31 mag 2008

Le otto parti di un'impresa


Ecco una teoria molto interessante, che vale la pena riportare:

"
Le statistiche mostrano che 9 imprese su 10 falliscono nei primi 5 anni.
Riguardo a quella sola impresa che sopravvive, di nuovo 9 imprese sopravvisute su 10, falliscono entro il decimo anno.
Molti imprenditori falliscono perchè una delle otto parti del triangoli della figura, è debole oppure inesistente.
Come si può notare il "prodotto" è la sezione più piccola, mentre la "Mission" è la più ampia, nonché il fondamento del triangolo stesso.
Infatti la missione è lo spirito dell'impresa, ne è il cuore, e senza cuori ogni difficoltà è insuperabile.
Un'impresa eccellente avrà un triangolo completo: una missione forte, una leadership straordinaria, una squadra competente di manager che lavorano bene insieme, un cashflow e finanziamenti ottimi, comunicazioni chiare ed efficienti per la vendita e il marketing, sistemi che lavorano efficacemente, documenti e contratti legali chiari e rigorosi e naturalmente un prodotto straordinario.
Ad esempio ciascuno di noi saprebbe cucinare un hamburger più buono di McDonald, ma pochi sanno costruire un "Sistema" commerciale come quello di McDonald's. Il che ci riporta a parlare di "sistemi".

(...c'é scritto "pochi", non nessuno!)
McDonald's dipende dal "SISTEMA", non dalle persone...
"

Donald Trump e Kiyosaki

30 mag 2008

Hit list dei giovani reali!


I reali più «hot» del pianeta



La rivista 'Forbes' ha stilato la classifica dei 20 giovani di sangue blu più di tendenza

LONDRA (GRAN BRETAGNA) - Sono giovani, belli, ma soprattutto di sangue reale. La rivista Forbes, definita dagli esperti «La Bibbia del capitalismo», ha stilato recentemente l'insolita classifica dei 20 giovani di sangue blu più hot del mondo. Come fa notare la celebre rivista, questi rampolli di stirpe reale, amatissimi dalla stampa popolare, possono vantare una ricchezza complessiva che supera i 60 miliardi di dollari e probabilmente fanno parte dei 15 lignaggi più importanti del mondo. La maggior parte di questi giovani, tutti sotto i 35 anni e non sposati, frequenta ancora l'università e son davvero pochi quelli che si considerano adulti e lavorano quotidianamente.


WILLIAM E HARRY - A vincere questa singolare classifica è il principe William, figlio di Carlo e Diana Spencer, secondo in linea di successione al trono del Regno Unito e appartenente alla stirpe reale dei Windsor. Secondo Forbes, William è il nobile più amato dal pubblico internazionale perchè oltre ad essere davvero fotogenico e ad avere un portamento fuori dal comune è sempre stato sotto i riflettori da quando sua madre morì nel tragico incidente di Parigi del 1997. Stessa storia per il fratello Harry che si posiziona al secondo posto. Sebbene negli anni passati abbia conquistato le prime pagine dei tabloid internazionali per uscite alquanto discutibili (indimenticabile la foto che lo ritraeva vestito da nazista durante una festa in maschera) e per aver partecipato a party alcolici, ultimamente ha riconquistato il favore del pubblico grazie al coraggio dimostrato sotto le armi e per aver combattuto diversi giorni nella guerra in Afghanistan.

DONNE - Sul gradino più basso del podio si posiziona la prima donna in classifica: si tratta di Zara Phillips, figlia della principessa Anna e nipote di Elisabetta II d'Inghilterra. Zara in realtà è principessa solo di sangue: sua madre infatti ha scelto per la ragazza una vita senza titoli nobiliari affinché Zara potesse godere di maggiore libertà e serenità. Tuttavia la giovane ha dimostrato già in tenera età di meritare la discendenza nobiliare: nel 2006 ha vinto la medaglia d'oro ai campionati mondiali di equitazione e adesso si appresta a partecipare alle Olimpiadi del 2008 a Pechino. Segue un altro celebre personaggio di casa Windsor, la principessina Beatrice, figlia di Andrea, il duca di York e di Sarah Ferguson

GLI ALTRI - La prima discendente reale non inglese e quinta nella classifica di Forbes è Charlotte Casiraghi, figlia della Principessa Carolina di Monaco e nipote dall'indimenticabile Grace Kelly. Charlotte, spiega la rivista americana, "è celebre per il suo impeccabile gusto nel vestire e per un look sempre fotogenico". Sesto si posiziona lo sceicco Hamdam, figlio di Mohammed bin Rashid al Moktoum, primo ministro e vicepresidente degli Emirati Arabi Uniti e governatore di Dubai. Hamdam è stato nominato per decreto principe di Dubai nel febbraio 2008 ed è uno dei giovani più ricchi del pianeta. Settima è la principessa Vittoria, prima in linea di successione al trono svedese: questa rampante trentenne dopo essersi laureata a Yale nel 1998 sta portando avanti una rapida carriera diplomatica. Chiudono la top ten il principe Azim del ricco stato del Brunei (secondo Forbes è uno dei personaggi più amati dai paparazzi e lo si vede sempre circondato da modelle e celebrità), il principe Carlo Filippo di Svezia, fratello minore di Vittoria e il giovane Andrea Casiraghi, che nonostante la tenera età ha già alle spalle diverse relazione amorose

corriere

28 mag 2008

Poste Italiane


... per tutti quelli che criticano le poste, e che credono che i miracoli non siano possibilli: ecco un case history che ci deve aprire gli occhi.
Risanare il bilancio, guadagnare ed innovare.... passando da una sonnecchiosa realtà statale ad una società moderna dinamica e fruttifera.

Poste italiane: utili 2007 in aumento del 25%

Per il sesto esercizio consecutivo Poste italiane chiude il bilancio in positivo registrando per il 2007 un utile di 843,6 milioni di euro, con una crescita del 25% rispetto al 2006 (675,7 milioni). Il risultato operativo si attesta a 1,77 miliardi di euro, in aumento del 19%, mentre la redditività del 15,5% è la più alta fra gli operatori del settore in Europa. I dati sono stati presentati a Roma nel corso di una conferenza stampa dall'amministratore delegato Massimo Sarmi. Si confermano performance positive in tutti i segmenti di business. I ricavi totali ammontano a 17,2 miliardi di euro (17,1 miliardi nel 2006), mentre i ricavi totali della capogruppo sono saliti a 9,1 miliardi (+ 3,8 per cento). L'utile netto della capogruppo è di 704,4 milioni, in aumento del 45,7% rispetto al 2006.

Si consolida la redditività dei servizi postali che, nonostante il mercato maturo, fanno registrare un incremento di fatturato del 3,8%, raggiungendo i 5.553 milioni di euro nel 2007. In crescita i ricavi relativi alla corrispondenza (+ 192 milioni), legati al positivo andamento sia dei servizi di base, sia di quelli innovativi. Fra le novità in quattro mesi, Poste italiane, ha annunciato Sarmi, ha venduto 200 mila sim per i telefonini.

Anno di espansione anche per BancoPosta che ha raggiunto 5,2 milioni di conti correnti, 5,9 milioni di carte di debito e 3,5 di carte prepagate. I ricavi dei servizi finanziari di Gruppo si attestano a quota 4,5 miliardi di euro, segnando un + 117 milioni di euro rispetto al 2006. Elevati anche gli investimenti industriali (608 milioni di euro), di cui il 44% in Information technology. Dati positivi che se da una parte confermano l'affezione della clientela, dall'altra vanno di pari passo con l'apprezzamento delle agenzie internazionali: Fitch conferma il rating positivo (A+ e outlook stabile), mentre Standard&Poor's ha indicato Poste italiane tra i top runners del settore per la capacità di diversificare il business. L'assemblea degli azionisti di Poste italiane sui conti del 2007, ha annunciato Sarmi, si terrà il 28 aprile, in prima convocazione e il 28 maggio in seconda convocazione. (N.Co.)

ilsole24ore

23 mag 2008

Confederazione Generale dell'Industria Italiana


Emma Marcegaglia nasce a Mantova il 24 dicembre 1965. Frequenta le elementari a Gazoldo degli Ippoliti (MN), dove si trova la sede principale delle aziende della Marcegaglia S.p.A., gruppo industriale attivo nella lavorazione dell'acciaio fondato nel 1959 dal padre Steno. Frequenta le scuole medie inferiori ed il liceo scientifico a Mantova, diplomandosi nel 1985. Gli studi proseguono all'università Bocconi di Milano, dove consegue a pieni voti nel 1989 una laurea in Economia Aziendale, perfezionandosi infine con un Master in Business Administration a New York.

