini risalgono all'industria tessile nel XIX secolo.

Gli affari del presidente Kumar Mangalam Birla si estendono in tutto il mondo vendendo soprattutto alluminio, rame e cemento, e in aggiunta controlla la compagnia telefonica indiana Idea Cellular. La Relience, leader in India dell'industria petrolchimica, è controllata dalla famiglia Ambani e il suo presidente è Mukesh Ambani, il quinto uomo più ricco del mondo. Anche l'industria farmaceutica indiana Ranbaxy, nonostante sia pubblica, è diretta da Malvinder Mohan Singh, nipote del fondatore dell'impresa.

L'India non è la sola potenza asiatica in cerca di affari negli Stati Uniti e in Europa, in netto aumento sono anche gli acquisti da parte di compagnie cinesi. Da gennaio a marzo 2008 gli investimenti cinesi all' estero hanno raggiunto la cifra record di 19,3 miliardi di dollari, superando così in un solo trimestre il volume di investimenti di tutto il 2007. Anche la Cina infatti dal 2001 ad oggi, cioè dall'anno in cui fu ammessa nel WTO, ha inserito i suoi capitali in molte compagnie negli Stati Uniti e in Europa.

Grandi acquisizioni sono avvenute nel 2004 quando la Tlc di Shanghai ha comprato la telefonia mobile della francese Alcatel e l'industria di televisori americana Rca. In seguito nello stesso anno un altro investimento asiatico ha avuto molta risonanza, quando il settore personal computer della Ibm, celebre nome americano, è stato rilevato dall'azienda di informatica cinese Lenovo. Dopo tale operazione diecimila lavoratori negli Stati Uniti sono diventati dipendenti di un direttore cinese.

Anche il capitale del colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei è riuscito a entrare nell'americana 3Com, società famosa nel campo delle reti informatiche. Dopo la crisi dei mutui bancari in America del 2007 inoltre un ingente afflusso di capitali si è incominciato a muovere dagli azionisti di Stato cinesi verso il fondo d'investimento Blackstone, la banca d' affari Bear Stearns e l' inglese Barclays e la Morgan Stanley.

I capitali indiani e cinesi comunque non sono i soli a cercare investimenti negli Stati Uniti e in Europa poiché negli ultimi anni anche i poteri finanziari dei paesi arabi si spostano per inseguire profitti oltreoceano. Nel 2007 la Borsa di Dubai ha acquistato il 20% della società che opera il Nasdaq e ha acquisito il 28% di quella che controlla il London Stock Exchange. Un altro 20% della Borsa londinese è stato acquistato invece dal Qatar Investment Fund. Inoltre il governo di Abu Dhabi ha comprato il 7,5% della Carlyle, importante gruppo di private equity con legami nell' establishment politico americano.

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16 giu 2008

Finanza creativa...


E' fuggito con i risparmi dei clienti l'ex re americano degli edge fund



La polizia federale americana ha lanciato la più imponente caccia all'uomo che si ricordi per uno scandalo finanziario: l'Fbi, gli Us Marshals (gli agenti federali specializzati nei grandi latitanti) l'Interpol e la polizia di mezzo mondo stanno dando infatti la caccia a Samuel Israel III, ex re degli hedge fund di Manhattan, fondatore di uno tra i fondi speculativi più noti, il Bayou Management, sospettato di essere fuggito con diverse centinaia di milioni di dollari. Sulla testa dell'ex trader 48enne, figlio di una facoltosa famiglia della Louisiana e considerato uno dei geni della finanza creativa, pesa una condanna a 20 anni di carcere per aver fatto sparire dal fondo, oggi defunto, quasi 500 milioni di dollari dei propri clienti.
Solo che oltre ai soldi, da circa tre giorni è sparito anche lui, con una messinscena in stile hollywoodiano che fa passare in secondo piano il caso di Jerome Kerviel, il trader francese accusato di un buco da 5 miliardi di euro a SocGen e trovato dalla gendarmerie in casa sua alla periferia di Parigi.

