31 dic 2007

The fabulous life of....


Siamo così arrivati, post dopo post, al nuovo anno. Non sono il tipo di bilanci e per dire tutta la verità non ne ho mai fatti, soprattutto il 31 dicembre.
Quello che invece sono solito fare è sognare e impostare il futuro, puntando al massimo e soprattutto non ponendomi limiti di alcun tipo.
L'importante è seguire due semplici regole:
1. fare quello che si vuole
2. non farsi condizionare da nulla e nessuno.
Del resto nulla è impossibile e ... siamo qui per dimostrarlo!
Quindi l'unico consiglio che voglio dare a chiunque legga è:
niente è impossibile, ma bisogna impegnarsi, sacrificarsi, avere un atteggiamento positivo e dedito alla sfida.
Sfida come gioco, come piacere di provarsi e di provare quello che il mondo e la gente può tirar fuori.
E soprattutto, non Avere Paura.
Non serve a nulla. E' solo un sacco di pietre che ci portiamo dietro e che compensano i nostri sogni fino a farli sparire... così come è sparita la nostra convinzione che babbo natale esista....
Ma nella Befana ancora tutti ci crediamo... quindi non è detta l'ultima parola!.
Happy New Year!


Ora lancio una serie di post, che parte oggi proprio a tracciare un legame tra il vecchio anno e il nuovo e andrà perdendosi nei meandri e nelle vicende del 2008:
The fabulous life of...
Lo faccio perchè tante volte non siamo capaci di sognare, non sappiamo cosa desiderare...e ora vi do qualche suggerimento!
Inoltre sentendo i vari sondaggi di fine anno ho sentito che molti italiani per il nuovo annno sognano tagli alle tasse, o tassi più bassi dei mutui.....che cosa???????????
Tutto qui? non sapete sognare null'altro?
Se devo sognare, spingiamoci in qualcosa di più importante, come pagare la casa in contanti e prendere un attico a Piazza di Spagna in pieno centro a Roma....solo per fare un esempio. Non poniamioci limiti almeno nei sogni!!!
La faccio corta, ma come pensiamo di andare avanti se non sappiamo nemmeno chiudere gli occhi e sognare?

Buon divertimento e soprattutto Buon Anno!

30 dic 2007

Glam cheap. Una vita in offerta speciale


Oggi parliamo di un tema molto leggero, ma molto attuale: i saldi e la moda.
Ancora non è il momento di riprendere con la politica e l'economia, benchè ce ne siano di cose di cui parlare: da Dini a Prodi "che è duro perchè fà", si fà ridere!.
Comunque ecco l'articolo che vi propongo:

I CONSIGLI Di Lisa Corva,
autrice di «Glam Cheap- Una vita in offerta speciale»Guida ai saldi a portata di precari
Piano d’attacco in 10 punti per assicurarsi acquisti alla moda ma a buon mercato

Saldi: siete pronti? In tempi di eurostress, dopo il disastro finanziario dello shopping natalizio e del pranzo, i saldi a molti sembrano quasi inavvicinabili. Eppure, ci si può provare. Lisa Corva (www.lisacorva.it), autrice di «Glam Cheap- Una vita in offerta speciale» (Sonzogno) ha messo a punto una strategia di sopravvivenza: un piano d’attacco in dieci punti, per acquisti alla moda ma a buon mercato. Sulla scia di Stella, l'eroina (squattrinata) del suo romanzo, la Ragazza dallo Sguardo Prezzante che sa tutto delle borse di Gucci, ma, visto che sta cercando di sopravvivere a Milano con 999 euro al mese, non se ne può comprare una neppure da Zara (forse in saldo, chissà…). Cominciamo?

1) Con chi andare: ovvero scegliere l’amica glam cheap.
A dire il vero l’ideale sarebbe averne due. La Strategica Saldi, ovvero quella che ha studiato, prima, la mappa dei negozi e l’ubicazione; ha già fatto un giro di perlustrazione, e mandato a memoria i prezzi reali, in modo di non farsi ingannare dai falsi cartellini ribassati. E poi l’Esperta Budget, che usa una strategia da Las Vegas: fissa un budget (avvertenza: ci vogliono realisticamente almeno 200 euro, se non avete in programma solo negozi low cost) e ci controlla affinché non oltrepassiamo il limite, come chi vuol tentare la fortuna alla roulette. Le amiche vanno prenotate per varie battute di caccia: chi vuole un saldo tutto-logo, infatti, farà meglio a ritornare nel negozio griffato più volte, perché in genere dopo qualche giorno viene esposta nuova merce. L’Amico Gay è una buona variante, ma essendo in genere molto modaiolo, tende a far spendere troppo… In ogni caso mai andare per saldi in coppia: un tour de force che metterebbe alla prova anche i neoinnamorati.

La copertina di «Glam cheap. Una vita in offerta speciale» (Sonzogno)
2) Cosa comprare: i prodigi del little black dress...
La saggezza del saldo imporrebbe di portarsi a casa solo il «classico», il capo che sarà sempre di moda; o, ancora più difficile, «quello che andrà ancora di moda la prossima stagione» (e qui bisogna essere vere fashioniste per prevederlo). Più semplice, dunque, puntare sui must del guardaroba: e quindi il «little black dress», il piccolo abito nero alla Audrey Hepburn che sta bene a tutte e con tutto. E il trench (possibilmente di Burberry). Perfetto anche un soprabito floreale o a stampe (con il global warming li useremo sempre di più), e un paio di scarpe d’oro o d’argento (non ce ne libereremo neppure l’anno prossimo).

3) ... e la tentazione dell’animalier.
E sì: ahimé, c’è l’animalier. Dico ahimé perché Stella, l’eroina glam cheap del mio libro, soffre di una strana Allergia Animalier: la pelle si copre di bolle appena è in vicinanza di una borsa leopardata, un cappottino ghepardato, un paio di ballerine zebrate. Lei, quindi, deve starne alla larga. Ma voi – se non soffrite dello stesso morbo – potete tranquillamente comprare un qualsiasi capo maculato: ormai è un classico, andrà sempre di moda. (Purtroppo, aggiungerebbe Stella).

4) Non è la mia misura: lo compro o no?
Per le ragazze «di tutte le età» con la 44, sarà molto, molto difficile trovare un vero affare. Dunque, una 46 superscontata, vale la pena? In genere no, a meno che non siate abilissime con ago e filo. Una brava sarta che riadatti il capo costa sicuramente più dello sconto.

5) Come aggirare le file: i pre-saldi in boutique.
Meglio evitare Milano e Roma, o comunque le grandi città, e puntare sulle boutique multimarca in periferia o nei piccoli centri. Sono infatti i negozi che hanno bisogno di svuotare il magazzino, e che in più coccolano davvero le clienti, invitandole a degli strepitosi pre-saldi (questo succede anche nelle boutique più metropolitane, ma i veri affari, assicurano le fashioniste, si fanno in provincia).