Inizia subito a lavorare nel gruppo Marcegaglia dove da sempre la conduzione, la proprietà e il consiglio di amministrazione sono sotto la guida della famiglia. Emma affianca il fratello Antonio occupandosi della parte amministrativa e finanziaria.

Nel gennaio 1990 il padre le chiede di seguire Albarella S.p.A., di cui il gruppo Marcegaglia ha acquistato il 100% delle azioni. Albarella è un'isola privata situata nella laguna a sud della città di Venezia. Situata nel Parco Naturale del Delta del Po, collegata con un ponte alla terraferma, l'isola misura 5 Km di lunghezza per 1,5 di larghezza: si tratta di oltre 500 ettari coperti dalla macchia mediterranea. L'isola conta due milioni di alberi di 150 specie arboree diverse, tra cui il pino marittimo e il pioppo bianco "Populus Alba", da cui l'isola prende il proprio nome. Emma affianca la KTMG, la società di revisione che compie un'analisi della situazione aziendale, di Albarella, la quale opera nel mercato del turismo e della gestione alberghiera e immobiliare.

Con determinazione, a partire dal 1991, vara nuove strategie che riportano l'azienda in positivo e nel contempo migliorano la qualità del prodotto. Nel frattempo viene creata una nuova struttura all'interno del gruppo Marcegaglia, l'ufficio servizi finanziari, dedicata alla gestione della tesoreria del gruppo: è Emma che viene scelta per dirigerlo, occupandosi - per tutte le società del gruppo - della gestione dei rapporti con le banche, delle attività sui mercati, dei titoli di stato e aziendali.

Insieme al fratello Antonio è amministratore delegato del gruppo e di tutte le società controllate; il padre Steno ricopre invece la carica di presidente.

Emma Marcegaglia è inoltre presidente della Fondazione Areté Onlus per il sostegno dell'attività Vita-Salute San Raffaele, membro permanente del "Enterprise Policy Group – Professional Chamber" e del Comitato Esecutivo dell'Aspen Institute Italia. Ha ricoperto gli incarichi di vice presidente di Confindustria per l'Europa, presidente nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, presidente dello YES (Young Entrepreneurs for Europe), vice presidente di Confindustria con deleghe all'energia e al coordinamento delle politiche industriali e ambientali.

Per il suo attivo impegno in Confindustria nel mese di Marzo 2008 succede a Luca Cordero di Montezemolo, alla presidenza: è la prima donna di sempre alla guida della Confederazione Generale dell'Industria Italiana.


biografieonline

17 mag 2008

Al Waleed


Il principe delle sfide


MILANO - Media, tecnologia e banche rappresentano il grosso del business. Poi ci sono gli alberghi, attività immobiliari, l’enterteinment e molto altro. La Kingdom Holding, società sbarcata lo scorso luglio sul listino saudita, ha le mani in pasta un po’ dappertutto. Il collocamento, avvenuto con oltre un anno di ritardo dal suo primo annuncio, ha riscosso tra gli investitori arabi (gli unici che possono accedere al listino) un interesse, superiore a ogni aspettativa. Nonostante le prescrizioni di qualche Imam di astenersi dall’investire in una società che finanzia attività in contrasto con le leggi dell’Islam, il gruppo ha raccolto circa 2,3 miliardi di dollari, più del doppio rispetto alle previsioni. A finire sul mercato è solo il 5 per cento del capitale. Il restante 93,5 per cento resta nelle mani del suo fondatore, il principe saudita Alwaleed Bin Talal.
Cinquantadue anni, tre matrimoni, due figli, Alwaleed siede su un patrimonio personale di 20 miliardi di dollari, raddoppiato negli ultimi dieci anni, che lo rende il tredicesimo uomo di più ricco al mondo nella classifica Forbes. Nipote del re Abdullah, Alwaleed appartiene ad una delle più ricche e riservate famiglie al mondo.
Laureato al Menlo College, a San Francisco, con successivo master in scienze politiche alla Syracuse University, il principe saudita ha da sempre avuto il pallino degli affari. Lui racconta che il suo primo milione di dollari lo ha fatto nel 1979, speculando su attività immobiliari a Riad. Ma il suo battesimo ufficiale sui mercati finanziari internazionali arriva nel ’91. Fu allora che mise a segno il primo grande colpo, investendo circa 800 milioni di dollari nella Citicorp (ora Citigroup), quando la banca era sull’orlo della bancarotta. L’investimento, che lo ha reso primo azionista dell’istituto di credito americano, si dimostrò negli anni decisamente ben riuscito: comprate a 12 dollari, le azioni della Citigroup ora valgono circa 50 dollari.
Per Alwaleed, quello in Citicorp divenne una sorta di modello che lo guidò nelle operazioni successive. La strategia, finora seguita, è sempre la stessa. Ovvero, comprare quando le azioni sono al minimo, scommettendo su un successivo rialzo. “Io cerco sempre la stessa cosa – spiega a chi gli chiede il segreto del suo successo – imprese internazionali con un forte marchio ma che hanno il singhiozzo”.
Il suo fiuto per gli affari e la sua strategia di investimento, gli hanno conferito l’appellativo di “Warren Buffett d’Arabia”. A differenza del manager americano, che non investe mezzo dollaro in titoli tecnologici, lui per l’hi-tech ha una vera e propria passione. Si dice che la sua infatuazione per la tecnologia nasca da un desiderio profondo: quello di vivere in Arabia Saudita ma voler essere costantemente in contatto con quello che succede nel mondo. Narrano le cronache di palazzo che anche nel suo accampamento nel deserto, dove ama trascorrere i fine settimana, sia letteralmente sommerso da cellulari rigorosamente Motorola (di cui è azionista), laptop, televisioni, fax e stampanti. E ovviamente, televisioni sintonizzate sulle maggiori emittenti finanziarie.
Il suo motto “comprare al ribasso” applicato al settore delle tecnologie ha, in diversi casi, consentito al magnate arabo di moltiplicare la sua fortuna. Il caso forse più noto è l’investimento in azioni Apple, comprate nel ’97 quando valevano all’incirca 17 dollari, mentre ora ne valgono più di cento. Ma la storia di Alwaleed non è tutta rose e fiori. La sua carriera da investitore è costellata anche da alcuni flop. Qualche anno fa l’Economist, uno dei più autorevoli settimanali economici britannici, ne aveva tracciato un ritratto impietoso, mettendo in dubbio non solo la sue doti di investitore (“se il principe fosse un fondo di investimento americano, la sua performance sarebbe in fondo alla graduatoria”), ma sollevando forti perplessità sulla reale fonte della sua ricchezza. Risultava, in pratica, che il principe saudita guadagnasse troppo poco dalla Borsa per foraggiare gli ingenti investimenti che lo vedevano impegnato quotidianamente.
Tra le voci che circolano sul suo conto, quella più ricorrente è che in realtà Alwaleed sia sempre stato un tramite per gli investimenti di altri membri della famiglia reale.
Nel ricco portafoglio di Kingdom compaiono partecipazioni in società che toccano le sponde dei cinque continenti. Il mercato in cui ha creduto di più è quello americano. Ne aveva fatto il suo cavallo di battaglia negli anni ‘90. Poi, il crollo delle Borse post-11 settembre lo ha spinto in una sfrenata corsa all’acquisto: nelle settimane successive al crollo delle Torri, il principe investì oltre un miliardo di dollari per rastrellare azioni hi-tech, aumentare le partecipazioni già in portafoglio e puntare in altri settori dell’industria. In quell’occasione, forse più che in altre, diede dimostrazione che a guidare le sue azioni, al di là di ogni credo politico, era la voglia di aumentare le sue già immense ricchezze. Poche settimane dopo l’attacco alle torri, dichiarava senza reticenze al Financial Times che, la sua decisione di fare shopping a Wall Street non aveva nessuna ragione politica e nemmeno di sostegno all’economia globale, bensì era dettata da puri motivi di convenienza. “I prezzi raggiunti sono stati giudicati un’occasione”, aveva dichiarato in un’intervista.
Il suo fiuto da investitore lo ha portato anche in Italia. Qui, nel 1995, grazie al lavoro diplomatico del finanziere tunisino Tarak Ben Ammar, diventa socio di Silvio Berlusconi, acquisendo il 2,28% di Mediaset. Un pacchetto che, otto anni dopo, fu ceduto alla banca d’affari americana Lehman Brothers.
Oggi le quote più significative di Kingdom sono rappresentate dal 4 per cento di Citigroup, il 22 per cento di Four Season Hotels, il 3,75 per cento di News Corp e il 17,3 per cento di EuroDisney. C’è da scommettere che con la nuova liquidità arrivata dal mercato, il principe Alwaleed abbia già in mente qualche nuovo affare.