Il giallo finanziario che sta animando Wall Street e ha messo in allarme gli agenti federali e gli inquirenti internazionali è iniziato lunedì scorso, quando Israel avrebbe dovuto presentarsi davanti alle autorità per scontare una pena di 20 anni in carcere per appropriazione indebita e altri reati finanziari. Dopo aver salutato la compagna ad Armonk, cittadina a un'ora da New York, è salito in macchina, ma in Massachussets, dove era atteso, non è mai arrivato. Di lui nessuna traccia: la sua vettura è stata trovata lunedì pomeriggio a Bear Mountain, zona di boschi e laghi frequentata da cacciatori nella parte settentrionale dello stato di New York. Nell'auto gli investigatori hanno trovato un messaggio che recita «suicide is painless», il suicidio non dà dolore, una frase tratta dalla sigla di una celebre serie tv americana, «M.a.s.h.». E qui comincia il mistero: perché il tutto farebbe pensare un suicidio, a partire dal luogo, un ponte sull'Hudson River dove negli ultimi 28 anni si sono registrati 40 casi di persone che si sono tolte la vita gettandosi nel fiume. Ma il corpo di Israel non si trova e, quasi a sfida beffarda verso gli investigatori, la canzone a cui fa riferimento il messaggio compare in un episodio della serie tv dove va in scena proprio un finto suicidio. Lo scandalo del fondo Bayou risale a tre anni fa, quando nell'estate del 2005 l'hedge newyorchese chiuse improvvisamente i battenti con in portafoglio 400 milioni di asset. All'epoca Israel giustificò la chiusura motivandola con la volontà di stare vicino ai figli dopo il divorzio e rassicurò che il fondo non era insolvente. Ma le cose non stavano così e la Sec aprì un'indagine. Nell'autunno del 2005 il finanziere si dichiarò colpevole di associazione a delinquere e frode finanziaria e lo scorso aprile è stato definitivamente condannato a 20 anni di carcere. Fino a lunedì, però, Israel era rimastoa piede libero dietro pagamento di riscatto e per la collaborazione offerta nel tentativo di recuperare parte delle somme del fondo (a oggi sono stati ritrovati 100 milioni). Morte o fuga abilmente orchestrata, dunque? Nessuno lo sa, per ora. Pattuglie di agenti stanno perlustrando l'Hudson River in cerca del presunto cadavere di Israel ma, data la portata del fiume, è come cercare un ago in un pagliaio;nel frattempo foto segnaletiche dell'ex trader sono state inviate agli uffici della polizia di tutto il mondo.

Finti suicidi e messinscene hanno scandito la storia del crack di Bayou: due anni dopo la nascita del fondo, nel 1996, Israel e soci crearono una società di revisione fantasma per certificare falsi rendiconti finanziari. Di certo Israel si è rilevato il più spregiudicato fra i suoi soci: il compagno d'affari Daniele Marino, che per l'anagrafe Usa è Daniel E. Marino, è da tempo in prigione dopo essersi dichiarato anche lui colpevole e condannato a 20 anni. Pure Marino, però, aveva lasciato un messaggio negli uffici del fondo in cui annunciava il suo suicidio. E la storia recente dei fallimenti degli hedge fund è piena di misteriose scomparse: due anni fa la polizia ha rintracciato tale Kirk Wright, un finanziere che era apparentemente scomparso dopo il collasso del suo hedge fund, costato 150 milioni ai risparmiatori. E lo scorso autunno un altro gestore di fondi speculativi finito in crisi, Angelo Haligiannis, è stato arrestato in un lussuoso resort di Creta, dopo essere scappato da New York nel 2006.

ilsole24ore

13 giu 2008

The Benetton Family


I nuovi colori di Benetton



Milano. Tutto partì nei lontani anni Sessanta, quando Giuliana, unica figlia femmina di papà Leone, inizio à sferruzzare maglioni colorati che Luciano, il più grande e intraprendente dei suoi tre fratelli, andava a vendere in bicicletta nei paesini della campagna trevigiana. Da lì, grazie a idee rivoluzionarie e intuizioni geniali, i quattro fratelli Benetton hanno creato dal nulla un piccolo impero da 11 miliardi di euro che li ha resi famosi in tutto il mondo. Da lì è nata una delle famiglie più importanti del capitalismo italiano. E forse anche quella più coraggiosa, moderna e indipendente.
Oggi dici Benetton e il pensiero corre alle magliette colorate con la scritta United Coloros. Ma dentro il nome Benetton c’è molto altro. A un certo punto i maglioni andavano stretti agli intraprendenti fratelli di Ponzano Veneto. Hanno allora deciso di investire i dividendi dell’abbigliamento e di diversificare in altri settori. Approfittando delle privatizzazioni degli anni Ottanta, hanno iniziato ad allargare i confini del loro impero, che ora spazia dagli Autogrill alle Autostrade, dai telefoni agli aeroporti.
Dietro al loro successo c’è la capacità di stare uniti e allo stesso tempo di dividersi le competenze: Giuliana la creativa, Luciano il comunicatore, Gilberto il finanziere e Carlo, il più giovane, alla produzione. Come i quattro moschettieri, il loro motto è stato, per una vita, “tutti per uno, uno per tutti”. Sono stati bravi a cogliere opportunità che altri non hanno visto. E sono stati bravissimi a fare dell’innovazione il loro cavallo di battaglia. Per primi hanno capito le potenzialità del franchising nella distribuzione. Sono stati molto originali nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione e le provocatorie campagne pubblicitarie di Oliviero Toscani hanno certamente contribuito al loro successo. E sono stati abili anche nel portare novità tecnologiche nella produzione. Ma, soprattutto, hanno sempre vigilato con occhio attento sui loro affari e sui managers chiamati di volta in volta a dirigere le loro società.


