27 feb 2008

Francis Bacon


Francis Bacon, tra modernità e crudeltà Sessanta opere che mettono a nudo le contraddizioni del nostro tempo e per la prima volta la riproduzione dell'atelier londinese dell'artista.



«Non c'è tensione in un quadro, se non c'è lotta con l'oggetto». È da questa lotta, da questo doloroso scontro di anime che nascono i corpi «disciolti» e i volti sfigurati di Francis Bacon (Dublino 1909-Madrid 1992). All'artista che ha dato una faccia al malessere dell'uomo moderno Palazzo Reale, in collaborazione con Skira e Arthemisia, dedica una ricca mostra antologica. Oltre cinquant'anni di carriera raccontati attraverso sessanta opere, bozzetti, fotografie e, per la prima volta in Italia, la riproduzione per immagini dell'atelier londinese dell'artista. Un mondo caotico di carte, oggetti, appunti, colori, in totale contrasto con l'ordine maniacale che regnava nelle due stanzette di fianco che gli facevano da abitazione.


A un passo dal manicomio
Un uomo complesso, pieno di contrasti, capace di dar vita a un'arte complessa e piena di contrasti: eleganti uomini in poltrona dalla faccia deturpata, austeri papi trasformati in fantasmi, sfingi senza volto, inquietanti autoritratti. «Vorrei che i miei quadri apparissero come se un essere umano fosse passato su di essi», con rabbia, potremmo aggiungere noi, con forza e disperazione, come per strappare loro anima e ricordi. I ricordi di un bambino che veniva punito dal padre perché amava vestirsi da femmina. L'anima di un ragazzo che a soli 17 anni fu cacciato da casa e riuscì a sopravvivere grazie a mezzi e mezzucci. «Se Bacon non avesse dipinto sarebbe finito in manicomio», ma non è questo il punto, la grandezza dell'artista sta nell'aver saputo trasformare il suo masochismo, i suoi disturbi psichici (la passione morbosa per deformità e mutilazioni), il suo personalissimo disagio in dolore universale. Non più urlo solitario ma strazio collettivo.



L'intimo universale
Le sofferenze più intime diventano specchio del malessere profondo di una società, quella moderna, figlia del benessere, eternamente vincente, ma di fatto incapace di affrontare la morte e il decadimento. «Ciò che mi interessa è cogliere nell'aspetto esteriore degli individui la morte che lavora dentro di loro. Ogni secondo un po' della loro vita se ne va. E questo è un fatto». Non è un caso quindi se, dopo la prima ispirazione picassiana, sarà nella violenta carica espressionistica di Van Gogh e Munch che Bacon riconoscerà la sua cifra. E sarà attraverso il ritratto e l'autoritratto che ricercherà la giusta sintesi tra realtà apparente e inconscio. Negli anni Cinquanta realizzando figure incorporee e spettrali che dal '60 prenderanno volume e solidità (la serie di ritratti di persone care, da Henrietta Moraes a George Dyer), fino a diventare oggetto di ricercati studi nei grandi trittici degli anni Settanta. Sarà solo alla fine della carriera che Bacon smetterà di lottare con i suoi soggetti, trasformandoli in pura essenza, semplici macchie di colore su sfondi neutri.

corriere

24 feb 2008

Iniziative per l'Innovazione


Voglio sottolineare questa importante iniziativa riportando direttamente le parole del promotore:

Innovazione e globalizzazione sono due tra le parole chiave più “bollenti” che ogni giorno ci sentiamo ripetere. Se non si innova, in questo mondo globalizzato non c’è modo di competere e sopravvivere. Per certi versi, può essere una considerazione amara e quasi crudele. Per altri, peraltro, è anche una sfida alla nostra capacità di rinnovarci come paese, come imprese e anche come persone: è una sfida alla nostra creatività e capacità di generare “cose nuove” che contribuiscano allo sviluppo della società e non solo dell’economia.

Molte sfide dell’innovazione si giocano oggi su due fronti: le tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni (ICT), e il design. L’ICT è il cuore di tutti i moderni servizi, processi e prodotti. Nessuna azienda oggi può svilupparsi in modo convincente in assenza di un uso intelligente e oculato dell’ICT. Non si tratta solo di ottimizzare i processi aziendali, riducendone costi e aumentandone l’efficienza. I nuovi servizi e i nuovi prodotti sono incentrati sull’uso dell’ICT. Ne sono testimoni realtà profondamente diverse come il mondo delle banche (potrebbero oggi esistere senza i servizi di home banking?) o l’industria dei trasporti (su un’auto sono presenti decine di microprocessori che ne controllano funzionamento e sicurezza).

D’altro canto, gli esempi della Apple e di tante aziende del Made in Italy ci dimostrano come l’altra componente strategica di una moderna azienda è il design, inteso nella sua accezione più ampia. Innanzi tutto, esso è lo strumento di progettazione complessiva dell’esperienza dell’utente nell’interazione con un brand, un prodotto o un servizio. Non si tratta solo di fare un “oggetto bello”, quanto di ripensare il valore di un bene e il modo attraverso il quale viene veicolato e reso fruibile all’utente. Ma è importante sottolineare che il design non si occupa solo della progettazione stilistica di “oggetti” quali un elettrodomestico o un automobile. I servizi informatici, per esempio, hanno bisogno di interfacce utente semplici e intuitive, anche e soprattutto per ciò che concerne l’ergonomia e le metafore d’uso.
Si aprono quindi tutta una serie di opportunità per innovare e rivoluzionare servizi, prodotti e processi grazie all’interazione armoniosa e virtuosa di ICT e design. Questa interazione è particolarmente complessa in quanto si tratta di coniugare mondi e culture profondamente diverse che per molto tempo si sono ignorate. Ciò che oggi serve sempre più è un manager capace di comprendere e armonizzare queste due culture, al fine di creare e gestire quei team multidisciplinari che sono lo strumento principe e indispensabile di qualunque processo innovativo.

Per creare queste nuove figure professionali servono nuovi percorsi formativi, che sappiano rivolgersi a manager dinamici, vogliosi di aprire nuovi cammini e percorsi nella propria azienda e nella propria carriera. È necessario saper combinare l’approfondimento delle tematiche discusse in precedenza (ICT e design) con due altri aspetti: una formazione moderna sulla gestione dell’innovazione, e una esposizione a quelle realtà internazionali che definiscono oggi il panorama della moderna competizione globale.