di Mariangela Tessa
Articolo tratto da Uomini&Business (ottobre 2007)

15 mag 2008

Gli stipendi dei manager


Riporto un articolo, che deve essere uno spunto di riflessione per aprire un pò la mente e arrivare a soluzioni vere, non temporanee.
Diminuire gli stipendi dei manager perchè sono troppo alti rispetto ai Salari del momento.
Questo è il fatto.
Da solo concettualmente sbagliato perchè deve essere considerato il fatturato che hanno "creato" per l'azienda.
Ossia, una persona deve essere pagato in relazione alle capacità che ha dimostrato nel creare business per sè e per l'azienda.
Questo DEVE essere il primo ASSIOMA su cui muoversi e da cui partire per ogni riflessione.
Non mettere tetti fissi sullo stipendio, ma regolarsi in base al merito DIMOSTRATO.
Facile, ma lo capiscono tutti?
Ecco l'articolo:
L'Europa: tagliare gli stipendi d'oro

A lanciare il sasso nello stagno europeo è stata l'Olanda, dopo che si è ritrovata vittima di un attentato scandaloso e manifesto al suo proverbiale egualitarismo. Il colpevole, Jan Bennink, 51 anni, il suo cittadino da 80 milioni di euro. Il top manager li ha accumulati in più anni tra buonuscite, stock option e paracadute vari facendo lo slalom ai vertici di vari gruppi: da Procter & Gamble a Danone, da Kraft a Royal Numico.

Con i suoi 22 milioni di superbonus anche Rijkman Groenink della Abn-Amro, lo scalatore di Antonveneta, ha però fatto la sua parte nello scatenare l'indignazione popolare in patria. Costringendo il Governo Balkenende non solo a presentare una legge, che quasi certamente sarà approvata entro l'anno, per porre almeno un argine fiscale alle retribuzioni stratosferiche. Ma a premere sui partner europei per indurli a fare altrettanto. Apparentemente con successo.
«Abbiamo deciso che la questione sarà affrontata nel corso del prossimo semestre, la presidenza francese si è impegnata a farlo con l'accordo generale», ha annunciato ieri, al termine della riunione dei ministri Ecofin, il presidente di turno, lo sloveno Andrej Bajuk. Di sicuro il dossier piace molto a Parigi. E al presidente Nicolas Sarkozy, sensibile alle battaglie per fustigare i cattivi costumi societari e tentare di moralizzare il capitalismo. Non solo a parole. In autunno in Francia è stato approvato un giro di vite sulle stock-option insieme a misure sui paracadute dorati che fissano in 1 milione di euro il tetto delle agevolazioni fiscali deducibili dagli utili imponibili delle società.
Il clima,d'altra parte,è favorevole in un'Europa dove la crescita economica rallenta e, peggio, l'inflazione torna a correre. Imponendo ai lavoratori la moderazione salariale infinita. «Quando si chiede disciplina per i salari, aumenti legati solo alla produttività, è necessario avere una posizione chiara sui livelli remunerativi che niente hanno a che vedere con la produttività e contengono fattori di rischio », ha avvertito ieri il commissario europeo Joaquin Almunia. E ha ricordato che nel dicembre 2004 la Commissione fece una raccomandazione proprio sulla governance societaria, iper-compensi compresi, ma che a una verifica effettuata nel luglio scorso il suo recepimento nei 27 Stati membri è risultato più che scarso. «Eppure nel frattempo sono maturati nuovi argomenti per pretendere una maggiore trasparenza della governance d'impresa, una miglior tutela dei diritti degli azionisti che devono potersi esprimere e decidere. Anche perché, nelle stesse conclusioni del,'Fmi,i meccanismi dei superbonus e simili si sono tradotti in incentivi negativi per le imprese, forse non estranei alla crisi finanziaria in corso».

Parole dure, quelle di Almunia, che non esclude «un intervento a livello internazionale e non solo europeo». Fanno il paio con quelle sferzanti del lussemburghese Jean- Claude Juncker. Il presidente dell'Eurogruppo ha parlato «di un vero flagello sociale, di eccessi eticamente inaccettabili contro i quali stiamo esaminando come lottare con adeguati strumenti fiscali» (si veda Il Sole-24 Ore di ieri). Altrimenti «rischiamo di non essere più capiti dai nostri cittadini », i cui redditi sono falcidiati dall'inflazione.

Pur senza sbilanciarsi più di tanto, «è troppo presto per dire che cosa fare», Giulio Tremonti ieri è apparso sostanzialmente in sintonia: «La mia opinione è estremamente critica sui meccanismi automatici. Servono dei limiti sulle remunerazioni. Non ho un'idea precisa ma tassare in modo diverso i bonus mi sembra giusto».

La materia in effetti è sdrucciolevole e non solo perché quando di mezzo c'è il fisco le competenza restano strettamente nazionali ma anche perché, come si legge nel rapporto presentato ieri ai ministri Ecofin, «continuano a scarseggiare le informazioni sulle politiche retributive dei manager, in particolare sul modo in cui sono legate ai risultati d'impresa». Con il dubbio che i superbonus «possano indurre ad assumere rischi sproporzionati ». Che sia per ragioni etiche, pratiche o prudenziali poco importa, l'Europa ieri è partita per una nuova crociata. In attesa di elaborare un approccio comune, ammesso che alla fine si riveli possibile, si sta già muovendo a ranghi sciolti. La Germania appare scatenata almeno quanto l'Olanda.

Nel Paese che gridò alle «locuste » del capitalismo, i socialisti premono dentro il Governo di Angela Merkel per varare una legge che fissi, come in Francia, a 1 milione di euro il tetto sulla quota delle retribuzioni dei top manager che le società possano dedurre dai profitti tassabili. Del resto, quando l'industria tedesca respinge l'introduzione del salario minimo nazionale – ma poi uno studio rivela che il potere d'acquistodei lavoratori è sceso del 3,7% negli ultimi quattro anni mentre nel solo 2007, tra l'altro l'anno del divorzio da Chrysler, i compensi del board di Daimler sono lievitati del 45% – le pressioni diventano comprensibili.


(fonte: ilsole24ore)

14 mag 2008

Ricchi e poveri!


Soffia burrascoso il vento delle polemiche sull'iniziativa dell'Agenzia delle Entrate di pubblicare online i redditi degli italiani del 2005.
Chi sono i veri ricchi e poveri d'Italia? Guadagnano più i ristoratori o gli idraulici? I benzinai o i panettieri? Gli assicuratori o gli avvocati? A tracciare il bilancio una ricerca dell'Agenzia stessa, «Studi di settore: principali evidenze registrate nei periodi d'imposta dal 1998 al 2005», che riporta la graduatoria dei primi 46 studi, corrispondenti al 75% circa dei ricavi complessivi dichiarati e al 74,2% dei redditi complessivi.

Dalla hit parade reddituale emerge che un lavoratore autonomo medio si attesta intorno ai 31.000 euro l'anno, sebbene siano significativi i casi di scostamento dalla media sia in positivo che in negativo.

Facendo i conti in tasca ai professionisti come si compone la classifica dei redditi?
(Gli stipendi qui di seguito riportati sono annuali)
Tabella
I dati sono relativi ai primi 46 studi che rappresentano 2,19 milioni di contribuenti (il 66,8% dei contribuenti per il 75,6% dei ricavi e il 74,25% dei redditi ).

Categorie Reddito medio (in migliaia di euro)
Notai 436
Farmacie 135
Studi medici 56
Commercialisti 54
Fabbricazione macchine 53
Fabbric. prodotti gomma 50
Studi Legali 49
Fabbricazione motori 46
Lavorazione metalli 46
Odontoiatri 45
Ingrosso macchine utensili 42
Assicuratori 41
Ingegneri 41
Fabbric. macchine ufficio 34
Com. ingrosso elettrodomestici 33
Agenti di commercio 32
Agenzie immobiliari 32
Ferramenta 31
Costruzioni 30
Editoria e stampa 30
Elettricisti e idraulici 28
Fabbricazione calzature 28
Softwarehouse 28
Com. ingrosso alimentari 26
Negozi accessori autoveicoli 26
Servizi pulizia 25
Panettieri 24
Fabbric. mobili, divani 23
Fabbric. porte, finestre 23
Ingrosso tessuti e abbigliamento 22
Com. ingrosso ortofrutta 21
Imbianchini 21
Meccanici 21
Accessori abbigliamento 19
Alberghi 19
Benzinai 19
Negozi mobili 18
Autosaloni 16
Negozi alimentari 16
Agenzie di viaggio 15
Camionisti 15
Ristoratori 15
Bar, caffè e gelaterie 14
Macellai 14
Negozi elettrodomestici 12
Negozi abbigl. e scarpe 11
Reddito medio 31

Fonte: Ufficio Studi Agenzia delle Entrate


fonte

13 mag 2008

Una storia di successo...