I primi 40 anni di Benetton – festeggiati in grande stile esattamente un anno fa a Parigi - sono stati a colori molto intensi. Ormai il più è fatto. Da Villa Minelli, un complesso di edifici seicenteschi situato a Ponzano Veneto che da metà degli anni Ottanta è diventata la sede vitale del gruppo, i Benetton controllano una multinazionale con attività in tutto il mondo. La moda è diventata solo una parte, anche se resta quella più importante. Definirlo il core business è però riduttivo. E’ il filo trasparente che tiene insieme l’impero Benetton, è l’anima stessa della famiglia.
E che famiglia! Mettendoli tutti insieme, dai nonni ai nipotini, se ne ricavano almeno tre squadre di calcio. Solo i figli di Giuliana, Luciano, Gilberto e Carlo sono 14. E quanto a prolificità, non scherza nemmeno la terza generazione. Insomma, un vero e proprio clan, per giunta in continua espansione. Un clan oggi più unito e più forte che mai, specie ora che si trova davanti è a un duplice punto di svolta. Da un lato c’è il passaggio generazionale, con i quattro fratelli decisi a fare un passo indietro dalla guida dell’azienda, e dall’altro il progetto di riorganizzare il gruppo e accelerare l’espansione all’estero nel settore dei servizi, cioè in quell’impero parallelo e alternativo alla moda che hanno pazientemente e sapientemente costruito negli anni per svincolarsi dalla ciclicità dell’abbigliamento.

Ora, dunque, il gruppo è pronto ad aprire un nuovo capitolo.
Articolo tratto da Uomini&Business (novembre 2007)

12 giu 2008

Una scelta...


E' sempre e solo una scelta



Ricerca Bp: il costo del petrolio? «Alto per scelte politiche»

Le riserve energetiche del mondo e in particolare quelle di petrolio sono abbondanti, tanto da poter soddisfare la domanda al ritmo attuale per i prossimi 41 anni. Il problema sta nella capacità produttiva che resta insufficiente, nella possibilità di accesso alle risorse con investimenti adeguati e in un forte recupero dell'efficienza sul fronte della domanda. Lo afferma il World Statistical Review di Bp, la Bibbia del settore che ogni anno fa il punto sulla situazione del mondo. « Il problema, in estrema sintesi - ha detto Tony Hayward, Ceo di Bp – non sta sottoterra e non è legato alla geologia, ma sta sopra, nel comportamento tenuto dalla politica».E in questo caso, dato che le risorse all'interno dei Paesi Ocse si assottigliano, diventa un problema di accesso a nuove risorse da parte dei grandi gruppi privati, come nel caso del colosso petrolifero britannico. «Un accesso – ha detto Hayward, che non è limitato soltanto al Medio Oriente o alla Russia, come si potrebbe pensare, ma anche ad altri Paesi come gli Usa, che lo restringono all'interno del proprio zoccolo continentale». Hayward ha notato che peraltro le società petrolifere nazionali controllano circa l'80% della produzione mondiale.
Secondo Hayward, che non ha voluto fare previsioni specifiche sui prezzi a breve termine, «dovremo comunque prepararci a un periodo di prezzi elevati dato che ci troviamo di fronte a una nuova rivoluzione industriale mondiale che non ha precedenti nella storia: miliardi di persone rispetto alle poche centinaia di milioni di quando avvenne in Europa ed America ». Quanto alle statistiche, la produzione mondiale di greggio è calata lo scorso anno dello 0,2%, a 81,53 milioni di barili giorno, la prima flessione dal 2002. E ciò spiega in parte l'impennata degli ultimi 12 mesi, dato che è da 6 anni consecutivi che i prezzi salgono, la maggiore cavalcata della storia dai tempi della Guerra d'Indipendenza americana. Quanto ai consumi globali di greggio sono aumentati lo scorso anno dell'1,1%, lievemente al di sotto della media degli ultimi dieci anni. La produzione globale di gas da parte sua è cresciuta del 2,4% a 2,94 miliardi di metri cubi e i consumi del 3,1% a 2,92 miliardi. I consumi di carbone sono da parte loro balzati del 4,5% il tasso più elevato per un combustibile per il quarto anno consecutivo.


ilsole24ore

11 giu 2008

Spazio alle IDEE!


Chiara va sul web perché ama i libri


Fresca laureata Bocconi, promuove l’incontro tra lettori e librerie tradizionali con Pickwicki.com.
E dice che diventerà un business
All’ultima Fiera internazionale del libro di Torino c’era anche lo stand di una laureata Bocconi, che ha appena avviato un’attività che riesce a mettere insieme le sue passioni per la lettura e le nuove tecnologie.

Pickwicki.com, un nome che gioca con un titolo di Charles Dickens (Il circolo Pickwick) e uno dei nuovi strumenti collaborativi messi a disposizione dalla rete (il wiki), è un esempio di web partecipativo, o web 2.0, che vuole aggregare i lettori, fornendogli la possibilità di recensire i libri, scambiarsi opinioni e confrontarsi, mettendoli allo stesso tempo in contatto con le librerie indipendenti, un genere d’impresa alla ricerca di rilancio di fronte alla concorrenza delle catene, delle edicole, della gdo e di internet.