Il Politecnico di Milano, con i suoi consorzi CEFRIEL (ICT) e PoliDesign ha sviluppato un programma molto innovativo che vuole cogliere queste sfide. Si tratta di un Master Internazionale in ICT and Design for Innovation (MIDI, http://www.e-midi.net/ ). Le tematiche copriranno gli aspetti strategici dell’ICT, del design e della gestione dell’innovazione. I corsi verranno tenuti da docenti del Politecnico di Milano e della Nanjang Technological University di Singapore, una delle più prestigiose business school asiatiche. Il master sarà organizzato secondo un formato pensato per executive che lavorano e che non possono staccarsi per lungo tempo dai propri impegni. Le lezioni si articoleranno su quattro periodi di due settimane ogni due mesi a Singapore, presso la Nanjang Technological University (dove si recheranno anche i docenti del Politecnico), per un totale di otto settimane di lezione (circa un anno solare di durata). A questo periodo di formazione in aula, seguirà un project work tenuto presso i laboratori del design del Politecnico di Milano.

Si tratta, in sintesi, di una iniziativa unica che combina aree culturali molto innovative (Design, ICT e gestione dell’innovazione), un’esperienza internazionale in uno dei centri nevralgici dello sviluppo economico e imprenditoriale (Singapore) e una formula molto stimolante rivolta alla creazione di un profilo professionale unico.
Per il Politecnico di Milano è una sfida molto importante, raccolta con entusiasmo per rispondere alle sfide complesse che questo mondo globalizzato ci pone. Sarà certamente anche una sfida molto “challenging” per coloro che vorranno partecipare al master e far parte di questa avventura. Ma possiamo forse tirarci indietro e perdere queste opportunità uniche per competere con successo in Italia e nel mondo?


Fuggetta

19 feb 2008

Miliardari russi


Nella classifica dei miliardari, i russi secondi solo agli americani



La rivista russa "Finans" – ripresa dai più importanti giornali elettronici russi – ha pubblicato la consueta lista di febbraio dei miliardari russi. Quest'anno sono arrivati a 500, calcolando il loro patrimonio in rubli. Se invece lo si misura in dollari, il loro numero scende a 98, rispetto ai 61 del 2007. Secondo le "Izvestija" l'ammontare del patrimonio complessivo in dollari dei 500 magnati è di 715,3 miliardi. La Russia è per numero di miliardari è al secondo posto nel mondo dopo gli USA, avendo superato in questa particolare classifica la Germania.

Il primo in classifica Oleg Deripaska
Con un patrimonio di 40 miliardi di dollari - il doppio di quanto gli si attribuiva un anno fa - occupa il primo posto della lista, staccando di netto tutti gli altri colleghi in ricchezza, l'oligarca Oleg Deripaska, classe 1969, diplomato in fisica all'Università Lomonosov di Mosca e successivamente in economia all'Accademia Plekhanov.
La sua fortuna è strettamente legata all'alluminio di cui cominciò ad occuparsi come CFO in uno dei maggiori complessi russi del settore, il SUAL di Sayan, Siberia., di cui presto divenne direttore generale.
Nel 2000 fonda la holding "Russian Aluminium" – che comprende i principali impianti di produzione di alluminio russi. Successivamente, all'interno del suo Gruppo industriale finanziario "Bazovye Elementy" (Elementi di base), crea un anno fa la più grande società mondiale produttrice di alluminio: la "United Company RUSAL", grazie alla fusione della sua società d'alluminio con la compagnia Rusal (dell'oligarca Roman Abramovich). Fatturato di 12 miliardi di dollari all'anno. Deripaska controlla anche la società automobilistica GAZ , l'industria aeronautica Aviacor e la maggiore società russa del settore assicurativa, la Ingosstrakh, oltre a una società di costruzioni russe "Razvitie", acquistata solo un anno fa.
E' presenta nel settore dei media, in quello del petrolio (Russneft') mentre all'estero ha investito di recente in Cina e Guinea (alluminio) , in Austria e Germania (costruzioni: Strabag, Hochtief, Magna).
Legato all'oligarca Abramovich nel controllo dell'alluminio russo, Deripaska ha avuto in passato turbinosi rapporti di affari con i famigerati proto-privatizzatiori fratelli Chernyj ed è legato anche alla "Famiglia" Eltsin, avendo sposato Polina Jumasheva, la figlia dell'ex-capo dello staff e speech-writer di Eltsin e successivamente genero del defunto presidente.
Deripaska vive per lo più a Lontra nell'elitario quartiere di Belgravia. Visitato più volte senza esiti dal Servizio fiscale russo, patrocina numerose iniziative sportive e mecenatizie (tra cui il restauro della chiesa barese di San Niccola di Bari, passata sotto controllo di Mosca).

E dopo Deripaska, altri quattro grandi …
Segue abbondantemente distanziato il governatore della Chukotka nonché presidente del club calcistico inglese "Chelsea" e di quello moscovita CSKA Roman Abramovich, classe 1964, il cui capitale ammonta ora a 23 miliardi di dollari. Per molti anni aveva guidato la classifica di "Finans" (e di "Forbes").
Ad Abramovich fa capo la grande holding industriale finanziaria Millhouse Capital, di cui ha venduto gli attivi (petrolio, compagnie aeree, alluminio), con sede a Londra. La sua fortuna risale al sodalizio con Boris Berezovskij e con la "famiglia Eltsin". E' in buoni rapporti con il presidente Putin.