6) Come non polverizzare la carta: solo saldi low cost.
Chi è davvero in un momento di eurostress, come Stella, la squattrinata protagonista del mio romanzo, li sceglie rigorosamente low cost: e si presenta (puntuale!), all’apertura delle porte da H&M, Zara o Mango, o al low cost nostrano, ovvero Oviesse, per portarsi a casa almeno un abitino a 10 euro. Tra l’altro ormai è facile trovare delle versioni cheap dei grandi classici: il “little black dress” in saldo non è un sogno.

7) Quando il saldo diventa regalo. Quella maglietta è perfetta, ma della misura sbagliata; oppure, una volta a casa, capiamo che non ce la metteremo mai? Poco male: Stella la infila subito nell’Armadio del Riciclo, a cui attinge in vista di compleanni, feste e… del prossimo Natale.

8) Il vero trucco glam cheap: i saldi dell’outlet. Già: ci sono i saldi, ma anche i saldi dei saldi. Ovvero le svendite negli outlet, vera e propria libidine del cartellino del prezzo stracciato. Un consiglio: puntare direttamente sui luxury outlet, ovvero il multimarca The Mall nel Mugello, l’affollatissimo spaccio di Prada ad Arezzo, e il meno conosciuto The Place, a Biella. Ovvero Gucci, Agnona, Zegna, La Perla e anche un caffè per non svenire durante lo shopping scontato.

9) I saldi oltreconfine. Chi vuole esagerare prenota una vacanza a Dubai: il 28 gennaio comincia il mese dello Shopping Festival, e le agenzie di viaggio vendono pacchetti per perdersi nelle shopping mall e crollare sulla spiaggia. Ma il vero trionfo è New York: anche i più squattrinati pagando in dollari si senteno ricchissimi (soprattutto se vanno a Woodbury Premium Outlet, partenza da Port Authority con un autobus, 220 negozi a prezzi stracciati, e per favore portatevi una valigia vuota).

10) E sul web? Ma è davvero divertente andare per saldi sul web? Dove finisce il piacere di toccare, provare, strappare di mano alla vicina? Stella - questo è sicuro – usa la Rete con un solo obiettivo: vendere su eBay tutto quello di minimamente dignitoso che ha nell’armadio, per riuscire ad arrivare a fine mese. Del resto, è una vera ragazza glam cheap. Saldi o non saldi, Lisa Corva raccoglie confessioni di eurostressati sul suo sito: www.lisacorva.it

corriere

29 dic 2007

Business Technology


Dopo la pausa natalizia ecco alla carica con i nuovi post...
prima della consueta festa di fine anno.

Tanti auguri ancora e che i nostri sogni possano realizzarsi!

McKinsey: ecco come le "business technology" cambieranno l'economia
di Gianni Rusconi

La tecnologia, da sola, è raramente la chiave per creare valore: le aziende generano ricchezza quando combinano le risorse tecnologiche con nuovi modelli per fare business. Con questa premessa, certo non nuova ma sicuramente sempre attuale, i ricercatori di McKinsey hanno inquadrato il ruolo dell'hi-tech negli anni a venire quale propulsore per lo sviluppo dell'economia. I ricercatori della società americana hanno evidenziato otto diversi trend e li hanno ordinati in tre distinte aree di attività: gestione delle relazioni, gestione degli asset (e dei capitali) e nuove leve di gestione delle informazioni. Di seguito ne riportiamo i principali.
L'innovazione: un asset da cercare (e condividere) all'esterno dell'azienda La prima scommessa da vincere all'interno di ogni singola organizzazione, questo il punto numero uno del vademecum di McKinsey, è l'utilizzo evoluto delle tecnologie Internet per raccogliere le dinamiche innovative presenti al di fuori dei confini aziendali. I nuovi prodotti, nella consumer electronics come nell'industria automobilistica, vanno sempre intesi come il frutto delle indicazioni di un ampio spettro di soggetti - clienti/utenti, fornitori, consulenti, uomini di business, figure tecniche – ma rispetto al recente passato si deve guardare a un modello di "co-creation", di distribuzione all'esterno (verso la rete dei partner dell'azienda) dei processi di innovazione. Come? Sfruttando le risorse disponibili nella catena del valore e delegando ad essa parte del controllo delle attività operative, riducendo i costi ed eliminando i colli di bottiglia di una gestione del tutto centralizzata. Gli esempi cui riferirsi per l'outsourcing dell'innovazione, dice McKinsey, sono vari e se il software open source (Linux) e i contenuti editoriali sono quelli più calzanti anche l'industria manifatturiera ne è assolutamente interessata. La cinese Loncin, uno dei più grandi produttori di motociclette del Paese asiatico, che lascia ai propri fornitori il compito di disegnare in modo congiunto i componenti (tramite un sistema Cad condiviso in Rete) una volta definite le specifiche di base, ne è una conferma. E se questo nuovo approccio all'innovazione di prodotto "distribuita" verrà accettato in modo esteso – gli analisti stimano che circa il 12% delle attività di R&D delle compagnie americane potrebbe essere presto interessato dal fenomeno - l'impatto sull'economia globale potrà essere sostanziale
Consumatori e talenti: una risorsa da cogliere (con il Web 2.0) Altro passaggio obbligato è quello della "consumerization", dell'ingresso sempre più diffuso delle abitudini (e dei dispositivi) consumer nel tessuto aziendale; un modello teorizzato da Gartner che nella visione di McKinsey si manifesta con la co-creazione di prodotti e servizi tramite l'utilizzo dei consumatori come veri e propri innovatori. L'enciclopedia on line Wikipedia è solo l'esempio più noto di come Internet, e il Web 2.0 in particolare, stanno cambiando la natura delle interazioni personali e professionali e l'estesa piattaforma di strumenti di comunicazione e di collaborazione ad esso associato (instant messaging, video e via dicendo) può diventare una risorsa economica importante per le aziende. Il negozio on line di capi di abbigliamento Threadless, che chiede regolarmente ai consumatori iscritti alla propria Web community suggerimenti per il design delle nuove T-shirt (premiando in vari modi i vincitori di tali concorsi), è una testimonianza eccellente di come il business virtuale abbia generato valore anche nel mondo reale, concretizzatosi nel caso specifico con l'apertura del primo negozio a Chicago lo scorso settembre. Coinvolgere - in modo oculato e controllato - i clienti nello sviluppo, il testing, la promozione (con appropriate tecniche di viral marketing) e i processi di post vendita dei propri prodotti/servizi è in definitiva la nuova ricetta per essere "time to market" e soddisfare la reale domanda degli utenti. Abbattendo i costi e sviluppando nel contempo maggiore fiducia nei consumatori.
Il terzo anello della catena dell'innovazione "distribuita" è infine costituito da coloro – liberi professionisti della finanza come piccole e specializzate software house (McKinsey cita fra queste la statunitense TopCoder) - che mettono a disposizione delle aziende, e da qualunque parte del mondo, il loro "valore". Capire e valorizzare il capitale umano disponibile internamente e sviluppare competenze per ingaggiare talenti e per tessere relazioni con "innovation service provider" su scala globale diventa quindi una delle priorità nell'agenda di multinazionali come di piccole e medie imprese. Va maturata la consapevolezza, sostengono in McKinsey, che il vantaggio competitivo si sposterà verso quelle compagnie che meglio sapranno fare propria l'arte di scomporre e aggregare risorse interne ed esterne. Il processo di trasformazione delle attività lavorative nelle economie altamente sviluppate è del resto già in corso e lo prova il fatto che già oggi il 40% (percentuale che salirà al 44% entro il 2015) degli addetti impiegati nelle aziende Usa sono impegnati in attività di interazione, dediti cioè a lavori che riguardano la gestione di relazioni, attività di collaborazione e conoscenza. Con il Web 2.0 e i "tool" di social networking a giocare un ruolo decisivo in questo processo di evoluzione.
Automazione e Ict per abbattere le "barriere" fra produzione e distribuzione Automatizzare risorse e processi è stato l'imperativo degli anni '90 e dei primi anni 2000. Oggi i sistemi Erp (Enterprise resource planning) e di Crm (Customer relationship management), i grandi database, le tecnologie di supply chain e i siti Web sono fra loro interconnessi per lo scambio dei dati e costituiscono di fatto i processi di business sottoforma di bit e byte. Domani tutte le informazioni in essi residenti dovranno essere combinate in modi evoluti, così da migliorare l'attività aziendale a tutti i livelli. E alcuni esempi di questa trasformazione necessaria sono noti: giganti come FedEX e Ups consentono da anni di controllare lo stato delle consegne direttamente via Internet con il risultato di aver ridotto sensibilmente i costi di servizio e aumentato la soddisfazione e la fidelizzazione dei propri clienti. Carrefour, Metro, Wal-Mart e vari altri grandi catene retail hanno già adottato - e hanno chiesto ai propri fornitori di farlo - tecnologie digitali per il riconoscimento dei prodotti (tag Rfid in particolare, il cui costo è sceso sensibilmente negli ultimi 18 mesi) ottenendo significativi risultati sotto il profilo dell'automazione delle rispettive filiere di fornitura e dei processi di inventario. In futuro, questo è quanto auspica McKinsey, le aziende dovranno intervenire su procedure e attività ripetitive ancora oggi non gestite via computer e collegare in rete fra loro "isole operative" per generare nuovo valore per l'azienda (minori costi di gestione) e per gli utenti/consumatori (migliore e più semplice e veloce accesso ai prodotti/servizi desiderati).
Liberalizzare i sistemi It Le tecnologie Ict, inoltre, dovranno aiutare le imprese a utilizzare i propri asset fissi in modo più efficiente, disaggregando i sistemi monolitici del passato in componenti altamente misurabili sotto il profilo dei costi. Nuovi modelli di gestione dovranno quindi essere adottati su larga scala sulla scorta di esperienze di successo come Amazon.com, che ha esteso il proprio "business model" abilitando altri retailer all'uso dei suoi servizi di logistica e distribuzione. I cosiddetti Mvno (Mobile virtual-network operator), destinati a recitare un ruolo da protagonisti nel mercato dei servizi wireless pur non essendo dotati di infrastruttura di rete propria, sono un'altra faccia della stessa medaglia. Il concetto di base è in sostanza quello di liberalizzare (McKinsey parla infatti di "unbundled production" e "unbundling works") l'accesso ai propri sistemi It ad altri attori esterni l'azienda, utilizzando Web services e protocolli aperti per automatizzare le attività di fornitori, clienti e degli altri componenti dell'ecosistema aziendale. Tutti chiamati a interagire in un mondo che coniuga sia elementi fisici che risorse e asset virtuali all'insegna della massima economia di scala.