Chiara De Caro

“Mentre stavo per mettermi al lavoro su una tesi sul tasso di risparmio cinese”, racconta Chiara De Caro, la ventottenne marchigiana che ha creato Pickwicki, “ho cominciato a collaborare con un gruppo di amici che gestiva un sito basato sulla possibilità di compilare liste dei desideri di libri e cd, che potevano essere utilizzate dagli amici dell’utente per fare dei regali e che venivano comunicate ai librai e negozi di musica. Ebbene, ho subito cambiato il tema della mia tesi e mi sono messa al lavoro sui possibili sviluppi di un’iniziativa del genere”.

De Caro si è laureata a fine 2006 con le idee chiare. “I numeri dicevano che era inutile lavorare sui cd, mentre i libri avevano una certa potenzialità”. In Italia l’utilizzo di internet è ancora piuttosto limitato (“c’è potenziale di crescita”, legge il dato Chiara) e la lettura poco diffusa, ma i lettori sono anche tra i più assidui frequentatori della rete, che utilizzano però pochissimo per acquistare libri (“un fenomeno che riguarda soprattutto l’editoria tecnica e che, nell’ultimo anno, ha visto una crescita molto limitata”). “La mia idea era quella di creare un legame tra questi due mondi già contigui, una piattaforma per il lettore con strumenti di social networking e la possibilità di indirizzarlo alle librerie tradizionali. Per l’utente si tratta di una community, per la libreria è la possibilità di avvicinare nuovo pubblico”.

Per qualche tempo Chiara ha affiancato un’attività di consulenza nell’ambito di progetti europei a quella di sviluppo della sua idea, affidandosi a un incubatore tecnologico per lo sviluppo del sito e il 10 marzo 2008 Pickwicki.com è andato online. Un mese e mezzo dopo, la presentazione a Torino.

Il sito è ancora suscettibile di sviluppi e, in questo momento, il lavoro di Chiara si focalizza sulla creazione del network di librerie partner, per poter offrire poi, in occasione del vero e proprio lancio per il pubblico, un sito completo. I partecipanti alla community, a regime, saranno premiati, per le loro attività di recensione, segnalazione e soprattutto acquisto presso le librerie, con dei punti che a fine anno potranno trasformarsi in facilitazioni e sconti. Chiara sostiene che la reazione delle librerie è stata molto buona. “Il servizio”, dice, “per loro è gratuito, perché è impensabile, nella situazione di mercato odierna, chiedere percentuali alle librerie. Devono solo utilizzare l’accesso a un’area riservata del sito, che consente di gestire le comunicazioni con la community e gli ordini di acquisto dei libri”.

De Caro calcola che, a progetto completato, avrà investito una cifra compresa tra i 50 e i 100 mila euro e si attende di recuperarla in parte con la pubblicità, gestita da un concessionario esterno (il target è quello dei 18-35enni a reddito medio-alto), e in parte dallo sviluppo di nuove attività e nuove partnership che faranno leva sul network di librerie indipendenti e di editori medio-piccoli che si va formando e che potrà trarre dall’aggregazione le dimensioni critiche necessarie a fare una concorrenza più efficace alle grandi catene e al commercio online.

“Negli Stati Uniti, dove sono vissuta a lungo e dove ho assistito a uno sviluppo di internet anticipato rispetto all’Italia, esistono network di librerie indipendenti molto attivi”, assicura Chiara. “Mi do due anni di tempo per creare una forte utenza e far decollare il business”. In bocca al lupo!

fonte


Come potevo ignorare questo esempio!
Complimenti, è questa la chiave che i giovani hanno per farsi strada ed aprire uno spiraglio di luce in questo paese!

10 giu 2008

La trappola del greggio virtuale


Petrolio oltre quota 126 dollari. L'esperto: «Può arrivare a 400»