A un certo punto la gente che lo conosceva come abile professionista, i manager che magari lui stesso aveva selezionato nella sua carriera di cacciatore di teste, vedendolo pulire tavoli e servire hamburger in corso Vercelli si fece l’idea che a Mario Resca la fortuna avesse girato le spalle : «Poveretto, è finito a fare il cameriere da McDonald’s», dicevano, e lo stupore si mescolava con la commiserazione ma anche chi lo sa con la soddisfazione che spesso accompagna l’assistere alla caduta di un personaggio baciato dal successo più di noi.
Era il 1992 e Mario Resca era pur sempre presidente di alcune società certo in crisi e da tirar fuori dalle peste, d’altra parte era proprio quello il suo lavoro : ma non bastava guidare, per esempio, un marchio storico come Sambonet per far smettere i ‘rumors’ secondo i quali "Resca da McDonald’s probabilmente arrotonda". Ieri, come oggi, lui ride di gusto raccontando questo aneddoto che in fondo non fa che confermare una carriera e una storia personale di successo e tenacia. Perché era vero che il sabato e la domenica faceva il cameriere, e se è per quello in sala e in cucina c’erano anche la moglie e i quattro figli, ma il ristorante l’aveva comprato per 850 milioni, "molto di più di quello che oggi costa ai miei licenziatari", sottolinea. Per capire perché l’avesse fatto, e come abbia poi saputo trasformare un’avventura economica zoppicante come era in quegli anni McDonald’s in Italia in un grandissimo successo, bisogna qualche passo indietro e raccontare lui.
Mario Resca è di Ferrara, ci è nato nel ’46. Suo padre faceva l’operaio, sua madre stava in casa, con pochi soldi e una regola ferrea : chi va bene a scuola va avanti, chi no, va a lavorare. Mario ha quasi la media del 9, quindi va avanti, anche se aiutare la famiglia gli tocca comunque : a 12 anni dà ripetizioni, poi fa il macellaio. La mamma lo vorrebbe ragioniere e poi impiegato in banca, posto sicuro.
Il ragazzo invece ha in testa dell’altro, e grazie ai voti eccellenti ottiene una borsa di studio alla Bocconi di Milano, dove offrono vitto e alloggio. Compra all’Upim una valigia di cartone, gli amici lo accompagnano alla stazione e va. In tasca ha 10.000 lire. Appena sceso dal treno si fa spennare come un pollo da uno che fa foto ricordo : 2.000 lire se ne vanno subito, e lui si dà del cretino perché ci è cascato, in mano gli resta solo una ricevuta stropicciata. Ma Milano non è Roma, o Napoli , e anche chi tira bidoni ha una sua etica : se è vero che ha pagato oro quello scatto in Stazione, è anche vero che la foto dopo un po’ arriva.
Alla Bocconi gli studenti si danno un sacco di arie, gli unici davvero amichevoli sono i meridionali. Nel pensionato ci sono 180 ragazzi e altrettante ragazze, c’è molta goliardia ma anche molta durezza di studi. Compagni di università sono Claudio Demattè, Mario Monti, l’editore Alessandro Dalai. Mario Resca è uno che brucia le tappe : al secondo anno si sposa e ha il primo figlio, quando ha 22 anni ha la seconda, che chiama Alessandra Giordana in omaggio a Giordano Dell’Amore, il mitico rettore che è anche relatore della tesi e che l’ha in simpatia, «Forse perché anche lui, come me, da ragazzo aveva fatto il macellaio». Per inciso, nel corso di Resca erano partiti in 600, ma alla laurea in quattro anni arrivano in quattro, e uno di quelli è lui.
A Milano l’ex ragazzo ferrarese è gratissimo: «Mi ha dato la possibilità di provare e trovare me stesso». Lo spirito dell’uomo è questo : sfidarsi continuamente. «Non volevo paracadute», racconta. Per questo, dopo un anno troppo facile a fare il giornalista, decide di andare a lavorare in banca. Non una banca qualsiasi, come avrebbe voluto la sua mamma, bensì il tempio dell’imperialismo americano, la Chase Manhattan Bank di David Rockfeller, dove tra parentesi gli offrono uno stipendio più basso del giornale dove lavora. Non basta : la Chase è «Un posto dove per fare carriera ci volevano due requisiti, sapere perfettamente l’inglese e avere un sacco di buone relazioni».
Naturalmente lui non sa l’inglese e poiché nasce povero non conosce nessuno. Ma ce la fa : in un anno e mezzo ha bruciato tutte le tappe e torna a Milano. In città lavora per una finanziaria del gruppo Fiat come merchant banker , ma non dura a lungo. Diventa cacciatore di teste per la Egon Zehnder. Il mestiere è nuovo, Resca pensa che lo farà per sei mesi : rimane 15 anni, «Perché non c’è niente di più definitivo del provvisorio». È un lavoro che appaga il gusto della sfida : non solo di trovare manager si tratta, ma di fare il consulente aziendale, ovvero di essere per le imprese quello che il medico è per il malato. «Il principio è che le aziende durano quando, oltre ad avere un buon prodotto, hanno un’etica», dice.
E’ a questo punto, a cavallo tra il ’91 e il ’92, che entra in scena McDonald’s : il colosso del panino in Italia vivacchia , i ristoranti sono pochi, lo sviluppo procede a rilento, gli americani si sono fatti l’idea che l’Italia, tra burocrazia e tangenti, non sia affidabile. «Si viveva di luoghi comuni : gli americani pensavano che gli italiani con cui avevano a che fare fossero pizzaioli disonesti. Erano ricambiati dalla convinzione che gli americani fossero dei coglioni coi soldi». McDonald’s chiede aiuto a Resca. «Erano molto delusi, in 8 anni avevano aperto solo 12 ristoranti, volevano lasciare l’Italia». Il marchio era perdente. Musica per le sue orecchie.
«Volevano che facessi io il licenziatario. Io risposi che avevo ben altro da fare. Loro hanno fatto una cosa furbissima, mi hanno sfidato : mettendomi in mano dal sabato al lunedì il ristorante di corso Vercelli». Così è cominciata. Certo Resca ha pulito i tavoli, ma evidentemente li ha puliti bene, se in due anni il fatturato del locale di corso Vercelli è passato da 2,6 a 4,5 miliardi di lire. Da quel successo, gli americani hanno capito che avevano fatto bene a sfidarlo, e hanno rilanciato, proponendogli di prendere la guida di McDonald’s Italia. Oggi i ristoranti sono 280, 108 dei quali nel Sud, i dipendenti sono 12.000, e altri 10.000 se ne aggiungeranno nei prossimi tre anni. Come dicono da McDonald’s per sentirsi bravi, «Mica male, per aver cominciato 15 anni fa con un panino».