sole24ore

25 dic 2007

Auguri!




Un babbo Natale di sabbia sulla spiaggia di Puri, vicino alla città indiana Bhubaneshwar (Reuters), (corriere)

21 dic 2007

ERA ORA!


Era ora che si punisse chi come Trenitalia tiene sequestrate per ore e ore migliaia di persone, senza provvedere alle necessità più elementari.
Finalmente è stato riconosciuto il Danno che viene a perpetrarsi, almeno in una delle occasioni.
Leggete qui.
I prossimi che dovranno pagare secondo me sono: le autostrade per l'Italia..
Vedremo.

Accordo tra Trenitalia e le associazioni dei consumatori per il disservizio del 15 dicembre
Per l'Adoc è una sorta di prova generale della class action
Risarcimento di 800 euro e il biglietto per i passeggeri bloccati sull'Eurostar

ROMA - Un risarcimento di 800 euro più il rimborso del prezzo del biglietto per ogni passeggero rimasto bloccato oltre 12 ore sull'Eurostar 9354 da Lecce a Roma del 15 dicembre scorso: è quanto le associazioni dei consumatori sono riuscite a ottenere attraverso un accordo con Trenitalia.

"Per l'Adoc l'accordo segna una svolta storica per il movimento dei consumatori italiani - commenta il presidente dell'associazione Carlo Pileri - si riconosce per la prima volta il diritto al risarcimento per danni causati da un ritardo di un servizio di trasporto".

L'accordo, osservano le associazioni dei consumatori, costitusice in fondo "una prima prova di class action" (anche se si tratta di un accordo stragiudiziale, il contenzioso non è mai arrivato in alcuna aula di tribunale" che anticipa l'effettiva entrata in vigore della recente norma approvata in Parlamento".

"E' certamente un atto coraggioso innovativo quello delle Ferrovie, che hanno trovato insieme a noi una forma di indennizzo per chi è stato coinvolto, suo malgrado, nel grave ritardo registrato dall'Eurostar", conclude Pileri.

(21 dicembre 2007)

repubblica

La vita

Ormai alle soglie del nuovo anno, ognuno di noi ripensa alla sua esperienza 'terrena', traendo un ipotetico filo conduttore che leghi tutte le circostanze e le situazioni che si sono affrontate.
Un modo simpatico e più leggero per vedere tutto ciò è l'esperimento riportato qui sotto:

Otto anni di vita in un clic
Un ragazzo americano si è fotografato tutti i giorni, con la stessa posa, dal '98 al 2006. In un video rimette gli scatti tutti in fila. Ecco il risultato

Information Technology e Lavoro


Ecco un bel riassunto sul settore ICT e i dati riguardanti l'occupazione e le retribuzioni. Come sempre si evidenziano luci e ombre di uno dei settori che deve essere al centro della rinascita del nostro paese, dato che ormai è il traino e anche l'agente dell'economia stessa.

Ict, cresce l'occupazione e aumentano gli stipendi per i manager
di Pino Fondati

La ripresa economica generale, seppure non travolgente, ha un effetto benefico anche sull'Ict, settore trasversale per eccellenza, che cresce anche in termini di occupazione: 4,3% la percentuale dei posti in più nelle imprese informatiche in Italia nel 2007. Si registra nell'Ict, come avviene in tutti i settori economici, una tendenza verso il "lavoro atipico", che vede coinvolte anche figure di alto profilo professionale.