I baroni dell'acciaio
Al terzo posto con patrimonio di 22,2 miliardi di dollari, è Vladimir Lisin (classe 1956), ingegnere e professore in scienze della metallurgia, autori di articoli scientifici e brevetti del settore già distintosi in era sovietica. Dal 1998 dirige il grande Complesso Metallurgico di Novo Lipetsk (NLMK), il primo russo del settore, di cui è divenuto anche il maggior azionista.
Un altro barone dell'acciaio occupa il quinto posto: si tratta di Aleksej Mordashov, classe 1965, patrimonio di 22,1 miliardi di dollari, direttore generale e maggior azionista delle acciaierie "Severstal' "di Cherepovets (Nord-Ovest russo), il secondo complesso del settore. La sua holding "Severstal' " controlla numerosi settori dell'industria meccanica (pesante, automobilistica), miniere, un grande club di hockey sul ghiaccio. Ha partecipazioni in Italia (Lucchini), Slovacchia, Stati Uniti (US Steel nel Michigan), in Mongolia: settore dell'acciaio. Ha tentato invano la scalata di Arcelor, due anni fa, battuto dall'indiano Mittal.
A quarto posto è occupato, con un patrimonio di pochissimo superiore a quello di Mordashov Mikajl Fridman, nato nel 1964, fondatore e maggior azionista del Gruppo Alfa Bank, che vendette nel 2003 la sua quota della società petrolifera TNK (Tjumen') alla britannica BP azionista al 50%. Fridman controlla anche la compagnia di telecomunicazioni Altimo, aziende produttrici di cemento, legname, vetro, un'industria alimentare e una catena di supermercati.

I secondi della prima decina
Seguono in sesta e settima posizione un proto-oligarca ed ex-vicepremier ai tempi di Eltsin Vladimir Potanin (classe 1961 e figlio di un viceministro di epoca sovietica) , con il suo ex-socio (classe 1965, noto anche per uno scandalo di "hostess" russe in terra di Francia) Mikhajl Prokhorov.
Di recente hanno diviso fortune e destini, per lungo tempo condivisi nel gruppo finanziario-industriale Interros , cui fa capo la più grande azienda mondiale di nickel (la "Norilskij Nikel"). Ad ognuno di essi si attribuisce un patrimonio tra i 20 e i 21 miliardi di dollari. Platino, argento e oro, sono altri attivi legati a Interros.
Segue con un patrimonio di 18 miliardi di dollari Sulejman Karimov (dagestano, classe 1966), maggior azionista e CEO della società moscovita Nafta-Moskva (petrolchimica), azionista di Gazprom e Sberbank (principale banca di risparmio russa), con recente acquisizione di miniere d'oro e argento (società Polimetall).
Al nono posto Viktor Vekselberg, classe 1957, maggior azionista del gruppo finanziario industriale Renova (banche, settori minerario e petrolifero: ha il 50% del capitale della società petrolifera TNK , al pari della britannica BP. Controlla i grandi giacimenti di gas di Kovytka (Siberia orientale). Cospicui investimenti all'estero (Sud Africa).
Infine, decimo e nuovo arrivato nell'olimpo dei primi dieci troviamo German Khan nato nel 1962, cofondatore e tra i maggiori azionisti di Alfa Grupp).
Si noterà, facendo un confronto con le classifiche degli ultimi due anni, la grande crescita della ricchezza degli oligarchi legati ai settori dell'acciaio, dei metalli e del petrolio: in chiaro rapporto con i cospicui aumenti dei prezzi internazionali in questi settori. Per non parlare del dato ancor più significativo: la giovane età dei primi dieci, due soli dei quali superano e di poco i 50 anni. Tutti gli altri sono più giovani, a cominciare dal capo-classifica Deripaska.

sole24ore

18 feb 2008

Numero 1


Negli Emirati paga 10 milioni di euro
per avere la targa con il numero 1
Se l'è aggiudicata Said Khuri: «Il prezzo mi sembra normale: chi non vorrebbe essere il numero uno?»



Le targhe all'asta, tra cui la n.1 (Afp)
ABU DHABI - Pur di poter attaccare alla sua auto la targa recante il numero 1, un giovane uomo d'affari degli Emirati arabi uniti non ha badato a spese, e ha sborsato 14,2 milioni di dollari (circa dieci milioni di euro). La targa con il primo numero di immatricolazione negli Emirati è stata messa all'asta a Dubai, insieme ad altre particolarmente ricercate per la loro anzianità o una particolare combinazione di numeri, e i proventi sono destinati ad opere caritative.

IL VECCHIO RECORD: CINQUE MILIONI - Per assicurarsi il numero 1, Said Abdel Ghaffar Khuri ha offerto 52,2 milioni di dirham, battendo il record mondiale detenuto giusto da un suo compatriota, altro uomo d'affari, che nel maggio scorso, sempre a Dubai, aveva sborsato cinque milioni di dollari per aggiudicarsi la targa con il numero 5. «Non è poi una cifra così enorme - ha commentato Khuri -. Il prezzo mi sembra molto normale: dopo tutto, chi non vorrebbe essere il numero uno?»
corriere

16 feb 2008

Gli uomini in gruppo diventano gregge: Che novità!!!


Una ricerca inglese ha evidenziato un comportamento "da branco"
La folla tende sempre a seguire una o due persone che danno l'impressione di saper dove andare



LONDRA - Quando si trovano in mezzo alla folla, le persone tendono a comportarsi come le pecore, ovvero a seguire ciecamente colui o coloro (al massimo si tratta di due individui) che sembrano sapere esattamente dove stanno andando (anche se magari non è affatto vero). A sostenerlo è uno studio dell’Università di Leeds che, stando al professor Jens Krause, potrebbe trovare importanti applicazioni soprattutto nella gestione di eventi catastrofici e nei comportamenti da tenere in questi casi. Il team di studiosi ha condotto una serie di esperimenti comportamentali su un gruppo di volontari, ai quali era stato detto di camminare attorno a una grande sala senza una meta precisa e senza parlare con gli altri.

ANIMALI DA BRANCO - Solo a un ristretto gruppo di partecipanti erano state date delle istruzioni più dettagliate e precise e i risultati dei test hanno evidenziato come basti appena il 5% di questi “individui informati” ad influenzare la direzione di una folla di almeno 200 persone, mentre il restante 95% segue la massa senza davvero rendersene conto. «In questo atteggiamento, ci sono dei forti parallelismi con il comportamento degli animali che vivono in branco – si legge nella relazione del professor Krause pubblicata sulla rivista “Animal Behaviour” –. Tutti noi siamo stati in situazioni dove ci siamo lasciati trascinare dalla folla, ma l’aspetto più interessante di questo studio è che coloro che vi hanno partecipato hanno finito per prendere una decisione consensuale, malgrado non fosse loro permesso di parlare o rivolgersi agli altri. Nella maggior parte dei casi, non hanno nemmeno realizzato di essere stati guidati dagli altri».