ilsole24ore

12 mag 2008

L'indiano d'acciaio


Lakshmi Mittal




MILANO - “Sono da sempre un grande estimatore della cultura imprenditoriale americana. E’ un perfetto esempio di società meritocratica, in cui duro lavoro e successo vengono esaltati. Gli stessi valori che abbiamo sposato nel nostro gruppo e che ci hanno permesso di diventare il primo gruppo al mondo nell’acciaio”. A parlare è Lakshmi Mittal, presidente della Arcelor Mittal, primo produttore al mondo dell’acciaio, in una recente intervista a Forbes, la rivista americana che, grazie al suo patrimonio personale di 32 miliardi di dollari, lo ha incoronato quinto uomo più ricco del pianeta.
Indiano di origine e britannico di adozione (con tanto di doppio passaporto), Mittal, 57 anni, è nel gotha dell’economia mondiale un perfetto esempio del self made man. In trent’anni è riuscito a costruire un impero, che si estende su quattro continenti. Ma non è stato sempre tutto in discesa per l’attuale miliardario. Nato nell’India del Nord, nello stato del Rajasthan, in un villaggio senza elettricità ed acqua corrente, Mittal si laurea in Commercio all’Università di Calcutta. I primi passi li muove, agli inizi degli anni ’70, nell’azienda del padre, proprietario di un piccola acciaieria.
Nel 1976, il futuro magnate si sposta con la sua famigli in Indonesia, dove fonda la prima società di investimento e comincia a rilevare compagnie pubbliche in difficoltà. Da allora, Lakshmi ha costruito l'impero Mittal a furia di acquisizioni. La prima operazione di rilievo che gli permette di raddoppiare la sua produzione arriva nel 1989 con l’acquisizione della Iron and Steel Company di Trinidad e Tobago, che prima del suo intervento perdeva 1 milione di dollari al giorno. A quel punto comincia l'espansione in Messico (dove rileva la Sibalsa) , Canada (Sidbec-Dosco), Irlanda, Germania, Kazakhstan, Romania, Stati Uniti.
La vera svolta arriva nel 2004, quando con un paio di mosse azzeccate soffia alla lussemburghese Arcelor il primo posto nella produzione dell’acciaio. Dalla fusione tra le olandesi LNM e Ispat International (entrambe controllate da Mittal) e la successiva acquisizione di un nome storico della siderurgia americana, la International Steel Group, dà vita alla Mittal Steel Ma è il suo più recente colpo ad essere ricordato come il suo più grande capolavoro. Con grande sorpresa del mercato, nel gennaio dello scorso anno, la Mittal Steel lancia un’offerta d’acquisto ostile per rilevare Arcelor. La strategia è chiara: unire le forze con il suo principale concorrente per acquistare un potere contrattuale più forte in un mercato, come quello della produzione dell’acciaio, altamente frammentato. Da quel momento parte una battaglia, durata cinque mesi, le cui vicende vanno al di là dei confini finanziari dell’operazione. In gioco, c’erano le sorti di un’industria del Vecchio Continente, cioè la Arcelor. Un gigante in cui erano confluite le ex acciaierie di stato di Francia, Spagna, Belgio e Lussemburgo. E il rischio che finisse nelle mani di un indiano non andava giù a molti.
Innanzitutto a Guy Dollè, presidente francese della Arcelor. Evidentemente preoccupato di dover rinunciare alla sua poltrona, aveva esternato più di una volta il suo disappunto nei confronti dell’offerta lanciata da Mittal, con dichiarazioni a dir poco sopra le righe: “Ci vogliono comprare con moneta da scimmie. Nell’acciaio noi siamo il profumo, loro l’acqua di colonia”. Nel polverone di quei mesi, contro di lui era sceso in campo anche l’ex ministro dell’economia francese Thierry Breton che aveva deplorato la scalata ostile dell’imprenditore indiano come “un modo di procedere che non corrisponde a quelli moderni”. Il finale della storia ha dato ragione a Mittal. Imperturbabile alle critiche, lui è andato avanti. E dimostrando di conoscere bene le regole di mercato, a maggio dello scorso anno è riuscito a convincere il consiglio di amministrazione della Arcelor che la sua era un’offerta che “non si poteva rifiutare”. E così, quella che inizialmente era ostile, si è trasformata in un’offerta amichevole, da cui è nato Arcelor-Mittal, un colosso da 55 miliardi di euro di fatturato, in grado di produrre circa 100 milioni di tonnellate di acciaio all’anno con oltre 300 mila dipendenti in tutto il mondo. Per il magnate indiano deve essere stata una bella rivincita mostrare all’establishment europeo che l’India non è più il paese degli incantatori di serpenti. A un anno e mezzo di distanza, la riabilitazione di Mittal è tale che lo scorso mese la Eads, società leader europea nel settore aerospaziale, riconoscendo le sue doti da bravo manager, lo ha chiamato a sedere nel consiglio di amministrazione del gruppo come consigliere indipendente.
Ma la fama del nuovo barone mondiale della siderurgia va oltre l’acciaio. Nel Regno Unito, Mittal è considerato un personaggio molto influente anche grazie ai suoi rapporti con il partito laburista. Relazioni che in qualche occasione hanno pure fatto scandalo. Come quando, nel 2001, l’ex premier britannico Tony Blair scrisse personalmente all’allora primo ministro rumeno, Adrian Nastase, per caldeggiare la vendita a Mittal delle acciaierie di stato Sidex. L’affare, del valore complessivo di 450 milioni di euro, andò a buon fine nel giro di un paio di giorni dall’arrivo della lettera. L’anno successivo, la storia uscì allo scoperto creando non poche polemiche soprattutto perché risultava che il magnate indiano avesse, solo qualche mese prima dell’affare Sidex, staccato un generoso assegno da 200 mila euro al partito laburista.
E quella non è l’unica volta in cui Mittal, nonostante la sua immane ricchezza, si è guadagnato la fama di ricorrere a mezzi non sempre trasparenti. Anche se si tratta della sua vita privata. Qualche anno fa, la London School of Economic, una delle Università inglesi più prestigiose, lo accusò pubblicamente di aver ritirato la sua “donazione” di 300 mila euro all’istituto, dopo che la figlia non aveva superato l’esame di ammissione all’ateneo.
Riservato sulla sua vita privata, vegetariano e patito dello yoga, Mr. Mittal non disdegna il lusso. Oltre che per la sua ascesa nel gotha dell’economia mondiale, i riflettori della stampa mondiale sì sono accesi su di lui quando, qualche anno fa, ha comprato per 100 milioni di euro la residenza privata più costosa di Londra. Dal fondatore della Formula uno, Bernie Ecclestone, ha rilevato una villa con 12 camere da letto, sale e saloni, una grande piscina coperta che ha adornato con pietre e marmi della stessa qualità del Taj Mahal, una delle meraviglie del mondo. Una residenza a due passi da Kensigton Palace, dove viveva la principessa Diana, e a fianco a quella del sultano del Brunei. Anche per i suoi due figli non ha mai badato a spese. Al maschio, Aditya, che a poco più di trent’anni siede nel consiglio di amministrazione dell’azienda di famiglia con la carica di direttore finanziario, ha regalato una villa da 20 milioni di euro. Alla figlia, Vanisha, sono andate una casa nella esclusiva zona londinese di Myfair, oltre ad un matrimonio da favola. Si narra di una festa durata una settimana, in occasione della quale papà Lakshmi ha affittato un castello in Francia e organizzato per l’evento un concerto con la star della musica Kylie Minogue.
La vita del re dell’acciaio sembra dunque un perfetto esempio della parabola indiana, che da paese povero è ora una potenza economica .C’è da chiedersi se il suo destino era segnato nel suo nome: Lakshmi è il nome della divinità indù della fortuna e della prosperità. Mai un nome appare più azzeccato, quando il cognome è Mittal.

Articolo tratto da Uomini&Business (novembre 2007)

10 mag 2008

Lavoro e merito in Italia

Vorrei segnalare "Mal di merito" di G. Floris, un libro sul malcostume italiano della raccomandazione, ben diversa dalla più innocente "segnalazione".
Il testo analizza il fenomeno per cui persone manifestamente inadatte si vedono assegnare ruoli di varia responsabilità, indipendentemente dal merito effettivo.
All'interno, una serie di tabelle illustra come l'Italia perda sistematicamente il confronto con gli altri paesi europei in termini di età della classe dirigente, opportunità, preparazione, premiazione del valore di ciascuno.

6 mag 2008

Il business dei blog



L'illusione è diventata realtà: il valore di alcuni blog è schizzato alle stelle grazie all'arrivo della pubblicità. Ecco la top ten dei più ricchi



Pettegolezzi su star e personaggi politici, scoop sulle ultime novità high-tech, voci e analisi su Wall Street: sono gli argomenti che rendono più popolari e redditizi i blog, i siti Internet scritti come lettere, diari o commenti. Uno di essi, 24/7 Wall Street (24/7 significa «al lavoro» 24 ore al giorno per sette giorni la settimana, cioè sempre), ha calcolato il valore dei più gettonati fra gli indipendenti (non affiliati a gruppi media), in termini di fatturato pubblicitario, costi di gestione e tasso di crescita. Ecco i primi dieci.

«La fonte di notizie e pettegolezzi sui media a New York»: così si definisce Gawker, il blog (nato nel dicembre 2002) più famoso del gruppo gestito da Nick Denton, 42 anni, giornalista ex Financial Times , ora residente a Manhattan. La sua fortuna personale vale 180 milioni di euro, secondo il Sunday Times . La dozzina di blog del suo gruppo — da Wonkette (politica Usa) a Fleshbot (porno) — dichiara 30 milioni di visitatori unici al mese, un traffico raddoppiato nell'ultimo anno. Sulla base degli introiti pubblicitari di una pagina (20 dollari per mille clic, da più inserzionisti), il valore totale di Gawker properties può arrivare a 150 milioni di dollari, vale a dire 96 milioni di euro.