E le retribuzioni? In media, niente male, a scorrere l'annuale indagine retributiva di Assintel, realizzata da Idc su un campione di 162 aziende, tra grandi, medie, piccole e micro, software house, società di servizi, distributori, e, un po' meno rappresentati, secondo la struttura tipica del mondo industriale italiano, le società telco e internet e gli hardware vendor. Anche se cresce il divario retributivo con le figure operative di basso profilo.
I dirigenti delle aziende Ict, età media 47 anni possono contare su una retribuzione media annua lorda di 78 mila euro circa, mentre per i quadri l'età scende a 41 anni e la retribuzione a 46 mila euro, per gli impiegati la media è di 35 anni, con un reddito di 25 mila euro, i lavoratori atipici hanno in media 33 anni e una retribuzione di 26 mila euro.

La retribuzione variabile incide in misura, appunto, variabile tra le varie figure: più per i dirigenti, meno per i quadri, ancor meno per gli impiegati (soprattutto quelli legati alla vendita). Nelle aree funzionali non tecniche, i più ricchi sono i dirigenti del personale e quelli delle vendite, tra i quadri guadagnano meglio le figure più a contatto col mercato e quelle del front-end, cosa che vale anche per gli impiegati.

Nelle aree tecniche, invece, il podio spetta ai dipendenti che lavorano nell'area della ricerca e sviluppo, e ai consulenti con responsabilità di project management, anche sotto forma di contratto di lavoro atipico. Quelli che guadagnano meno sono gli operatori di data entry e di help desk, mentre occupano una posizione intermedia i sistemisti e gli addetti all'assistenza tecnica.
Oh, poi ci sono i benefit, che per i lavoratori assumono una certa importanza, anche perché, diciamolo, assumono il sapore e il fascino del potere e del privilegio. A livello di benefit orizzontali, il 70% delle aziende offre ai propri dipendenti il buono pasto, il 24% polizze infortuni extraprofessionali, il 25% forme varie di assistenza sanitaria. La penetrazione di benefit extracontrattuali concessi a uso individuale è elevata e interpretabile come risposta alla crescente mobilità e "remotizzazione" del lavoro.
L'83% delle aziende concede l'utilizzo del cellulare aziendale; 75% dei dirigenti, 70% dei quadri, 68% degli impiegati; il 78,9% offre il PC portatile (al 79% dei Dirigenti, al 67% dei quadri e al 71% degli impiegati), mentre l'auto aziendale è utilizzata dal 67,4% delle aziende: per il 77% dei dirigenti, il 58% dei quadri, il 63% degli impiegati.
Per quel che riguarda la formazione, il monte ore è superiore a 100 mila annue delle aziende del campione, pari a una media annua di 14,8 ore per addetto. Il trend è diverso per dirigenti (11,8 ore) e impiegati (15 ore). Il tasso di assenteismo per malattia è del 2%, pari a una media annua di 4,6 giornate per addetto, mentre le ore di sciopero incidono per lo 0,04% sulle ore totali lavorate nell'anno: in media sono 0,8 le ore di sciopero per addetto. Il dato sta lì a dimostrare la bassa sindacalizzazione della categoria. Le ore di straordinario annue sono 141 mila, con una media di circa 24 ore per ogni impiegato. Un dato dal sapore "antico", che non tiene conto della gran quantità di ore (spesso ben oltre le canoniche otto ore) che ormai i lavoratori passano a lavorare dentro e fuori l'azienda.
Se si estrapolano i dati per genere (uomini e donne), viene alla luce un sistema per molti aspetti ancora maschilista. Le donne lavoratrici all'interno del campione sono il 20,3%, con una percentuale di ruoli dirigenziali significativamente inferiore alla media (2,9% contro il 5,5% della media generale). Le ore di formazione annue dedicate alle donne sono 12, contro una media di quindici. Leggermente inferiore anche il tasso di crescita dell'occupazione femminile (4% sul totale addetti, contro una media generale del 4,3%). Le donne assenteiscono più degli uomini: 6,1 giornate all'anno, contro 4,2. Certamente, una diretta conseguenza dello stressante impegno su vari fronti: azienda, casa, famiglia.



sole24ore

20 dic 2007

Lavorare è come giocare a carte?


Vi riporto un interessante articolo tra il serio e il faceto, ma racchiude parte di quello che penso anche io al riguardo:
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Se non tutti sono capaci di giocare,… non tutti sanno lavorare
E' simpatico pensare al lavoro come una metafora del gioco: al lavoro bisogna giocare. Rischia sempre se vuoi imparare, incrementare le competenze, migliorare i rapporti sociali.

Le regole del gioco sono davvero molto semplici ma richiedono particolari accorgimenti.
Partiamo dall'inizio.
Quando si comincia una partita a carte, la cosa più importante è il ruolo che il giocatore dà al tavolo da gioco.
Lo standing può creare la differenza tra il perdere ed il vincere una partita. Meglio abituarsi ad essere flessibili nel modo d'essere, di apparire… non de-strutturando la propria natura ma rinnovandola di volta in volta in base alle situazioni.
Le difficoltà poi nascono durante il gioco…
Chi gioca bene è capace di modificare il suo ruolo proprio in base alle diverse combinazioni che si verificano durante la partita.
E ricorda che gli avversari infatti prestano la massima attenzione ad ogni mossa e possono essere destabilizzati proprio da comportamenti contrastanti.
Quindi provate ad essere flessibili!
E la partita può durare poco o tanto, ma ciò non conta…. Quello che ci deve far riflettere è che giocare a carte vuol dire mettere anche in conto di poter perdere.
Ed è quindi necessario quanto indispensabile avere sempre e comunque il giusto approccio nel lavoro.
Nel lavoro si può perdere, anzi, si può perdere il lavoro!
Ma a parte questo "gioco di parole" va da capirsi come ricominciare una nuova partita e vincerla nuovamente.
Le persone con esperienza professionale "pesante" devono crearsi infatti, nel caso in cui mettano in conto di perdere una partita, alternative di riuscita professionale sfidando qualsiasi giocatore che si presenta al tavolo da gioco e vuole vincere assolutamente.

E il valore della vincita è sempre proporzionale alla probabilità di realizzare una ben precisa combinazione di eventi.
Vincere una partita a carte vuol dire vincere un premio, non necessariamente denaro…..è qualcosa di più prezioso. La stima, la riconoscenza, il consenso… Premi che prima o poi non saranno più sufficienti.