Doppio record del petrolio:Wti Usa 101 dollari, Brent 99,68


Qualche buon motivo c'è per vedere il petrolio oltre i 139 dollari al barile, la quota record raggiunta venerdì con un balzo in una sola seduta di 10 dollari, il più forte di sempre. Una giornata frenetica per il greggio, che ha visto la sospensione automatica degli scambi di futures al New York Mercantile Exchange, eventualità che non si verificava dal '91, e mandato in fibrillazione i mercati azionari.
Ma il vistoso scollamento tra le Borse e il mercato fisico – in un giorno al Nymex viene scambiato in media un miliardo di barili contro una produzione mondiale di 85 milioni - testimonia che l'attuale modello di contrattazioni è da cambiare. È vero, come sostiene il guru T.Boone Pickens, che la produzione sale poco e che per 400mila barili consumati in meno negli Usa ce ne sono 500mila usati in più in Cina. Ed è vero che le tensioni in Medio Oriente e in altre aree produttive, unite al dollaro debole, la valuta di riferimento, esercitano una spinta sui prezzi.
Ma quando si afferma che gli Usa sono impotenti ad arginare la corsa, probabilmente ci si sbaglia. Le grandi Borse merci, punti di riferimento per tutti gli scambi, hanno le loro colpe e abusano della permissiva condotta di chi ne detta le norme. Il «Commodity futures modernization act» nel 2000 ha spalancato la porta ai capitali diretti verso le materie prime, limitando i poteri della «Commodity futures trading commission» (Cftc), che dal '74 ha il compito di vigilare sugli scambi.
Nel Regno Unito la «Financial services authority» ha allentato le redini ancora di più, facendo dell'Ice un mercato dove la regola sembra l'eccezione, come ha lasciato intendere il senatore americano Carl Levin parlando delle inchieste che Senato e Cftc conducono da dicembre per valutare se esistano manipolazioni artificiose dei prezzi. Forse l'indagine darà presto qualche risultato. Quel che emerge fin d'ora – e che da mesi angustia gli operatori attivi sul petrolio "fisico" – è che i mercati a termine dei combustibili oggi non sono più quelli che si studiavano nei libri di testo.
I capisaldi allora erano la standardizzazione, la cassa di compensazione, o clearing house, e soprattutto la liquidità. In sostanza, perché un mercato funzioni occorre una forte presenza della speculazione, che può assumere posizioni opposte a quelle di chi usa i futures per proteggersi da imprevisti movimenti dei prezzi. E occorrono il denaro e la merce. Il primo, ovviamente, per la compravendita e il versamento dei margini di garanzia, generalmente meno onerosi nel caso di chi fa hedging, ossia protegge un'attività, e più costosi per chi opera da speculatore. La seconda, perché sia possibile consegnarla a chi decida di esercitare il diritto normalmente riservato al possessore di un future di acquisto.
Oggi invece il petrolio non si consegna. All'Ice di Londra, chi ha un contratto di vendita sul Brent potrebbe anche decidere di portarlo a scadenza e consegnare la merce. Di petroliere cariche, in cerca di una destinazione, ce ne sono decine, a dimostrazione dello scollamento tra mercato a termine e mercato reale. Però è virtualmente inesistente il deposito verso cui dirigersi. E l'Ice comunque prevede l'opzione della compensazione monetaria. Il future dell'Ice sul Wti, il greggio di riferimento per l'America, non contempla tout court la consegna fisica. E gli scambi over-the-counter, al terzo mercato, sono fuori controllo.
Regole blande anche al Nymex. Chi volesse consegnare Wti potrebbe farlo, ma solo a Cushing, Oklahoma, dove la capienza è di una ventina di milioni di barili, 50 volte meno degli scambi giornalieri che si verificano nella Borsa. Non solo. I margini speculativi (più alti) non vengono mai versati. Chi non abbia un'attività che giustifichi un determinato volume di operazioni di copertura potrà comunque operare tramite un primary dealer, uno dei grandi soci della Borsa stessa, evitando il maggior onere finanziario.
Scommettere è facile, quindi, e buona parte del vantaggio va a notissime banche d'affari. Per il deputato democratico Bart Stupak, che punta il dito contro Goldman Sachs e Morgan Stanley, sono loro a manipolare artificiosamente le quotazioni. Quando Arjun Murti, analista di Goldman Sachs, lancia previsioni di greggio a 200 dollari entro due anni, la profezia è sorretta da una forza finanziaria che sconsiglia (i prezzi di venerdì lo dimostrano) di assumere posizioni opposte. Nella sua apparente semplicità, il commento del finanziere George Soros fotografa nitidamente la situazione: «Ci sono tutti i segnali di una bolla – ha sostenuto in una recente audizione al Senato Usa – ma non scoppierà tanto presto. Quanto ai margini speculativi, alzarli potrebbe scoraggiare qualcuno, ma sarebbe inutile».
ilsole24ore

9 giu 2008

Giovani, Università e Lavoro


Il lavoro è una diretta conseguenza dell'università scelta?
sebbene non sia di questo avviso, bisogna ammettere che l'università riesce a dare una marcia in più a chi ha il coraggio di affrontarla seriamente.
E' anche vero che non basta da sola ad assicurare un futuro (almeno lavorativo).
Questo per dire come sia importante fare una scelta giusta, come ci ricorda e riassumo l'articolo che vi riporto.

LE DIECI MOSSE
1 - Erasmus e corsi in inglese
L'approccio internazionale è un indice di qualità. Secondo il profilo dei laureati di primo livello 2007 di AlmaLaurea, ogni anno partecipa al programma Erasmus il 5,5% degli studenti universitari italiani, ma ci sono grandi differenze tra un ateneo e l'altro: meglio privilegiare quelli che hanno più posti disponibili. Altro indicatore importante è la presenza di corsi in lingua inglese (al momento sono 13 tra le lauree di primo livello e 58 tra quelle di secondo) e di "doppie lauree" riconosciute in Italia e all'estero.