MOVIMENTI DI MASSA - La ricerca inglese, di cui si trova notizia anche sul Daily Telegraph, segue quella condotta all’Università di Utrecht dal dottor Simon Reader, nella quale si evidenziava come la maggior parte delle persone fosse felice di giocare al “segui il mio capo”, anche se si finiva per andare dietro a qualcuno che non sapeva bene dove stava andando. «In maniera ancora più sorprendente – ha concluso Krause – questo studio ha poi scoperto che anche se ci viene mostrata una strada più veloce, noi preferiamo generalmente fissarci su quella vecchia e tendiamo a convincere gli altri a fare lo stesso». Un comportamento che, a detta degli studiosi, potrebbe avere implicazioni letali nei casi in cui ci si trovi nelle condizioni di dover evacuare in fretta e furia un edificio, perché ci porta a seguire quelle vie di fuga che ci sono familiari, anche se più lente, piuttosto che spingerci a scegliere un’alternativa. In altre parole, si segue la massa indipendentemente dal pericolo (reale o ipotetico) e non ci si azzarda a rischiare una soluzione diversa, con conseguenze spesso disastrose.
corriere

Dalle grida al mercato «elettronico»


Duecento anni di Borsa in Italia
Le prime contrattazioni furono avviate il 15 febbraio 1808. In due secoli lo sviluppo tra crescita e crisi



MILANO - Duecento anni di mercato, contrattazioni, titoli. Due secoli dalle "grida" all'elettronica e al mercato globale. La celebrazione del bicentenario di Borsa Italiana ha richiamato a Milano, a Palazzo Mezzanotte, rappresentanti delle più importanti istituzioni politiche e finanziarie. C'era la politica (il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il premier Romano Prodi, il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa il governatore Formigoni tra gli altri) l'industria (con in testa il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo) la finanza e il mondo bancario (Giovanni Bazoli, Dieter Rampl, Carlo Salvatori, Corrado Faissola, Giuseppe Guzzetti, Gerardo Braggiotti) e quello dell'editoria con il presidente di Rcs MediaGroup Piergaetano Marchetti e l'amministratore delegato Antonello Perricone, l'amministratore delegato e vice presidente Mondadori Maurizio Costa. E ancora il presidente Pirelli Marco Tronchetti Provera, il presidente Telecom Gabriele Galateri, il presidente di Cir e Cofide Carlo De Benedetti, il presidente Immsi Roberto Colaninno, il presidente Snam Rete Gas Alberto Meomartini, Marcellino Gavio.
IL DEBUTTO - Non si è trattato di una ricorrenza di poco conto, proprio per l'importanza che la Borsa ha avuto nello sviluppo e nella crescita del Paese. Un elemento sottolineato anche da Prodi nel suo intervento, chiuso con un riferimento alla situazione dei conti pubblici migliorata rispetto a due anni fa. Tuttavia è stata proprio la 1storia» della Borsa l'elemento centrale della celebrazione.E nell'era del marcato globale e digitale è difficile immaginare condizioni, tempi e modi di lavoro in quell'avvio avvenuto il 15 febbraio 1808, quando hanno avuto luogo le prime negoziazioni della Borsa di Milano, istituita pochi giorni prima (16 gennaio 1808) con decreto da Eugenio Napoleone. La Borsa è stata in questi duecento anni lo specchio delle vicende economiche e finanziarie del Paese, registrandone i momenti di crescita e i momenti di crisi, e trasformandosi da mercato locale a mercato nazionale e quindi internazionale. Un sistema finanziario evoluto favorisce una crescita robusta e sostenibile, limitando le barriere che si frappongono tra la raccolta e l’allocazione del risparmio, favorendo il processo di selezione delle eccellenze imprenditoriali e delle opportunità di investimento, offrendo nuove modalità di gestione dei rischi. Nel 2008 si celebrano inoltre i 10 anni di Borsa Italiana SpA, nata nel 1998 dalla privatizzazione dei mercati finanziari del nostro Paese. Alla fine del 1997 sui mercati di Borsa Italiana erano quotate 235 società nazionali, la cui capitalizzazione ammontava al 30% del prodotto interno lordo. Il valore degli scambi sui mercati azionari era pari al 17% del Pil.

LO SVILUPPO DEGLI ULTIMI ANNI - Negli ultimi 10 anni 236 società sono state ammesse a quotazione sui mercati di Borsa Italiana, in 193 casi a seguito di operazioni precedute da offerta pubblica. Queste imprese hanno potuto raccogliere quasi 50 miliardi di euro, di cui 14 affluiti direttamente alle imprese per il finanziamento della loro crescita per linee interne ed esterne. Altri 81 miliardi di euro sono affluiti a società già quotate attraverso aumenti di capitale. A fine 2007 le società italiane quotate erano 301 (344 con le società estere e quelle quotate sull’MTA International) e la capitalizzazione di mercato aveva raggiunto il 48% del Pil. Il valore degli scambi azionari è costantemente aumentato, raggiungendo nel 2007 il 103% del Pil. Dal 1998 al 2007 sono stati registrati scambi complessivi per un totale di 8.180 miliardi di euro, di cui 1.575 miliardi di euro nel corso del 2007. L’integrazione con il London Stock Exchange, decisa nel corso del 2007 e ora in piena fase attuativa, rappresenta allo stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza, essendo un nuovo importante passo attraverso il quale la Borsa può continuare a contribuire allo sviluppo del sistema economico e finanziario italiano.

corriere

10 feb 2008

Nuovi Benefit


Cambio di sesso gratis per i dipendenti
Il nuovo benefit della superbanca
La Goldman Sachs introduce la copertura dell'operazione fra i bonus dei dirigenti. La classifica di "Fortune"



MILANO — Goldman Sachs batte tutti. Nella gara ai benefit aziendali, la banca d'affari americana spiazza ogni potenziale concorrente offrendo ai dipendenti la copertura delle spese sanitarie per cambiare sesso. Eravamo abituati agli asili, ai telefoni cellulari, alla palestra e all'auto. Libri e dvd nemmeno facevano più notizia. Il maggiordomo tuttofare e lo chalet in montagna per le vacanze, forse. Ma l'ultimo extra riservato agli impiegati di GS ha colto di sorpresa anche Fortune, che gli ha dedicato un articolo a parte nell'ultimo numero, dove ha stilato la classifica dei cento migliori ambienti di lavoro del 2008 e l'elenco dei vantaggi più stravaganti. «L'iniziativa fa parte di uno sforzo per reclutare e trattenere una forza professionale diversa», ha detto un portavoce della banca. Un investimento che può arrivare a 150 mila dollari a persona (poco più di centomila euro): tanto costano l'intervento chirurgico, le iniezioni di testosterone e le cure farmacologiche da fare prima e dopo l'operazione. Già Bank of America, Deutsche Bank e Wachovia, a dire il vero, coprivano alcuni trattamenti per i transgender. Lo stesso fanno Microsoft e General Motors. Ma nessuno si era spinto così lontano, fino a sostenere la scelta volontaria di un individuo, uomo o donna, senza che un certificato medico lo dichiarasse indispensabile.