Quindi se pensi di conoscere il gioco e i giocatori, se sai quanto vuoi puntare e quanto sei disposto a perdere (ma anche quanto vuoi vincere), potrai affrontare le sfide professionali, con la consapevolezza che, se vincerai, lavorerai divertendoti e crescendo… ma con la stessa convinzione che, se perderai, avrai vinto ugualmente perché sarai pronto ad affrontare una nuova partita con più carica di prima!
E con qualche trucco in più…. Forse proprio quello che ha usato il tuo avversario per batterti!
Buon lavoro a tutti…………..e buona partita!

(Stefania Luzzini)
da Manager.it


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19 dic 2007

Nothing is impossible!



Abbiamo toccato il fondo.




Ecco per cosa paghiamo i politici del governo, per parlare senza riuscire nemmeno a scrivere un decreto che possa "funzionare". Appena redatto, deve essere messo da parte, con il rischio che tutti i clandestini espulsi possano ritornare senza problema a delinquere in Italia.




E' indecente, la nostra classe politica non è capace di fare nulla.

Ancora una volta lo dimostra e io ancora ne rimango sconvolto!
Dobbiamo cambiare la classe dirigente, prima che ci portino al collasso.
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Il governo fa decadere il provvedimento
Chiti: addio al decreto «Sicurezza»
Un nuovo provvedimento con carattere di necessità e urgenza sarà varato il 28 dicembre dal Consiglio dei ministri


Baracche abusive di romeni controllate all'ex polverificio Stacchini a Tivoli (Ansa)
ROMA - Il decreto-sicurezza verrà lasciato decadere dal governo che però ne ripresenterà un altro per cercare di evitare il rientro in Italia dei clandestini espulsi. Lo comunica mercoledì mattina il ministro Chiti alla conferenza dei capigruppo di Montecitorio. È stato lo stesso leader del Pd, e sindaco di Roma, Walter Veltroni che il provvedimento ha fortemente voluto dopo l'assassinio di Giovanna Reggiani a Tor di Quinto, a chiedere che «il governo adotti subito» un decreto analogo. Il colpo di scena è arrivato nel primo pomeriggio di ieri, preannunciato da una dichiarazione del Guardasigilli Mastella.

Dopo le obiezioni del capo dello Stato che ha messo in evidenza la presenza di «riferimenti erronei» del testo, nell'emendamento sull'omofobia, tali da mettere a rischio la sua firma al momento della promulgazione. E dopo che è risultato chiaro che tutte le soluzioni ipotizzate a cavallo tra lunedì e martedì erano comunque vie che mettevano in grave imbarazzo il presidente della Repubblica e la stessa Camera dei deputati (chiamata comunque ad approvare una legge palesemente errata, come sottolineato da Luciano Violante), si è scelta, quella che al Quirinale è apparsa «la strada più lineare» e quindi da preferire. Perciò si è messo su un binario morto il decreto-legge, che decadrà il prossimo 31 dicembre.

La decisione è stata salutata dall'opposizione come una «resa» dell'esecutivo («non riescono a governare, ritornare al Senato con la norma corretta sarebbe stato possibile», hanno detto Schifani, Calderoli, Santelli, Mantovano). Ma ha messo in difficoltà il Viminale (il sottosegretario Lucidi a Montecitorio aveva le lacrime agli occhi) e lo stesso ministro Amato che aveva detto che si sarebbe tirato dritto senza modifiche. Palazzo Chigi dopo aver subito obtorto collo il richiamo del Colle, ha annunciato di aver già cominciato a lavorare «per evitare vuoti legislativi», dal momento che sono a rischio «rientro in Italia» 408 espulsi grazie al decreto, 124 dei quali per «imperativi motivi di sicurezza pubblica». In particolare il vicepremier Rutelli ha dato rassicurazioni sul fatto che le norme a tutela dei cittadini verranno reiterate (probabilmente il 28 dicembre), senza «cambiarne la sostanza».

Eppure l'impasse non sarà facile da superare. Tanto che il presidente della Camera Bertinotti ha detto che «per quello che si profila se ne potrà discutere più approfonditamente a gennaio».

M. Antonietta Calabrò
dal corriere





"

Secondo voi?

Premetto che non sono un critico d'arte, ne fine conoscitore dello stile grafico, ma una domanda la posso fare:
Voi la mandereste una cartolina di auguri natalizi di questo tipo?



E' il corriere che nel titolo afferma che:
"
Quest'anno abbiamo affidato
gli auguri di Natale a Ugo Guarino,
una delle matite più "affilate"
del Corriere della Sera.
Inviate gli auguri a un amico con i suoi disegni
"

Con tutti i talenti che abbiamo, chi è che prenderebbe per buoni quei disegni?

18 dic 2007

Matteo Arpe: il potere è più forte dei risultati?


Vediamo ora la storia intensa del più giovane dei banchieri italiani, anche lui vittima del potere dei forti, stavolta nelle mani di una nostra vecchia conoscenza: Geronzi!
E' proprio vero che vince sempre lui....ma arriverà il momento della resa dei conti? Vedremo.
Per ora constatiamo l'evidenza, un giovane di cui si parla a livello mondiale in questo modo:

Dal 2000 è entrato a far parte del Gruppo Lehman Brothers con la responsabilità dell'attività di Strategic Equity a livello europeo; membro dell' Executive Committee.
Dall'ottobre del 2001 nel Gruppo Banca di Roma, designato dal Consiglio di Amministrazione Direttore Generale della costituenda Holding, cooptato nel Consiglio di Amministrazione del Mediocredito Centrale (oggi MCC) con la carica di Amministratore Delegato.
Dal 16 maggio 2002 è Direttore Generale di Banca di Roma, divenuta dal 1° luglio 2002 Capitalia.
Dal luglio del 2003 è Amministratore Delegato di Capitalia.

Elogiato dall'Economist («The Italian raising star») e da Time («Fresh Dna in the italian finance old boys' body»), il pupillo di Enrico Cuccia - che nella sua teoria lo considera il leader della quarta generazione di Mediobanca, dopo Vincenzo Maranghi e Gerardo Braggiotti - è il banchiere più giovane d'Italia, molto apprezzato anche in Europa. Un ‘ragazzo’ che nel 2004 ha firmato una dichiarazione dei redditi di 2,8 milioni di euro


sole24ore

E si, fatto fuori senza mezza parola, a scapito di ottimi risultati da lui riportati, chissà come mai!


Matteo Arpe (Milano, 3 novembre 1964) è un banchiere, imprenditore e dirigente d'azienda italiano.

Arpe è laureato in economia aziendale presso l'Università Bocconi, inizia la sua carriera professionale presso Mediobanca, dove lavora dal 1987 al 2000, con incarichi crescenti, fino a ricoprire il ruolo di direttore centrale finanza straordinaria.

Nel 2000 entra a far parte del Lehman Brothers con la responsabilità dell'area strategic equity a livello europeo.

Dal 2001 approda al Gruppo Banca di Roma come amministratore delegato del Mediocredito Centrale (oggi rinominata MCC) e come direttore generale della costituenda holding.

Dal 2004 è docente a contratto presso la Facoltà di Economia della LUISS Guido Carli, dove è titolare dell’insegnamento di Economia delle Aziende di Credito.