2 - Tirocinio
Svolgere uno stage o un tirocinio durante il percorso di studio consente di vedere da vicino il mondo produttivo, arricchire il curriculum e raccogliere contatti preziosi.
Il passaggio al «3+2» ha fatto crescere fino al 60,7% la quota dei laureati di primo livello con esperienze di tirocinio (fonte AlmaLaurea). Non tutti gli atenei, però, sono uguali: alcuni hanno creato siti ad hoc per il tirocinio degli studenti, altri hanno un ufficio che nel migliore dei casi si limita a raccogliere le candidature e girarle alle aziende.
3 - Job placement
Gli atenei più moderni affiancano lo studente per favorirne l'inserimento lavorativo. Alcuni uffici di job placement curano servizi di orientamento e pubblicano le offerte di stage e lavoro. Le università più attive, inoltre, ospitano incontri in cui le multinazionali reclutano giovani talenti. Una visita al sito degli atenei è utile a individuare queste iniziative. Da verificare – se disponibile – anche la percentuale di ex allievi occupati dopo uno, tre e cinque anni dalla laurea.

4 - Prestigio dell'ateneo
Quanto conta il prestigio dell'ateneo per velocizzare i tempi di inserimento lavorativo? A sentire gli esperti (head hunter, responsabili aziendali delle risorse umane e docenti) non esiste un criterio oggettivo. Alcuni atenei sono famosi perché garantiscono una formazione di qualità e questo incide sul giudizio dei selezionatori, ma ciò non significa che tutti i corsi proposti siano ugualmente validi. Indici da non trascurare sono le classifiche internazionali.

5 - Valutazione della qualità
Le ricerche scientifiche sono un criterio utile per fare scelte ponderate. Il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario redige rapporti sullo stato di salute dei singoli atenei, valutando le caratteristiche dell'offerta formativa, le convenzioni con altri atenei, l'attrattività degli studenti fuori sede, la dotazione di personale docente. Il consorzio AlmaLaurea pubblica ogni anno un profilo dei laureati, suddiviso per ateneo, che analizza tra l'altro: laureati in corso, livello di soddisfazione, diffusione del tirocinio.

6 - Trasparenza
La trasparenza è un indice di serietà. Alcuni atenei effettuano indagini interne per rilevare potenzialità e fattori critici legati al sistema organizzativo e ne pubblicano i risultati in rete. Trasparenza vuol dire anche accessibilità al curriculum dei docenti, cioè possibilità per gli aspiranti studenti di conoscere l'attività scientifica di chi dovrà formarli. Anche in questo caso, una visita alle pagine web degli atenei consente di chiarirsi le idee.

7 - Attività di tutoraggio
L'orientamento e l'assistenza agli studenti sono fondamentali per garantire un funzionamento della macchina universitaria ispirato a criteri di efficacia ed efficienza. Quasi tutti gli atenei dispongono di un ufficio di tutoraggio e spesso ne presentano caratteristiche e funzionalità sul sito web. Per avere un'idea più precisa, comunque, la soluzione ideale è parlare direttamente con chi attualmente frequenta l'ateneo.

8 - Costi e borse
La scelta di frequentare l'università comporta un investimento rilevante per il bilancio familiare. Per questo motivo è utile fare un'analisi di tutti i costi che si andranno ad affrontare e valutarne la sostenibilità nell'arco dei tre-cinque anni di corso, in modo da ridurre al minimo il rischio di abbandono. In ogni caso, meglio non fermarsi alle rette applicate nei singoli atenei, ma approfondire anche il numero di borse di studio e i requisiti per ottenerle.

9 - Vitto e alloggio
Gli studenti fuori sede devono aggiungere, ai costi classici, quelli relativi all'alloggio.
Il panorama è fortemente diversificato tra una città universitaria e l'altra e un confronto tra diverse opzioni potrebbe rivelare possibilità di risparmio inattese: in alcune città ci sono molte residenze studentesche e alcuni atenei sottoscrivono accordi con gli esercizi di ristorazione per offrire agli studenti pasti a prezzi calmierati.

10 - Sovraffollamento
La legge sul decongestionamento degli atenei più grandi (662/96) ha dodici anni, ma il processo è stato compiuto solo in parte. Il sovraffollamento dei poli didattici spesso porta con sé disorganizzazione, calo di efficacia della didattica e, quindi, difficoltà di studio per i ragazzi. Per questo motivo, prima di scegliere una sede universitaria, è opportuno confrontarsi con gli attuali studenti e valutare le ricerche scientifiche disponibili, così da avere un quadro preciso della situazione.

ilsole24ore

2 giu 2008

Alibaba.com


OneEnergyDream è un blog che vuole raccontare la società con le sue stesse parole, vuole raccogliere le informazioni in modo che ciascuno di noi capisca.
Capisca che tutto ciò che bisogna sapere per realizzare i nostri Sogni è là fuori, e tutte le risorse per riuscire nell'intento, sono dentro di noi.

Quindi diamoci da fare, ogni giorno, in ogni attività, anche la più piccola ed insignificante (almeno apparentemente).

Ma per sottolineare le parole eccone un esempio decisivo!
Buona lettura!