«Una persona che sta bene con se stessa è più produttiva. Chi viene "liberato" dalla gabbia dei suoi organi genitali vive con armonia e lavora meglio. Immagino che questo frutterà maggior successo a Goldman Sachs», approva Vladimir Luxuria, l'onorevole di Rifondazione comunista che l'anno scorso si è regalato un naso senza gobbe e una terza abbondante di seno e che, soprattutto, ha presentato una proposta di legge per il risarcimento di questo tipo di operazioni chirurgiche da parte del Servizio sanitario nazionale.

In Italia la GS è presente da vent'anni, a Milano, con un centinaio di professionisti «dedicati» al nostro mercato. I suoi banchieri hanno di recente assistito l'Enel nell'acquisizione di Endesa in Spagna e ora stanno aiutando Prada nella quotazione in Borsa, insieme con Mediobanca. In teoria, anche loro hanno diritto al benefit-transgender. Ma sull'argomento nessuno fa commenti, salvo una considerazione: il beneficio va inserito soprattutto nel contesto americano, quello di una società che cambia, e dello sforzo di attirare e trattenere i migliori talenti.

Cosa che peraltro cercano di fare tutte le grandi imprese a stelle e strisce recensite da Fortune. Il produttore di gas Chesapeake Energy, 5.752 impiegati, regala il brevetto di sub chiamando un istruttore nella piscina olimpionica aziendale. EBay nei suoi campus di San Jose ha messo a disposizione stanze con tatami e cuscini per fare meditazione. Il Methodist Hospital System, 10.481 dipendenti, regala a ognuno una tessera con 200 dollari da spendere al supermercato. Genentech offre un incentivo di 4 dollari al giorno a chi va al lavoro con i mezzi pubblici, a piedi o in bicicletta. Camden Property Trust garantisce uno sconto del 20% sull'affitto della casa. Erickson, la cappella per sposarsi. FactSet Research Systems i pasti gratis dal lunedì al giovedì (il venerdì si incoraggiano gli impiegati a mangiar fuori, per cambiare aria).

Qui da noi sono da antologia i corsi di scrittura creativa, di storia dell'arte o di sommelier che fino a qualche tempo fa la Ferrari finanziava ai suoi quadri, per sviluppare o approfondire gli interessi individuali. Adesso, il benefit più gradito da tutti i 2.926 dipendenti del marchio rosso è il check up completo per sé e i propri figli in età scolare, da ripetere periodicamente. Oltre, manco a dirlo, al posto in tribuna durante il Gran Premio di Monza.

corriere

9 feb 2008

The fabulous life of...

Le incredibili vite dei 50 più ricchi miliardari




Pensate che nessuno viva alla grande più delle celebrità quali J.Lo, Paris Hilton o Tom Cruise? Ritentate!
Sicuramente hanno tonnelate di fama, ma le loro fortune sono piccole patatine in confronto a questa gente: I MILIARDARI!
Nel mondo siamo 6.5 miliardi, ma solo 600 hanno così tanti soldi da poter essere considerati in questo gruppo...
Questa è la favolosa vita dei 50 miliardari più ricchi!


Cominciamo dal magnate dell'olio, Roman Abramovich. Questo orfano di un agricoltore ora ha una fortuna di 13.3 miliardi di dollari e dei possedimenti che lo dimostrano! Sette case, 2 elicotteri, 2 jet privati.
Ma indovinate qual'è il suo giocattolo preferito. Roman possiede una mega collezione di yacth: possiede non uno, non due, bensì 4 lussuosi, per un valore totale di 300 millioni di dollari!
Il gioiello "Pelorus" sembra essere il più grande del mediterraneo, ha 2 piattaforme per gli elicotteri e un sistema integrato di rilevamento missili.
E Roman assicura di farne buon uso di tutte quelle barche, spesso in un solo giorno: colazione su uno, pranzo su un altro e cena su ancora uno diverso.

Poi che dire del barone dell'acciao, Lakshmi Mittal. Il suo valore è di 25 miliardi di dollari, e questo fa di lui un generoso papà!
Nel 2004 preparò un matrimonio da 60 milioni di dollari per sua figlia Vanisha, al palazzo di Versailles!!!
Tra l'altro ha una casa a Londra da oltre 40 milioni di dollari chiamata Taji Mittal (perchè costruita con lo stesso marmo del ben più famoso Taji Mahal!).

Poi il più ricco "super-nerd" (possiamo definirlo il "super secchione") del mondo: Bill Gates con la sua fortuna da 46.5 miliardi di dollari.
Ha sicuramente fatto i soldi con il software, ma i suoi investimenti principali riguardano l'arte. La sua collezione annovera dipinti per 36 milioni di dollari e 30.8 milioni in manoscritti di "Leonardo Da Vinci"!!!

Ah...Può darsi che avete sentito parlare di un sito chiamato Google? I duo giovani trentenni che lo hanno creato, Sergey Brin and Larry Page, ora valgono 7.2 miliardi di dollari ciascuno e davvero sanno come spendere la loro fortuna! Provate il loro Boeing 767 modificato per loro da 60 millioni di dollari, completo con le docce personalizzate, il soggiorno e le stanze da letto!

Ma che dire degli ereditieri di armatori: Paris Lastis and Stavros Niarchos che saranno presto billionari! E dovete credere che hanno molto in comune con Paris Hilton. Sono entrambi ventunenni e hanno fortune di famiglia di miliardi di dollari a loro disposizione.
E ovviamente non dimentichiamo i più famosi miliardari, da Paul Allen a Donald Trump, passando per Oprah Winfrey e Martha Stewart...


This is The Fabulous Life of Filthy Rich Billionaires.