L'anno seguente viene nominato direttore generale di Capitalia, e nel 2003 amministratore delegato.

Nel 2006 si mostra contrario all'ipotesi di fusione con Banca Intesa e in funzione difensiva acquista sul mercato il 2 per cento delle azioni dell'istituto di credito milanese, bloccando di fatto ipotesi di scalate oscure.

A febbraio 2007 l'avvocato Ripa di Meana (presidente del patto di sindacato di Capitalia) lo invita alle dimissioni ma Arpe il 22 febbraio, alla riunione del patto di sindacato, si presenta con una lettera di scuse nei confronti del presidente Cesare Geronzi e così evita di essere sfiduciato.

È membro del Consiglio di Amministrazione e del Comitato Esecutivo di Banca di Roma, Mediobanca e Associazione Bancaria Italiana. Siede altresì nei Consigli di Amministrazione di MCC, Cnp Capitalia Vita, Istituto Europeo di Oncologia, Fondazione Cerba, nonché nel Comitato permanente ABI Banche e Società.

Il 20 maggio 2007, i Consigli di Amministrazione di Capitalia e Unicredito Italiano, riunitisi a Milano e Roma rispettivamente, hanno approvato il progetto di fusione per incorporazione di Capitalia S.p.A. in UniCredito Italiano S.p.A. sulla base di un rapporto di concambio di 1,12 nuove azioni ordinarie di UniCredito per ogni azione ordinaria di Capitalia. Matteo Arpe si dimette quindi dalla carica di Amministratore Delegato.

Il 6 novembre 2007, fonda insieme ad un gruppo di partner un nuovo gruppo finanziario dall'esoterico nome di Sator, la società con sede a Roma ed uffici a Milano e a Londra, con lo stesso Arpe amministratore delegato, e l'economista Luigi Spaventa presidente. La nuova società riunisce un gruppo di professionisti di società finanziarie italiane e internazionali. Ha come core business il private equity e l'asset management, e in futuro si occuperà di private banking e corporate speciality finance

wiki

Blog...


NEGLI ULTIMI dieci anni hanno cambiato il volto della rete. E oggi festeggiano il loro compleanno. Chiamateli diari online, personal homepage, o più comunemente come sono conosciuti oggi: blog. Sta di fatto che che ogni giorno ne nascono circa 175mila di nuovi, per un totale di circa 113 milioni a dicembre 2007, che pubblicano quotidianamente 1.6 milioni di articoli": Sempre secondo il sito Technorati.com, i blog parlano principalmente giapponese (37%), inglese (36%), cinese (8%), e, sorpresa l'italiano (3%), a pari merito con lo spagnolo.

A dieci anni di distanza, da quel 17 dicembre 1997 quando Jorn Barger coniò la parola "weblog" (da cui è derivato il termine "blog"), il fenomeno è cresciuto a tal punto da non necessitare più lunghe e incomprensibili spiegazioni. I blog informano, denunciano, scoprono. Sono parte ormai integrante dell'informazione online. Ma sono anche un prezioso strumento per capire gusti, mode, interessi di una fetta sempre più importante di nuovi consumatori ed elettori. Nessuna delle principali dotcom mondiali si è fatta sfuggire l'occasione. E nessun candidato alla Casa Bianca ha omesso di promuovere online un proprio blog in occasione delle future elezioni per la presidenza degli Stati Uniti. Alcuni hanno comprato una piattaforma di blog già esistente - come fece Google comprando Blogger.com nel lontano 2003 - altri se la sono costruita in proprio.

E oggi, proprio nel giorno del compleanno del weblog, Jorn Barger ne approfitta per pubblicare sulla nota rivista "Wired" dieci consigli destinati a tutti i blogger. "Un vero weblog" scrive Barger "è l'insieme di tutti link che si intende salvare e condividere". Per questo bisogna evitare che il numero di articoli pubblicati sia superiore a quello dei link, tipico indicatore - avverte il guru - di scarsa umiltà: molto spesso ciò che si vuole pubblicare in realtà è stato già pubblicato altrove. E ancora: è importante citare la fonte, aggiornare di tanto in tanto i propri link preferiti, scegliere alcuni blogger con cui rimanere collegati attraverso applicazioni e strumenti come possono essere gli Rss. Infine avvertire dell'esistenza di eventuali formattazioni non standard o della presenza di file di dimensioni eccezionali. Insomma, buon senso, e il successo è garantito.
repubblica


E qui trovate l'articolo originale, per chi vuole vedere la faccia di John Barger...

Qualità della vita: vince Trento


La classifica finale
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La pagella finale sulla Qualità della vita 2007 traduce in cifre la situazione: sul podio ci sono tre province, Trento, Bolzano e Aosta, tutte montane e tutte governate in autonomia, che su queste favorevoli condizioni di partenza hanno costruito il loro sviluppo; Siena, al vertice lo scorso anno, scende di sei posizioni; Milano – leader nel benessere – non si discosta dal sesto gradino e ora è tallonata dall'altra grande, Roma, che scala 15 posizioni, dando ottime prove in particolare per capacità di attrarre risorse dall'esterno e nell'offerta di occasioni culturali.
Il capoluogo lombardo e la capitale vantano i migliori piazzamenti tra le aree metropolitane. Alle loro spalle Firenze e Bologna, 11 ª e 12 ª . Più di una grande provincia – nonostante le situazioni critiche sui versanti della congestione demografica, del l'ecosistema e della sicurezza – fa qualche progresso rispetto alla scorsa edizione: Genova (32° posto) e Torino (53°) scalano quattro e sei gradini; e qualche passo avanti lo compiono pure Napoli, Palermo e Bari, pur restando oltre l' 85 ª piazza.
Città ideali
Infine il sondaggio sul sentiment, che anche quest'anno ha accompagnato i dati statistici. Non cambiano i risultati sulla città dove si sogna di andare a vivere, con Firenze e Parigi ancora prime rispettivamente tra le italiane e le straniere. Ma c'è una sorpresa a proposito della felicità: sono gli abitanti di Imperia i più soddisfatti della loro esistenza.
sole24ore

14 dic 2007

Federico Calzolari e Google


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Al primo posto, Federico Calzolari, al secondo posto “Natale”. E chi diavolo è Federico Calzolari? La domanda è rimasta strozzata nella gola di un conferenziere che ieri si trovava ad arringare il suo pubblico a Torino: dovendo rispondere su due piedi, ha detto: “E’ uno dei ragazzi di Maria De Filippi”. Falso ovviamente. Federico Calzolari è un fisico di 33 anni, che lavora come “ricercatore precario” presso la Scuola Normale di Pisa. Un esperto di “Grid Computing”, progetto e pratica mondiale di “calcolo distribuito” (qui la spiegazione di Wikipedia). Federico Calzolari non ha fregato Babbo Natale: ha, per una volta sola, anzi per un mese intero ingannato Google. Sbagliato: non l’ha ingannato, ne ha dimostrato la fallibilità, usando Google per ciò che Google fa: le ricerche.