Ma Yun (Jack Ma) - Alibaba.com -


Cominciamo con un aneddoto di quello che è considerato il padre cinese di internet:
Ma comincia costruendo siti web per le compagnie cinesi con l'aiuto degli amici americani; e ricordando questo periodo della sua vita, ecco come commenta la tecnologia del tempo:
"Il giorno che ci connettemmo al web invitai gli amici e le persone della TV nella mia casa e su una connessione veramente lenta aspettammo 3 ore e mezza per caricare mezza pagina .... Bevemmo, guardammo la TV e giocammo a carte, aspettando.
Ma fui così fiero, perchè dimostrai che internet esisteva!

A 9.960 km di distanza da Santa Barbara vive Ma Yun, detto anche Jack Ma. Su di lui la travolgente avanzata dei prodotti cinesi tra i consumatori occidentali ha un effetto particolare. Seduto davanti al suo computer a Hangzhou, città costiera vicina a Shanghai, Ma Yun sta incassando 100.000 dollari di profitto netto ogni giorno, domeniche incluse. Aveva 34 anni nel 1999 quando inventò Alibaba.com, un sito che oggi fa tremare Ebay, Yahoo, Amazon: è il luogo virtuale dove sette milioni di importatori da duecento paesi del mondo "incontrano" quotidianamente due milioni di imprese cinesi e fanno affari con loro, per un modesto pedaggio di 5.000 dollari a testa all'anno. Su Alibaba.com un commerciante italiano o spagnolo può confrontare e mettere in competizione fra loro tutti i produttori di lavastoviglie "made in China", o di pentolame, o di jeans, poi selezionare il suo preferito e concludere l'acquisto senza bisogno di affrontare costose trasferte intercontinentali.

C'é persino un flusso di imprese occidentáli che delocalizzano intere produzioni in Cina attraverso Alibaba. Per questo a 40 anni appena compiuti il fondatore di Alibaba è forse il comunista più ricco del mondo (Ma Yun preferirebbe non essere definito comunista, né ricco). Lo chiamano il "padre di Internet in Cina", e non è poco per una nazione dove il numero di navigatori online -134 milioni - sta per superare quello degli Stati Uniti. TonyBlair lo va a trovare quando è in visita ufficiale a Shanghai. La tv di Stato di Pechino Cctv, inaugurando un nuovo tipo di culto della personalità (deiricchi), lo ha incoronato "celebrità economica dell'anno". Il World Economic Forum di Davos lo segnala come uno dei leader mondiali del futuro. E' il primo imprenditore cinese a cui la rivista americana Forbes ha dedicato la copertina. A sei anni dalla sua creazione Alibaba ha duemila dipendenti, età media 26 anni, filiali nella Silicon Valley, Londra, Tokyo e America latina. Nel suo azionariato sono entrati i colossi della finanza intemazionale Goldman Sachs, Fidelity, Softbank, nel consiglio d'amministrazione siede l'ex direttore generale del Wto, Peter Sutherland. Una rivincita per questo "brutto anatroccolo" che si è fatto dal nulla, e con un curriculum più scadente perfino dello studente fuoricorso Bill Gates. In un Paese che idolatra il merito scolastico Ma Yun si porta addosso la macchia infamante di tre bocciature all'esame di accesso all'università: con la conseguenza di dover ripiegare sul magistero, facoltà di serie B che forma solo insegnanti.

Senza aiuti dallo Stato



"Non ho avuto aiuti dalla famiglia né dal governo - dice Ma Yun - i miei genitori sono semianalfabeti, mio padre è andato in pensione con un salario di 250 yuan (25 euro) al mese come ogni operaio ai tempi di Mao. Ero un pessimo studente, fuorché in inglese. Avevo 13 anni quando la Cina si è aperta al mondo e a Hangzhou sono arrivati i primi turisti stranieri. Andavo a offrirmi gratis come guida turistica pur di praticare l'inglese". È mentre fa l'insegnante di lingua all'università - primo stipendio 11 euro al mese - che la sua vita ha una svolta. "Come in un film di Hollywood" dice lui, e non esagera (Ma Yun non esagera mai). Nel '95 una jointventure tra un'impresa cinese e una americana che ha l'appalto per costruire l'autostrada Hangzhou-Fujan lo ingaggia come interprete e lo manda in missione negli Stati Uniti. I soci cinesi e americani litigano e succede l'inverosimile: l'interprete Ma viene rapito, tenuto sotto sequestro, minacciato con una pistola. Liberato fortunosamente, rimane senza bagagli e può rientrare in Cina solo dopo aver vinto 600 dollari a un casinò di Las Vegas. Prima di tornare a casa visita un amico a Seattle che lo introduce al nuovo fenomeno di Internet, ancora sconosciuto in Cina ("avevo perfino paura di sfiorare la tastiera del suo computer, pensavo: chissà cosa costa, se lo rompo sono rovinato"). È lì che Ma ha la sua illuminazione: "Chiedo al mio amico di fare una ricerca su Internet alla voce birra e trovo solo marche americane o tedesche. Ho pensato che dovevo usare Internet per aiutare le imprese cinesi a farsi conoscere nel mondo. Mi sono dimesso dall'università, ho invitato 25 amici a casa mia e ho annunciato che avrei creato una dot.com. All'inizio molti mi hanno scambiato per un imbroglione. Non ho mai capito nulla di informatica, né di management. Però ho capito qualcosa prima degli altri". Partito con 50.000 dollari di capitale - i risparmi personali dei suoi 25 amici - oggi Alibaba ha tre siti per il commercio elettronico. In Cina ha sbaragliato Ebay. Con un tasso di crescita del 100 per cento all'anno, secondo ogni probabilità in tre anni sarà il numero uno mondiale del commercio elettronico.