Monoline: il prossimo Tsunami

Piano Draghi all'esame del G-7. Padoa-Schioppa: crisi non finita



Il ministro delle Finanze tedesco, Peer Steinbrück, che invia una lettera ai colleghi del G- 7 sostenendo che «il pieno impatto della crisi determinata dai mutui subprime sul settore finanziario non è ancora noto». Il commissario europeo per gli Affari economici Joaquin Almunia che vede una crisi «più lunga di quanto previsto all'inizio»e preannuncia una revisione al ribasso delle stime di crescita Ue. Il presidente di Deutsche Bank, Josef Ackermann, secondo cui le difficoltà degli assicuratori di obbligazioni, i cosiddetti monoline, possono essere uno «tsunami» che investirà le banche con la stessa violenza dei subprime. Gli spread sul mercato monetario che manifestano un nuova tendenza ad ampliarsi.

Con questo inquietante viatico, è chiaro che l'attenzione per la riunione di oggi dei ministri finanziari del G-7 a Tokyo sarà centrata sulla discussione delle fortissime tensioni sui mercatie delle ripercussioni per il sistema finanziario. L'evento più atteso della giornata dai mercati sarà quindi la conferenza nel tardo pomeriggio del presidente del Financial Stability Forum (Fsf), Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia, chiamato a presentare un primo resoconto del lavoro compiuto da ottobre per analizzare la crisi ed elaborare una risposta. Un organismo che fu creato dal G-7 dopo la crisi asiatica e dei mercati del 1998 e che si trova oggi a fronteggiare una situazione forse ancora più seria di quella.

Il lavoro del gruppo di Draghi (che sarà completato entro le riunioni di aprile a Washington) parte dal riconoscimento che da ottobre a oggi sono successe molte cose che hanno contribuito a dare un senso della gravità della prima ondata dello "tsunami", cominciata in estate e, dopo una breve pausa, montata nuovamente con virulenza da dicembre: le massicce perdite di grandi banche, generate soprattutto dalle operazioni in derivati legate ai subprime; le ingenti ricapitalizzazioni di alcune di queste banche da parte di fondi sovrani arabi e asiatici; lo scandalo SocGen; l'incapacità del mercato monetario di normalizzarsi del tutto nonostante le costanti iniezioni di liquidità, finalmente coordinate, delle banche centrali.

C'è inoltre un dilemma,ha detto una fonte italiana del G-7, fra le mosse di breve periodo per stabilizzare i mercati e la possibilità che creino le basi di maggiore instabilità nel lungo termine. I quattro punti principali attorno ai quali verte il lavoro dell'Fsf sono tutti strettamente connessi alla situazione dei mercati: 1) la capacità delle istituzioni finanziarie di gestire la liquidità e il rischio: la crisi ha messo a nudo profonde lacune proprio nel momento in cui la regolamentazione affidava maggior peso ai modelli interni elaborati dalle banche; 2) i principi contabili e di valutazione dei derivati (deriva da questo l'incognita sottolineata da Steinbrück sulla reale entità delle perdite); 3) il ruolo e le metodologie usate dalle agenzie di rating per i prodotti finanziari più complessi, cui spesso è stato assegnato il grado più alto, salvo poi sottoporli a declassamenti in massa. Le stesse agenzie, che molti vorrebbero sottoposte a controlli più severi, hanno annunciato in questi giorni l'avvio volontario di una riforma delle procedure, per cercare di rispondere alle pressioni; 4) la revisione da parte delle stesse autorità che compongono l'Fsf dei propri principi di vigilanza, soprattutto sui veicoli fuori bilancio utilizzati dalle banche. È evidente infatti che la vigilanza è stata carente, in qualche caso (come SocGen) in modo clamoroso.

L'urgenza posta al G-7 dai mercati finanziari fa passare in secondo piano il consueto esame della congiuntura, il cui peggioramento si intreccia con l'evoluzione dei mercati. I ministri sosterranno oggi nel comunicato finale che la situazione è «difficile e incerta», ma che i fondamentali dell'economia mondiale sono «solidi», anche se pesa la frenata degli Stati Uniti e preoccupa il ritorno dell'inflazione. Anche se il G-7 non arriveràa proporre una strategia strettamente coordinata («le condizioni non sono le stesse da Paese a Paese », ha detto il cancelliere dello Scacchiere britannico, Alistair Darling), vorrà però comunicare all'esterno che i " grandi" dell'economia sono consapevoli della necessità di agire «individualmente e collettivamente per assicurare stabilità e crescita », come dirà il comunicato: ai netti tagli dei tassi della Federal Reserve e allo stimolo fiscale approvato dal Congresso Usa per oltre 160 miliardi di dol-lari, si somma ora un cambio di atteggiamento, per il momento a parole, della Banca centrale europea, il che fa pensare a un prossimo, se non imminente, abbassamento dei tassi. «Un passo nella giusta direzione» sono state definite le dichiarazioni più accomodanti del presidente della Bce Jean-Claude Trichet da una fonte del G-7 qui a Tokyo. «Sono stata piacevolmente sorpresa », ha detto il ministro dell'Economia francese Chrstine Lagarde. La nuova posizione della Bce potrebbe contribuire anche a consolidare il recupero del dollaro sull'euro. Sul fronte valutario, il G-7 insisterà per una più rapida rivalutazione dello yuan, avvenuta finora solo nei confronti del dollaro, ma non sull'euro.

ilsole24ore

8 feb 2008

Case post disastro a New York, i vincitori


Galleggianti, esagonali o gonfiabili: ecco i progetti finalisti. Due italiani premiati in una top ten onoraria



NEW YORK – Edifici galleggianti, rifugi impermeabili esagonali, container a pareti gonfiabili, avveniristiche palafitte a prova d’intemperie. Sono alcuni dei dieci progetti vincitori di «What If New York City», un concorso indetto dall’Office of Emergency Management (OEM) e dal sindaco di New York Michael Bloomberg con l’obbiettivo di realizzare «la casa post-disastro ideale del futuro». Lanciata lo scorso settembre, la gara invitava i partecipanti a «creare soluzioni urbanistiche innovative e temporanee per 38 mila famiglie newyorchesi, che, in un futuro non lontano, potrebbero ritrovarsi homeless in seguito a un evento catastrofico quale un uragano, un terremoto o un tornado».