Ciò che il menzognero conferenziere di Torino e il suo pubblico avevano davanti erano le classifiche mensili di Google Zeitgeist, che ogni mese danno la graduatoria delle parole più cercate sul motore in una certa lingua. Ecco a novembre 2007, in italiano, Calzolari batte Babbo Natale, solo secondo al traguardo.

In pratica mentre milioni di italiani hanno digitato la parola “Natale” su Google, dovrebbero essercene altrettanti milioni, e una persona almeno in più, che ha cercato le parole “Federico Calzolari”. Ma è mai possibile?

Ma No, Babbo Natale ha vinto. Ma Calzolari non ha imbrogliato, il trentatreenne fisico di Pisa (questo il suo sito con tanto di musica della Pantera Rosa) non ha taroccato niente. Ha solo partecipato a una sfida che un po’ in molte parti del mondo va avanti: quella di portare allo scoperto, di comprendere gli algoritmi che regolano il “page ranking”, le classifica di popolarità di Google.

Ora, se c’è una cosa per cui Google è grande, è che ti fa trovare le notizie. Così andando sul sito di Calzolari si viene in possesso anche del suo numero di telefono. E al telefono, il modesto fisico, che è anche il responsabile di Pisa del nodo di ricerca sul Grid Computing, e che si presenta come “un ricercatore precario” (allusione signorile allo stipendio che lo stato gli passa per essere un asso del suo campo) spiega così: ”Non è un esperimento, è un gioco, che nasce da tre tesi di dottorato in corso qui a Pisa e che non sono state ancora completate”. Calzolari non dice, al momento, se pubblicherà o meno il suo lavoro e quello degli studenti che segue, anzi lascia intendere di no.

La ragione potrebbe essere che il test non è replicabile: il linguaggio che Google applica alle sue ricerche cambia in continuazione, giorno dopo giorno, di momento in momento, soprattutto a seguito del gioco ”a guardia e ladri” che i matematici e i fisici di tutto il mondo conducono per amor di scienza. E il risultato, qualsiasi cosa si voglia dire, questo mese è raggiunto.

Calzolari spiega, in realtà descrive in modo allusivo, così: “Abbiamo fatto in modo che il motore venisse interrogato con queste parole che erano il mio nome”. Già, ma la “macchina” che faceva la ricerca ricorsiva non ha chiesto cento o dieci milioni di volte, “Federico Calzolari”. Lo ha fatto per poche migliaia di volte, anzi per 1 minuto al giorno, per i 30 giorni di Novembre: e con quella mezz’ora Google è rimasto ingannato - e qui c’è probabilmente il nocciolo della faccenda e la scoperta di Calzolari.

Calzolari non la mette così: “Nessun inganno, nessuna pirateria. Un gioco (matematico Ndr) per scoprire algoritmi che restano coperti dal segreto con giusta ragione, altrimenti verrebbe meno un elemento di verità, tutti potrebbero manipolarli, mentre Google è una cosa seria”. Ma se la ride, come tutti quelli che hanno altri assi nella manica ed altre sorprese in serbo.

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Repubblica

Italia, un caso disperato?


Ora vi riporto la mia traduzione dei passaggi più interessanti dell'articolo del newyork times sull'Italia, a cui Napolitano ha risposto con parole si belle, ma vuote come al solito.
Infatti come si fa a pensare che una persona che pensi veramente quello che dice, possa poi agire in maniera così palesemente contraria?
Non ultima, e con questo chiudo la prefazione all'articolo, mentre si cerca di risparmiare su tutto ecco che Napolitano non rinuncia a vivere nelle REGALI e sontuose dimore del Quirinale, in cui i precedenti presidenti, partendo da Cossiga, non se l'erano sentita di vivere. Proprio a causa del troppo sfarzo che stride con un Italia in difficoltà economiche, e aggredita dalle manifestazioni di delinquenti...

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Tutto il mondo ama l'Italia, perchè è antica ma ancora glamour.
Perchè mangia e beve, ma è raramente grassa o ubriaca.
Perchè è l'europa super regolata, dove le persone dibattono intelligentemente su cosa possa significare la luce rossa del semaforo.
Ma in questi giorni, aldilà dell'adorazione esterna e della sua innata resistenza, sembra non amare se stessa.
La parola in questione è "malessere", implica una collettiva paura, economica, politica, sociale, riassunto in un recente sondaggio: gli italiani, aldilà del loro vanto di aver padroneggiato le arti del vivere, sono le persone meno felici dell'europa occidentale.

I problemi sono per la maggior parte sempre gli stessi, ed è proprio questo il problema, si sono semplicemente trascinati nel corso degli anni e non appare chiaro come cambiarli.

Ma la frustazione sta aumentando perchè queste debolezze ci sono ancora e se nel 1987 l'Italia festeggiava la parità con l'Inghilterra, ora la SPagna che si è unita all'unione europea solo 1 anno dopo, può presto passarle avanti, e l'italia si è ritrovata dietro il regno unito.
La vita con una così bassa soglia tecnologica può incoraggiare i turisti, ma l'utilizzo di internet e il commercio sono i più bassi in europa, come le paghe gli investimenti esteri e la crescita.
Le pensioni, il debito pubblico e il costo del governo sono tra i più alti.

Gli ultimi dati mostrano una nazione sempre più vecchia e povera, tanto che le associazioni cristiane hanno proposto di aumentare i pacchetti di cibo per i poveri.
Ancora più preoccupante è che la tenacia italiana sta diventando debolezza, le medie e piccole imprese stanno sforzandosi di rimanere al passo con l'economia globale, con la particolare attenzione alla china dalla produzione a basso costo.
Dubbi si addensano anche sulla famiglia: il 70% degli italiani tra 20 e 30 anni vivono ancora a casa, condannando i giovani ad una prolungata e improduttiva adolescenza. I più illuminati, come i più poveri abbandonano l'italia, come 100 anni fa.