La voglia di non apparire

Di quotarsi in Borsa Ma Yun non ha fretta. La Borsa chiede pubblicità. Nella mappa del nuovo potere cinese Ma Yun, se potesse, vorrebbe essere invisibile. "Sono un buon amico del mio governo- dice - ma non ho mai fatto affari con loro. Io ho scelto di avere come clienti le piccole imprese. La fama mi preoccupa, anche per questo rimango a Hangzhou, lontano dal potere di Pechino. Ho visto troppa gente salire in cielo e poi precipitare". Il fondatore di Alibaba mescola un linguaggio manageriale americano e una morale confuciana. Niente Ferrari in garage. Niente flirt con le top model nelle discoteche di moda a Shanghai. "Ho moglie, un figlio di 13 anni, tre cani, i weekend li passo a casa con gli amici a giocare a carte e bere tè. Non vado nei locali di karaoke perché ho paura di essere riconosciuto".


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Controllo


Di seguito vi riporto un breve saggio sul controllo, perchè la sicurezza e le capacità aumentano esponenzialmente in base a quanto crediamo di "dominare" la situazione.

Per cui cerchiamo ancora una volta di superare i nostri limiti e di vivere al di sopra delle nostre possibilità.
...
avere controllo sul posto di lavoro, su quanto guadagni o sugli investimenti, significa poter determinare il proprio futuro e caratterizzare la propria esistenza...
la maggior parte delle persone fa semplicemente quello che viene detto loro, sul piano finanziario e professionale.

E quando si tratta di ottenere qualcosa in più?
Si cercano un altro lavoro, addirittura un secondo lavoro o sperare in un aumento di stipendio o in una promozione...
Molte persone restano intrappolate in questo ciclo, perchè a scuola è stato insegnato loro a fare ciò.
Fare qualsiasi cosa sarebbe rischioso; hanno paura di perdere il poco controllo che hanno.
Lavorano per meno, perchè tempono di essere licenziate se chiedono un giusto aumento.
Si adeguano invece di essere creative, perchè hanno paura di destare clamore o di tentare qualcosa che potrebbe fallire.
Sono intrappolati nei loro dubbi, nelle loro paure e nella loro limitata conoscenza del mondo e degli affari e del denaro.
Vivono nella paura di correre rischi e pensano che la vita sia rischiosa.

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1 giu 2008

Kiyosaki


Nato e cresciuto alle Hawaii, Robert Kiyosaki è un nippo americano di quarta generazione. Dopo essersi laureato a New York, si uni al corpo dei Marines e servì durante la guerra del Vietnam come elicotterista. Dopo la guerra, lavorò per Xerox Corporation e nel 1977 fondò una ditta che portò sul mercato il primo portafogli in Nylon e Velcro. Nel 1985 fondò una società internazionale che ha fornito a migliaia di studenti una solida istruzione finanziaria. Nel 1994 vendette la società e scrisse il Best Seller Rich Dad, Poor Dad, e creò il gioco educativo Cashflow. Robert vive in Phoenix, Arizona, con sua moglie Kim.

Robert Toru Kiyosaki (Nato l'8 aprile del 1947) è un investiitore, un uomo d'affari uno scrittore motivazionale.
Kiyosaki è conosciuto per lo più per la serie di libri: "Padre ricco, Padre povero".
Ha infatti scritto 18 libri con i quali ha venduto più di 26 milioni di copie.

Anche se ha cominciato come auto editore, in seguito venne preso dalla Warner Books, una divisione della Hachette Book Group USA, e ultimamente i suoi libri uscivano con l'etichetta di "padre ricco, padre povero".

Tre dei sui libri: Rich Dad Poor Dad, Rich Dad's CASHFLOW Quadrant, and Rich Dad's Guide to Investing, sono diventati i 10 libri più venduti in tre liste contemporaneamente su "The Wall Street Journal", "USA Today" e "the New York Times".

Il libro "Rich Kid Smart Kid" è stato pubblicato nel 2001, con l'intento di aiutare i genitori ad insegnare ai bambini i concetti finanziari.

Ha inoltre creato tre giochi da tavola, "CashFlow", con audiocassette e cd rom.


Vedi il libro


(Fonte: wiki)
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