Tutte le «voci» e anticipazioni possibili sul mondo Mac, cioè sui prodotti Apple dal MacBook all'iPhone: le offre il blog MacRumors, partito nel 2000 e in continua crescita, grazie alla popolarità globale del suo soggetto. Oggi conta 544 mila visitatori unici al mese e 180 mila membri dei suoi forum. La sua pubblicità vale almeno 30 dollari per pagina (ogni mille clic), in tutto 12 milioni di dollari di fatturato e 85 milioni di dollari di valore del sito, cioè 54 milioni di euro.

The Huffington Post è l'aggregatore di blog, prevalentemente politici e di sinistra, che ha pubblicato lo scoop sul discorso snob di Barack Obama a San Francisco (quello su religione e armi come «rifugio» della gente «incattivita» dalle condizioni economiche negative). Grazie all'attenzione del pubblico sulla campagna elettorale per la Casa Bianca e, in particolare, alla lotta fra i due candidati dei Democratici, il suo pubblico è cresciuto a 3,7 milioni di visitatori unici in febbraio, per la prima volta più del rivale conservatore Drudge Report. L'ha fondato tre anni fa Arianna Huffington, 57 anni, commentatrice passata dall'area conservatrice a quella liberal, che ora vuol farne un vero giornale su Internet completo: dalle notizie locali allo sport. L'anno scorso ha raccolto 5 milioni di dollari da investitori, il che porta a stimare la sua impresa attorno ai 100 milioni di dollari (dunque, sui 45 milioni di euro); ma secondo 24/7 Wall Street vale di meno, attorno ai 70 milioni di dollari (circa 45 milioni di euro), perché dal 2009 calerà l'interesse per la politica, mentre resteranno alti i costi del blog.

Un altro blog di pettegolezzi, questa volta su Hollywood, è PerezHilton, fondato nel 2004 da Mario Lavandeira, 30 anni, gay di origini ispaniche, e presto diventato un sito cult per il mondo in cui bistratta le star e celebrities come Paris Hilton. Se sono accurate le stime di 1,3 milioni di visitatori al mese e 191 milioni di pagine viste al mese, può incassare 900 milioni di dollari pubblicità al mese, con costi ridotti all'osso perché fa quasi tutto Lavandeira dalla sua casa a Los Angeles. Valore totale: 48 milioni di dollari, circa 31 milioni di euro.

TechCrunch è uno dei blog più autorevoli nel campo delle nuove tecnologie e delle novità della Silicon Valley. L'ha fondato tre anni fa Michael Arrington, 38 anni, che lo gestisce dalla sua casa-ufficio con quattro collaboratori. In febbraio ha totalizzato 900 mila visitatori unici, un'audience relativamente ristretta ma molto qualificata per gli inserzionisti, che pagano complessivamente fino a 30 dollari per pagina (per mille clic). In tutto, compresa l'attività di conferenze collegata, il blog può valere 36 milioni di dollari, intorno ai 23 milioni di euro.

Più vecchio (è nato nel '98) degli specializzati sull'high- tech è il blog Ars Technica, basato in Massachu-setts: il suo pubblico (800 mila visitatori e 6 milioni di pagine viste al mese) è molto selezionato e per questo considerato «premium» dagli inserzionisti, che pagano fino a 40 dollari per pagina (per mille clic). Quindi, in tutto, può valere 15 milioni di dollari, circa 10 milioni di euro; lo stesso si dica per Seeking Alpha, il più grande collettore al mondo di blog finanziari, dove il costo della pagina per gli inserzionisti è analogo.

Molto frequentato (1,8 milioni di visitatori unici e 9 milioni di pagine viste al mese), ma con poca pubblicità è Drudge Report, il blog di scoop, notizie e commenti di Matt Drudge, 42 anni, diventato famoso per avere lanciato nel 1998 l'anteprima sullo scandalo Monica Lewinski (l'amante dell'allora presidente Bill Clinton).
Però ha costi operativi molto bassi e alla fine il suo valore può arrivare a 10 milioni di dollari, circa 6 milioni di euro.

Chiudono la «top ten» altri due blog su tecnologie e dintorni: Mashable — focalizzato sui siti di social networking, come MySpace e Facebook — e GigaOm, uno dei più autorevoli al mondo, con un largo seguito nella Silicon Valley. Valore stimato: 6 milioni di euro uno, cinque l'altro.

Maria Teresa Cometto
corriere

Warren Buffett


L'Oracolo di Omaha


Milano. La sua straordinaria ricchezza non è frutto di imprevisti “colpi di fortuna”, come qualcuno potrebbe pensare. Il suo immenso impero finanziario lo ha realizzato tutto a tavolino, scegliendo personalmente le società su cui investire. “Ogni volta che decido di comprare un’azienda, per prima cosa immagino come sarà il suo bilancio tra dieci o vent’anni. E per farlo, devo capire fino in fondo il tipo di business e il mercato in cui opera”, ripete spesso.
A 77 anni appena compiuti, Warren Buffett resta il migliore investitore vivente del mondo, forse il più bravo di tutti i tempi. Una fama guadagnata sul campo, dimostrando in quasi mezzo secolo di attività di avere un fiuto eccezionale, se non infallibile, per gli affari. No, non si esagera. Basta dire che, partendo dal nulla, Buffett è diventato il secondo uomo più ricco del mondo, alle spalle del suo amico e compagno di bridge, Bill Gates, il fondatore della Microsoft.
E poi, i numeri non mentono. Nel lontano 1962 ha versato 7,4 dollari per rilevare la Berkshire Hathaway, la società attraverso cui gestisce tutt’ora i suoi affari. Nel 1970 gli stessi titoli erano già saliti a 42 dollari ma nel ’95 il loro prezzo era balzato a 30.000 dollari mentre oggi per un’azione Berkshire ci vogliono addirittura 120.000 dollari. Insomma, Buffett è un indiscusso mago della finanza.


Le classifiche dicono che siede su una fortuna personale di oltre 52 miliardi di dollari in contanti. Una montagna di quattrini che ha messo insieme restando sempre fedele a se stesso e alla sua celebre strategia orientata alla creazione di valore: investire in società economicamente solide, attive in business sicuri, acquistandole a prezzi ragionevoli, meglio ancora se stracciati. Un metodo tutto sommato semplice, applicato in maniera scientifica, che gli addetti ai lavori hanno ribattezzato Buffettology.
Dozzine di libri, migliaia di articoli e almeno un centinaio di siti hanno analizzato negli anni la strategia di Buffett, cercando ogni volta di sviscerare l’essenza del suo successo con i soldi. Ma il vero segreto, forse, è la meticolosa costanza con cui si è attenuto alla sua filosofia d’investimento. In vita sua Buffett non ha mai fatto trading di Borsa o speculazioni di breve periodo, preferendo sempre investimenti di lunga durata in poche e ben selezionate società. E’ stato questo il suo paracadute contro i cicli dell’economia e quelli della Borsa. E, alla fine, ne è uscito vittorioso.
E’ stato molto bravo a non cedere alle sirene del mercato. Non lo ha fatto, ad esempio, all’epoca della New Economy. “Io non sono così intelligente da distinguere un buon affare da una fregatura, le pepite dai sassi”, diceva a quell’epoca mentre, giorno dopo giorno, vedeva i titoli della Berkshire Hathaway precipitare a 40.000 dollari, sui valori di dieci anni prima, e il Nasdaq, il listino tecnologico di Wall Street, svettare verso nuovi record. Ma lui non si scomponeva. Non faceva altro che applicare alla lettera la sua regola chiave: investire solo in imprese solide con un business comprensibile. La maggior parte delle aziende hi-tech non aveva mai visto un utile e molte non avevano nemmeno un business da offrire, ma solo promesse. Come è andata a finire lo sappiamo. La bolla è scoppiata, un’infinità di soldi è stata spazzata via dall’”euforia irrazionale” di quel periodo, e Buffett ha avuto la sua rivincita.
Più di recente, la sua leggenda di grande genio della finanza ha trovato conferma durante la crisi d’agosto delle Borse mondiali. Negli ultimi anni, mentre a Wall Street i fondi di private equity compravano tutto il comprabile a prezzi folli indebitandosi per cifre mostruose, Buffett se ne è stato perlopiù alla finestra. La sua regola dice infatti di acquistare solo a prezzi ragionevoli, e i multipli in circolazione non lo erano. Adesso che il mercato si è sgonfiato e gli squali di Wall Street annaspano sotto il peso dei debiti, lui torna alla ribalta. Quando il prezzo è giusto, “posso spendere più velocemente di Imelda Marcos” ha confidato qualche settimana fa al Wall Street Journal alludendo alla passione per lo shopping che la consorte dell’ex dittatore delle Filippine aveva coltivato negli anni da first lady. E oggi molti gruppi finanziari in difficoltà guardano fiduciosi a lui come possibile Cavaliere Bianco per uscire dai guai.
Non c’è voluto molto per fargli conquistate il soprannome di “Oracolo di Omaha”, dal nome della cittadina del Nebraska che gli ha dato i natali e da dove, ancora oggi, dirige il suo impero. A differenza di George Soros, l’altro grande guru della finanza che si è trasferito dall’Ungheria in America in cerca di fortuna, Buffett in America ci è nato. Anzi, qui affondano le sue radici. Qualcuno lo ha perfino un po’ irriverentemente definito un “pezzo da museo” della storia americana.
A ripercorrere il suo passato e a leggere il suo presente, si ha l’impressione che una parte del suo successo nasca proprio da lì, dall’attaccamento alle tradizioni della sua terra. Non a caso Buffett ha scelto di vivere e lavorare lontano dalla frenesia di Wall Street. Nella rassicurante tranquillità ovattata di Omaha si sente al riparo dalle mode passeggere del più grande mercato finanziario del mondo, che continua a guardare con un certo distacco.