BOOM DI PROGETTI GRIFFATI - La risposta all’iniziativa è stata straordinaria. Abbiamo ricevuto 117 progetti provenienti da 30 paesi, spiega Bloomberg, «firmati da architetti, industrial designer, ingegneri, inventori e studenti». Tra i 10 finalisti, che riceveranno 10mila dollari ciascuno dalla Rockefeller Foundation, c’è uno studio danese, uno canadese e uno portoghese. Gli unici italiani premiati, tra i 10 che hanno partecipato, sono Federico Celoni e Stefano Landi di Viterbo, il cui progetto – un'audace costruzione stile alveare - è stato selezionato in una «top ten» alternativa ed «onoraria» dove i vincitori hanno portato a casa 500 dollari ciascuno.


Ma anche tra i perdenti vi sono progetti interessanti e creativi. Come «Cloud City», di Ostap Rudakevych: una città tra le nuvole che permetterebbe ai newyorchesi di vivere in case-mongolfiera sospese sopra i loro quartieri devastati. Quale marcia in più hanno i vincitori? «Sono riusciti a calibrare poesia e pragmatismo», risponde il sindaco Bloomberg. La giuria ha scelto i vincitori in base alla capienza delle case progettate e del tempo necessario per assemblarle, tenendo conto anche di fattori-chiave quali accessibilità, vivibilità, impatto ecologico e costo.


L’iniziativa newyorchese è fino a oggi senza precedenti. «Siamo l’unica grande metropoli al mondo che sta cercando di affrontare l’emergenza prima che verifichi», dice Bloomberg. Ma secondo gli addetti ai lavori le altre grandi città – da Tokio a Londra e da Roma a Parigi - dovrebbero seguirne l’esempio. «I cambiamenti climatici provocati dall’effetto serra causeranno inondazioni, uragani e frane che lasceranno milioni di persone senza tetto, uccidendone altrettante», mette in guardia Maria Blair della Rockefeller Foundation, «correre ai ripari è una responsabilità non solo del settore pubblico, ma anche di quello privato». Anche perché dopo Katrina, come ha ricordato Bloomberg, «nessuno si fida più della risposta del governo federale».

Alessandra Farkas

corriere

6 feb 2008

Banca dati e un ingegnoso software


Ha scritto 85mila libri in cinque anni


di ANDREA BETTINI

ROMA - C'è chi impiega una vita per scrivere un libro e poi lo tiene nel cassetto e chi, per contenere tutti i volumi pubblicati nella sua carriera, avrebbe bisogno di un'intera biblioteca. Philip M. Parker, docente di marketing, è probabilmente il più veloce scrittore del mondo: in poco più di cinque anni ha pubblicato almeno 85.000 titoli, e cioè circa 46 al giorno. Il suo segreto? Un software in grado di comporre libri in automatico e a costi ridottissimi.

L'idea, spiega il 47enne americano al quotidiano inglese The Guardian, gli è venuta nel 1999 leggendo un articolo dell'Economist, in cui si diceva che nel mercato dell'editoria non ci sono stati molti cambiamenti dai tempi di Gutenberg. "C'è bisogno di un sistema automatizzato che elimini o riduca sostanzialmente i costi associati al lavoro umano", sostiene Parker.

Così, nel giro di qualche anno, ha messo a punto una "macchina per scrivere libri". Il funzionamento, almeno dal punto di vista teorico, è piuttosto semplice: bastano un ricco archivio di dati e un programma in grado di selezionarli e trasformarli in un libro. Il software di sua invenzione pesca informazioni su un argomento a scelta in un database e poi, con una serie di procedimenti, realizza direttamente il testo. Il costo finale dell'operazione, stima Parker, è di circa 0,12 sterline (16 centesimi di euro). Anche le spese per il magazzino sono quasi inesistenti: il volume viene stampato esclusivamente quando qualcuno lo richiede.

Ovviamente, almeno per ora, il software non può scrivere romanzi ed è in grado di realizzare solamente libri di un certo tipo. La bibliografia di Parker, che lavora in una business school con sede in Francia e a Singapore, è perciò vasta ma anche piuttosto insolita. Scorrendo il lungo elenco delle sue 85.759 opere in vendita su Amazon.com (ma il professore dichiara che i suoi libri sono oltre 200.000), si possono trovare decine di dizionari, tra i quali addirittura un dizionario siciliano-inglese (200 pagine, 28,95 dollari), libri di cruciverba in varie lingue, testi di medicina e moltissime analisi economiche.

Se fossero tutti best seller l'autore, che ha scritto anche tre libri con il metodo tradizionale, sarebbe probabilmente lo scrittore più celebre del mondo. In realtà molti dei suoi testi sono destinati a un pubblico estremamente ristretto perché il suo programma gli consente di moltiplicare le pubblicazioni "sezionando" un argomento e trattandolo nei minimi dettagli. Forse qualcuno tra i milioni di lettori cinesi potrebbe anche essere disposto a spendere 171 dollari per una ricerca di 188 pagine sulle assicurazioni sulla vita in Cina nel 2006, ma appare più difficile trovare molta gente pronta ad investire 54,90 dollari per 32 pagine sull'import-export dei guanti di gomma in Polonia nel 2007 o addirittura 495 dollari per 710 pagine sulle prospettive del mercato delle lenti a contatto negli Stati Uniti nel periodo 2007-2012.

Secondo Amazon, attualmente il libro di maggior successo di Parker è di medicina e parla della sindrome da distrofia simpatico-riflessa. A conferma che il suo progetto non è campato in aria e che il programma funziona, comunque, ci sono i commenti dei lettori, in maggioranza positivi, sulle sue opere. Forse non sarà una rivoluzione per l'editoria e il metodo non sarà applicabile a tutti i generi letterari, ma probabilmente può bastare per far nascere in molti scrittori in erba un pizzico di umana e comprensibile invidia nei suoi confronti.

(5 febbraio 2008)

da repubblica

4 feb 2008

Tutti capi...niente arrosto!



La storiella della corsa di canoe su parecchi punti («tutti capitani» nessun lavoratore ) sembra riflettere i mali di alcune organizzazioni italiane, ma non tiene conto che proprio grazie alla disciplina, allo studio e al lavoro sodo, numerosi imprenditori italiani hanno portato in giro per il mondo il marchio del made in Italy.