Buffett è un miliardario molto atipico. “Negli anni ha incontrato migliaia di studenti, spesso in sessioni informali dove affiorano meglio il suo umorismo e la sua etica. Sono convinta – dice di lui la sua grande amica Melinda Gates, moglie del numero uno di Microsoft - che le sue idee più brillanti nascono proprio in quelle occasioni, piuttosto che nelle compassate riunioni di Wall Street. Quasi tutto quello che so del mondo degli affari me lo ha insegnato Warren: una sola giornata con lui vale come sei mesi in una business school”.
Nato il 30 agosto 1930, Buffett coltiva fin da piccolo la passione per gli affari, che condivide con il padre, affermato broker finanziario. Leggenda vuole che a 11 anni acquistò le sue prime azioni e che a 14 investì i primi guadagni in un appezzamento di terreno che poi affittò a pastori locali. Il giovane Warren inizia dunque presto a prendere confidenza con il denaro.
Arrivano gli anni dell’università. Si laurea in economia all’Università del Nebraska e consegue il master in Business Administration alla Columbia Business School, dove incontra Benjamin Graham, analista di successo e padre della cosiddetta “value strategy” che ha spiegato in un libro, The Intelligent Investor, pubblicato per la prima volta nel 1947. Un libro e una teoria da cui Buffett viene folgorato e che segneranno in profondità la sua formazione e la sua attività di investitore.
E’ la realizzazione di un sogno quando, appena finiti gli studi, trova impiego come analista finanziario presso la Graham-Newman, la società di investimenti dello stesso Graham, dove rimane fino al 1956, ossia fino al momento in cui il suo maestro si ritira a vita privata. Buffett decide allora di lasciare Wall Street e torna a Omaha. Qui inizia a gestire per qualche anno – con enorme successo - i patrimoni di parenti e conoscenti attraverso una propria società.

Intanto nel 1962 rileva per pochi dollari la Berkshire Hathaway, un disastrato gruppo tessile dal futuro incerto. In tempi record, risana l’azienda e la rimette sul mercato. Ben presto, però, inizia a utilizzare la compagnia come una sorta di fondo di investimento scorazzando in lungo e in largo sul listino di Wall Street. Oggi la Berskshire è una conglomerata da 168 miliardi di dollari, attiva soprattutto nelle assicurazioni, il settore preferito da Buffett e quello più redditizio, ma con partecipazioni dirette in più di 70 aziende americane - dalla moda all’alimentare, dai trasporti all’arredamento – attraverso quote significative in gruppi di primo piano come Coca-Cola, American Express, Procter&Gamble, Johnson&Johnson, Kraft per citarne solo alcuni.
Dal 1970 la lettera agli azionisti della Berkshire Hathaway, scritta personalmente da Buffett, resta uno degli avvenimenti finanziari più attesi e seguiti dai mercati mondiali. L’assemblea degli azionisti, denominata dalla stesso Buffett la “Woodstock del Capitalismo”, attira ogni anno una folla di oltre 20.000 piccoli azionisti. Si presentano a Omaha da ogni angolo del pianeta per poter interrogare di persona il loro Oracolo: nessuna indicazione su singoli titoli, come da tradizione, ma di suggerimenti su come comportarsi in campo finanziario ne arrivano tanti.
Oggi la fama di Buffett è più alta che mai, al pari della sua bravura. Lo scorso luglio due gestori di fondi si sono aggiudicati una cena con il finanziere, messa in palio per beneficenza sul sito d’aste online eBay, pagando la stratosferica cifra di 650.100 dollari, qualcosa come 480.000 euro, la seconda somma più elevata finora raggiunta nelle aste di beneficenza del popolare sito americano.
Eppure l’età incalza anche per il saggio di Omaha. Nella lettera agli azionisti dell’anno scorso ha confidato di aver già scelto il suo successore, rifiutandosi però di svelarne l’identità. Gli indizi portano a Tony Nicely, 63 anni, attuale presidente del gruppo assicurativo Geico, la stella più brillante della galassia Berkshire. E’ possibile che sia proprio lui l’erede di Buffett. Ma tutti sanno già che, per quanto bravo possa essere, non riuscirà mai a eguagliare il suo maestro.
Nel frattempo, Buffett non molla. E insieme al suo fidatissimo braccio destro - Charles Munger, 84 anni, vice-presidente della Berkshire - continua a occuparsi di affari. Meticoloso e razionale in maniera quasi maniacale, Buffett non guadagna per il gusto di spendere o per l’avidità di possedere. Lavora per passione. La finanza è tutta la sua vita e, soprattutto, non gli ha cambiato l’esistenza. Sempre molto disponibile e alla mano, questo super miliardario continua a vivere una vita comune, per certi versi perfino parsimoniosa.

Abita nella stessa villetta di stucco grigio alla periferia di Omaha che acquistò nel 1965 per 31.500 dollari. Pranza quasi ogni giorno nello stesso ristorante dove ordina una bistecca al sangue e Coca Cola, come un americano qualsiasi, e guida da solo la propria auto. La tecnologia continua a non sedurlo: non ha un computer e non sa usare la e-mail. L’unica frivolezza hi-tech pare sia un telefonino, che ha iniziato a usare da poco più di un anno.
Si racconta che la prima moglie, Susie, lo abbia abbandonato perché non le lasciava rinnovare l’arredamento di casa. Forse sono solo maldicenze. Sposata nel ‘52, sono stati insieme fino al ’77. Poi hanno vissuto da separati senza mai divorziare fino alla sua morte, nel 2004. Più morigerata nelle spese è certamente la seconda moglie, Astrid, ex cameriera d’origine lituana, che gli è stata presentata dalla prima moglie e che Buffett ha sposato solo l’anno scorso dopo una lunghissima convivenza.
Anche i tre figli – Susie, Howard e Peter - avuti dalla prima moglie sono cresciuti in maniera spartana e senza troppe concessioni. E rischiano inoltre di ereditare solo una piccolissima fetta dell’ingente fortuna messa insieme dal padre. Nel giugno del 2006, Buffett ha infatti colto tutti di sorpresa annunciando di voler donare in beneficenza l’80% del suo patrimonio, gran parte del quale andrà alla Bill & Melinda Gates Foundation. Si tratta in assoluto della più grande donazione della storia che fa di Buffett l’uomo più generoso del pianeta.

Tra i pochi piaceri da nababbo a cui non ha saputo resistere c’è la passione per gli aerei. Ha un Jet tutto suo che ha ironicamente chiamato The Indefensible (L’Indifendibile), dopo che in passato aveva criticato quei manager che ne possedevano uno. Buffett è infatti impegnato da tempo in un’inconsueta (per un miliardario) campagna moralizzatrice. Fosse per lui, i ricchi dovrebbero pagare più tasse e i top manager delle aziende americane dovrebbero guadagnare di meno. “E’ assurdo che la mia segretaria paghi il 30 per cento di tasse sui redditi e io invece versi all’erario appena il 17 per cento dei miei utili”, ripete spesso. E per dare il buon esempio si è tagliato lo stipendio: solo 100.000 dollari l’anno di compensi per la sua carica di presidente della Berkshire Hathaway.
Dalla politica si è tenuto però a debita distanza. Pare che in passato si sia fatto conquistare dal democratico John F. Kennedy ma che, in tempi più recenti, abbia accettato di dare una mano al governatore della California, il repubblicano Arnold Schwarzenegger. Difficile dire per chi si schiererà alle prossime elezioni, anche se si parla di una certa simpatia ‘democratica’ per Barak Obama e soprattutto per Hillary Clinton: “entrambi potrebbero essere bravi presidenti” si è lasciato sfuggire ultimamente, ma il suo voto resta top secret.
La sua indiscussa genialità negli investimenti si accompagna a un’altra straordinaria dote personale, la capacità di valutare chi gli sta di fronte. “Prendi 20 persone che conosci abbastanza bene ma che Warren ha incontrato in maniera casuale. Poi chiedi la sua opinione su ciascuno di loro: ti stupirai nel vedere che li ha inquadrati tutti al primo colpo”, disse di lui una volta uno dei manager più bravi d’America, l’ex numero uno di General Electric, Jack Welch, per anni compagno di golf di Buffett, nonché suo rivale in affari nel business delle polizze automobilistiche:
Non c’è da sorprendersi se alla Berkshire nessun manager è mai stato licenziato e nessuno ha mai abbandonato il suo posto, se non per morte naturale. E non c’è da sorprendersi se l’età media dei suoi collaboratori è piuttosto elevata. D’altronde, tutti gli uomini che occupano le posizioni chiave sono gli stessi scelti e voluti in passato da Buffett.