C'era una volta, nel tredicesimo secolo, un giovane creativo, poco più di un ragazzo, che aprì una sfida con l'ignoto. Era di Venezia e voleva vedere il mondo e in particolare il Cipango, come allora si chiamava il Giappone. Non aveva dietro di se nessun potere organizzato, nessuna incertezza, nessuna conoscenza o metodologia stabilizzata, nessun Stato, come avranno i grandi navigatori portoghesi Diaz e Vasco da Gama. Aveva spirito creativo, coraggio, audacia, spirito individuale. E vinse aprendo la via verso l'Oriente e stabilendo contatti preziosi tra civiltà diverse. Marco Polo divenne persino per tre anni governatore di una grande provincia cinese su nomina dell'imperatore Kublai Khan. Questa opera fu il prodotto dell'individualismo creativo, fu il prodotto di italiani, non di uno Stato italiano. Due secoli dopo un uomo sulla quarantina, un emigrante italiano che portò con se sulla nave il libro di Marco Polo, voleva anch'egli raggiungere il Cipango, ma pensò che fosse raggiungibile via mare in direzione opposta a quella nella quale si era incamminato Marco Polo («Buscar el levante por el ponente»). Era solo, straniero, povero, con pochissimi mezzi e appoggi da parte di una donna, una regina che sfidò il parere contrario dei suoi dotti. «Colombo non era, è vero, né dotto né profondamente versato nella cosmografia ma possedeva qualcosa che va oltre il raggio della scienza. Le soluzioni a certi problemi non vengono date dalla scienza, ma dalla fede e dall'audacia degli uomini» (Prezzolini).
Fra Marco Polo e Cristoforo Colombo esiste una precisa relazione storica. Li unisce la creatività individuale, la passione, il coraggio, la visione, la perseveranza, l'audacia.
Contrapponendo questi grandi contributi alla civiltà umana, frutto della creatività piuttosto che della disciplina, della eterodossia, dell'indisciplina, dell'audacia individuale di italiani, coraggiosi e visionari, alla garbata e gustosa favola della corsa di canoe, non intendo in alcun modo sminuire o rifiutare il suo contenuto didattico. Essa pone in luce alcuni difetti nazionali sui quali è giusto riflettere, anche sullo stimolo dell'ironia della favola e cercare di correggersi. Già Sombart (rifacendosi attraverso Burckhardt al Novellino), ricordava di una città italiana del 1500 vittima della sindrome «Todos caballeros»: «La località un tempo, quando vi vivevano soltanto muratori e tessitori, era stata tradizionalmente ricca; ora che vi si vedevano soltanto speroni, staffe e cinture dorate invece di teloni e di attrezzi da muratore, e ora che ciascuno cercava di diventare dottore "utriusque iuris" o in medicina, notaio, ufficiale o cavaliere era subentrata invece la più nera miseria». Male antico dunque quello di «Todos caballeros» che si unisce al male di mancanza di disciplina e di spirito di team.
Non vi è dubbio che la storia delle canoe si applichi perfettamente al parlamento italiano, al governo italiano, e a numerosi altri ambienti italiani come le Regioni Campania e Sicilia. Ma senza disciplina organizzativa intelligente e consapevole non si organizzano le, probabilmente, migliori Olimpiadi invernali come ha fatto Torino; non si vincono i campionati mondiali di calcio, pur partendo svantaggiatissimi; non si salva la Fiat che tutti, italiani e stranieri, dichiaravano persa; non si crea con Unicredit una delle migliori e più solide banche europee; non si affermano nel mondo stili di vita dalla ristorazione alla moda ai mobili rappresentati da aziende e marchi di grande qualità come Armani, Benetton, Zegna, Versace, Dolce & Gabbana, Bulgari, Artemide, Snaidero e tanti altri; non si alimenta così a lungo un mito di eleganza ed insieme di scienza, di spirito sportivo, di management, come la Ferrari.
Piuttosto c'è da domandarsi se in questa fase storica è proprio la disciplina la dote più richiesta per il management, quella che dobbiamo principalmente coltivare. Io non credo. Abbiamo davanti a noi mondi nuovi da scoprire sia sul fronte produttivo, che culturale, che sociale. Al management compete un ruolo essenziale in questa ricerca. Ma il management di cui abbiamo bisogno è un management di creativi, di coraggiosi, di eterodossi.
Questa è una verità schiacciante. Il mondo nuovo non lo costruiranno le formiche obbedienti, ma i nuovi viaggiatori, i nuovi esploratori, i nuovi capitani coraggiosi, i nuovi Marco Polo e Cristoforo Colombo. I generali tedeschi, ottimi tecnici e professionisti preparatissimi, persero nell'ultima guerra mondiale tutte le battaglie decisive perché erano troppo disciplinati, obbedienti e servili agli ordini deliranti che ricevevano. E nei campi di concentramento nazisti dominavano l'ordine, l'efficienza e la disciplina.
Eppure, Sun-Tzu, il più grande stratega militare e, con una lettura evolutiva, aziendale di tutti i tempi già 2.500 anni fa aveva scolpito nella pietra le parole che sono il fondamento della professionalità e della responsabilità individuale: «In guerra il generale riceve il comando dal sovrano… Ma (una volta ricevuto l'incarico) ci sono strade che non devono essere seguite, città che non devono essere assediate, posizioni che non devono essere attaccate, ordini del sovrano che non devono essere seguiti… Se il generale è sicuro che il combattimento si tramuterà in vittoria, allora deve dare battaglia, anche se il sovrano la vieta; se il generale pensa che il combattimento non porterà alla vittoria allora non deve combattere anche contro l'ordine del sovrano».
Se io faccio una critica al management italiano attuale non faccio quella trasmessa dalla favola ma piuttosto quella di essere troppo obbediente, quasi servile alla volontà della proprietà, diluendo così il proprio ruolo, la propria professionalità, la propria responsabilità.
Per questo Fondazione Istud si appresta a lanciare il Premio Sun-Tzu nell'ambito del quale non verrà premiato il manager più «bravo» o di maggior «successo» o di maggior «visibilità» ma il manager che, con la sua opera, abbia dato prova di autonomia, coerenza, professionalità e responsabilità, onorando così la sua professione e il ruolo della stessa nella società.

* Presidente Fondazione Istud

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