Si dice che non alzi mai il telefono per sapere come stanno andando gli affari, aspetta che il telefono suoni. Ai suoi manager è solito fare sempre la stessa raccomandazione: “fatemi sapere al più presto ogni brutta notizia. Altrimenti siete liberi di chiamarmi quando volete, una volta al giorno o una volta al mese”.
Ma non si tratta certo di indifferenza. Alcuni suoi collaboratori sono convinti che Buffett impari addirittura a memoria i report che ogni mese gli inviano al quartier generale di Omaha. Racconta un manager: “Posso parlargli per 30 secondi o per 30 minuti, non importa: Buffett non perde una parola di quello che gli dico”.
Ma non si tratta nemmeno di diffidenza. Buffett lascia molta autonomia ai suoi uomini e detesta quando gli chiedono troppi consigli. E’ vero che questo suo stile manageriale gli ha procurato in passato qualche cantonata. Ma è troppo intelligente per non sapere quanto maggiore è il valore di un manager ben motivato. “Ciascuno di noi sente questa grande responsabilità verso di lui”, racconta un suo collaboratore, convintissimo che molti uomini d’affari lavorano di più e meglio ora che sono alle dipendenze di Buffett che non quando erano a capo dell’azienda di loro proprietà.
Da parte sua, Buffett continua a fare quello che gli riesce meglio: decidere dove investire i soldi. Questo è il suo mestiere, da sempre. Ogni società del gruppo si impegna quindi a far confluire la liquidità generata nelle casse della Berkshire e poi ci pensa lui, l’Oracolo di Omaha, a far rendere al massimo quel denaro.
Mai come ora, Wall Street sta tenendo i fari puntati sulle sue prossime mosse. Le ferrovie?, lo yen?, le società di mutui? Buffett può permettersi qualunque colpo. La Borsa scende e la sua Berkshire dispone di un tesoretto di 47 miliardi di dollari in contanti da investire. Insomma, la leggenda dell’Oracolo di Omaha continua.

Articolo tratto da Uomini&Business (ottobre 2007)

2 mag 2008

I 100 più potenti!


LA PRIMA notizia è che il nostro Paese non fa certo una bella figura: nella lista dei cento nomi più influenti del Pianeta, compilata come ogni anno dalla rivista americana Time, appare infatti un'unica personalità italiana. Una donna che, peraltro, da tempo vive e opera molto lontano da qui: parliamo infatti di Sonia Gandhi.

Per il resto l'elenco ricco di leader, imprenditori, artisti e celebrità varie, riserva - come ogni hit parade che si rispetti - alcune sorprese. Esempio: Tony Blair c'è ancora, ma non c'è traccia del suo successore Gordon Brown. George W. Bush vi riappare, ma dopo aver saltato la graduatoria 2007.

Mentre il primato della giovane età va alla quindicenne Miley Cyrus, l'Hannah Montana televisiva, fresca reduce da uno scandeletto legato a foto sexy.

GUARDA LA CLASSIFICA

E le sottolineature, nel bene o nel male, potrebbero continuare, nel classico giochino da classifica su promossi e bocciati. Esempio: tra gli scrittori compare l'autore del Cacciatore di aquiloni, Khaled Hosseini, ma non la vincitrice del Nobel, Nadine Gordimer.

Esclusa sì ma in buona compagnia, visto che anche il vincitore del Nobel per la Pace, Al Gore, non entra nella top 100. Ma in assoluto l'esclusione più clamorosa, guardando la lista nel suo complesso, è quella di Benedetto XVI.

I CRITERI.

Eccoli: fanno parte della lista "i cento uomini e donne il cui potere, il cui talento o il cui esempio morale sta trasformando il mondo". Un calderone che è stato poi diviso in cinque sottosezioni: leader e rivoluzionari (che accomuna personaggi controversi come Moqtada Al Sadr con simboli per la lotta per i diritti umani come il Dalai Lama, e snobbando invece Osama Bin Laden); costruttori e titani; artisti e personaggi di spettacolo; scienziati e pensatori; ed eroi e icone.

CHI C'E' E CHI NON C'E'.

Spulciando l'elenco, continuando sempre nel gioco della torre, vediamo che tra i calciatori appare solo Kakà, su un totale di sei personaggi sportivi citati (tra gli altri l'atleta paralimpico Oscar Pistorius, il ciclista Lance Armostrong e perfino il tennista Andre Agassi, che pure si è ritirato). Tra i musicisti Radiohead, Peter Gabriel, Mariah Carey, Bruce Springsteen, mancano tra gli altri Paul McCartney e Rolling Stones.

Nel cinema, da segnalare Mia Farrow (per l'impegno pro-Darfur, non certo per le interpretazioni da film), il "solito" George Clooney, la coppia Brangelina (considerata un'entità unica), i fratelli Coen, perfino Robert Downey jr, di nuovo in auge dopo anni di tossicodipendenza. Assenti i grandi registi Usa, da Steven Spielberg a Martin Scorsese. LEADER. Oltre a quelli già citati, ci sono - come ovvio - il cinese Hu Jintao, Vladimir Putin, il meno prevedibile boliviano Evo Morales, il governatore della Fed Ben Bernanke.

Tra i desaparecidos tanti personaggi europei: Nicolas Sarkozy, che pure sui media del Vecchio continente ha costituito un tormentone; ma anche Angela Merkel o José Luis Zapatero. Del resto, la graduatoria un po' americanocentrica è: su cento nomi, una sessantina sono made in Usa.

INNOVATORI E/O IMPRENDITORI.

Tra loro troviamo i sono i guru della tecnologia, a cominciare da Steve Jobs, personaggio simbolo di Apple. C'è Steve Ballmer di Microsoft (assente invece Bill Gates, che del resto ha lasciato la gestione operativa del colosso), come pure il co-fondatore della società, Paul Allen. C'è Jeff Bezos di Amazon. Ma ci sono anche magnati provenienti da mondi diversi: dal simbolo trionfante dell'editoria a tutto campo, Rupert Murdoch, a uno dei simboli del boom indiano, Ratan Tata.

DONNE.

La parità è una questione ancora aperta, anche a livello globale: solo un quarto dei nomi sono femminili. Dall'immancabile Oprah Winfrey alla ovvia Hilary Clinton; dalla golfista Lorena Ochoa alla presidente cilena, Michele Bachelet. Tra le assenti, Condoleezza Rice: l'era di Bush sta davvero per finire, anche se lui, l'inquilino della Casa Bianca, un posto al sole nella guaduatoria lo strappa.

RI-NOMINATI.

Sono pochi i personaggi 2008 già citati nel 2007: Clooney, ad esempio; ma anche Barack Obama (la Clinton e John McCain sono invece new entry), e il sindaco di New York Michael Bloomberg. Un segnale della volontà di Time di non registrare semplicemente l'esistente, ma di annusare il nuovo che avanza.

ITALIANI GRANDI ASSENTI.

Né come leader politico, né come imprenditore: il premier in pectore Silvio Berlusconi viene bocciato due volte. Così come qualsiasi altro businessman o uomo delle istituzioni di casa nostra. Nulla da fare anche per gli stilisti, un tempo fiore all'occhiello nostrano. Di personaggi dello spettacolo, neanche a parlarne. E anche gli sportivi non sfondano, a parte brasiliano di nascita, ma milanista di maglia Kakà. Insomma, una debacle. E meno male che c'è Sonia Maino Gandhi, nata in provincia di Vicenza, ma vissuta a Orbassano, nel torinese, dall'età di cinque anni: sarà pure leader dell'Indian National Congress, ma il tricolore ce l'ha comunque nel sangue. (1 maggio 2008)
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