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Poi comincia una carrellata su tutto quello che è successo negli ultimi anni, da Grillo con Vday alla pubblicazione della Casta, dalle disavventure di governo di Prodi e Berlusconi, ponendo l'accento sul fatto che sono sempre gli stessi i protagonisti della politica italiana. E' un alternarsi delle stesse facce, e si chiedono come facciano a risolvere i problemi se non sono stati in grado la volta precedente. Bella domanda. E ancora come si possa fare dei governi costituiti da nove e più parti combattenti (Governo Prodi).
E si continua con tutto ciò che non va nel paese, giovani a casa fino a 40 anni, il peso sempre minore della chiesa di Roma, passata si dice da pilastro della cultura a lobby.
E ancora sull'incremento dei prezzi dopo l'entrata in vigore dell'euro, l'impossibilità di ricorrere alla leva dell'inflazione, la perdita dei valori della famiglia con un numero sempre crescente dei divorzi e sempre in diminuzione le nascite. L'invecchiamento della popolazione che si dice essere secondo solo alla svezia. I giovani non lavorano (tra 15 e 24 anni il 21% non ha lavorato nel 2006), e politici e presentatori (si accenna all'ultimo festival di sanremo) sempre più vecchi, in media 68,70 anni a capa.
Dopo la morte di Luciano Pavarotti si dice che l'italia è solo pasta e pizza, non ci sono più Pasolini o Fellini o Sofia Loren e la televisione e il cinema sono raramente considerati sulla cresta dell'onda.
Riprendiamo con la traduzione su una parte migliore:
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Ma in Italia ci sono la Ferrari, la DUcati, la Vespa, Armani, Gucci, Piano, Illy, Barolo, tutti simboli di stile e prestigio. E molti pensano che il futuro sia nel commercio del "Made in Italy".
Il vino italiano è un primo test, i produttori si sono spostati dalla quantità alla qualità, Illy, la produttrici di caffè, sta fiorendo sulla base dell'unione di qualità e metodi innovativi e stile nella presentazione.
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Non è chiaro se la strategia del made in Italy sarà abbastanza. Lo scetticismo suggerisce che gli investimenti stranieri, i fondi per la ricerca e sviluppo e i fondi investiti da capitalisti rimangono bassi, e non fanno essere competitiva l'italia.
Ma gli entrepreneurs della nazione sono dei punti luminosi sulla terra con pochi altri. Alcuni suggeriscono che le generazioni dei più giovani rappresentano la chiave del futuro, se non ora sicuramente quando i potenti moriranno.
Sono educati, hanno viaggiato e come ha detto Beppe Grillo, usano internet.
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Ma sottolineare i problemi è il passo più piccolo. Ci sono molte preoccupazioni che l'italia abbia la stessa sorte della repubblica di venezia, basata su quella che molti considerano la più bella delle città, ma il cui dominio del commercio con il vicino oriente si spense senza dare nessun risultato evidente. La conquista di Napoleone nel 1797 rese ciò ufficiale. Ora è essenzialmente un'eccezionale salma, calpestata da milioni di turisti.
L'Italia non deve diffondere i propri comfort per cambiare, dicono molti, altrimenti un simile destino la aspetta: bloccata dalla passata grandezza con turisti agiati come questionabile fonte di vita, la Florida dell'Europa.
" Il malessere è: ' Io posso vedere tutto questo, ma non posso far nulla per cambiarlo,' " ha detto Grillo Severnigni giornalista del corriere della sera.
Ma, " per cambiare le cose bisogna cambiare i propri individuali modi di agire: rifiutare i compromessi, pagare le tasse, non chiedere favori quando si cerca un lavoro, non cercare una spinta per il figlio che deve scegliere l'università".
" Il bello è che siamo arrivati ad un punto in cui aspettiamo il cavaliere bianco che ci salvi".
"Noi Italiani abbiamo il destino nelle nostre mani più che in ogni altro momento", conclude Severnigni.


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NewYorkTimes

13 dic 2007

L'unica speranza sono i giovani?


Ed ecco un bell'articolo che tocca tutti i più amati temi: politica, stato, giovani, imprese, mercato , consumi e SFIDE; condito con un bel pò di statistiche e dati.
Non potevo non riportarlo, ed è un'ottima lettura, in linea con OneEnergyDream!


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I settori economici in crescita non trainano la società italiana che si chiude sempre più in se stessa e non pensa al futuro. L'unica speranza sono i giovani?.

E' uscito il 41° rapporto del Cinsis, niente di ecclatante, o meglio, sappiamo già in quale situazione ci troviamo: i settori in crescita non riesco a trainare l'economia nazionale. La società resta delusa, aggressiva, fratturata. Spende per casa ed energia un terzo dello stipendio e pensa solo ai propri interessi. E al telefonino
di Jacopo Matano
Siamo scollati, disaggregati, disillusi, aggressivi, pessimisti. Risultato: una 'politiglia di massa' che va piano, rende poco e pensa solo a sé stessa. E' l'illuminante quadro degli italiani dipinto dal '41 rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese' del Censis, un esercizio demo-socio-antropologico culturale che cerca di interpretare i significati che la società emana, ma anche un tentativo di dare una spiegazione al motivo per cui il sistema Italia non funziona come dovrebbe.

ITALIE(TTE) - La realtà percepita si trasforma in realtà reale: la schizofrenia degli affetti tra le mura di casa fa aumentare i casi di violenze e le separazioni, e la cronaca conferma l'aggressività sociale espressa dentro e fuori gli stadi. E' una vera e propria 'degenerazione antropologica', quella descritta dal Censis, che lancia più di un allarme e conferma la trasformazione dell'italietta da bar in un'italietta da ring, dove si sfogano le tensioni, ed in un'italietta da tinello, dove si curano i propri interessi e non si ha la minima fiducia per chi si occupa della cosa pubblica. Più della metà degli abitanti della Penisola sono 'poco' o 'per niente' soddisfatti dell'operato dello Stato, e qui non c'entra il governo, perchè sono le istituzioni tutte a crollare sotto i colpi dei sondaggi. Tutte tranne una: tra gli enti più prossimi ai cittadini, il più vicino è anche il più amato, ed è il comune, che ha un tasso di sfiducia del 32,7%. Una buona notizia per i tifosi della sussidiarietà verticale. Ma poi: otto italiani su dieci pensano che 'nessuno si preoccupi di ciò che accade agli altri', mentre per il 56,4% valgono 'di più' i propri interessi che gli altri. La filosofia del 'volemose bene', però, cancella le amarezze: il 69% degli italiani pensa di poter contare sulle persone vicine in caso di bisogno, mentre intensa è la partecipazione dei cittadini ai problemi della comunità. Il 17,9% si organizza, spesso o molto spesso, con altri per un obiettivo comune, ma c'è un problema: il motivo che spinge ad associarsi è soprattutto il bisogno di sicurezza nei confronti degli immigrati.

TELEFONISTI - Sfiducia per lo Stato nel complesso, minore sfiducia per l'ente locale, necessità di convogliare le forze per difendere le proprie sicurezze. Se aggreghiamo i dati con la tendenza allo sviluppo dei movimenti di interesse locale, emerge come il Paese sia un insieme eterogeneo di soggetti 'not in my backyard'. Che vogliono un cambiamento, ma non nel giardino di casa propria. Qualunquismo? Forse, anche se il Censis mostra che il 31% degli stipendi se ne vanno in fumo nelle spese per la casa e l'energia, un dato che trasmette ragionamenti concreti, conti in tasca e soldi in mano. Realisti, allora? Forse, anche se ogni tanto impazziamo per qualche idolo di consumo. Uno fra tutti: quell'oggetto dotato di antenna e microfono che monopolizza la nostra vita. Il numero dei cellulari continua a crescere, nove italiani su dieci ne hanno uno, il telefonino è utilizzato dal 76,9% degli uomini e dal 75% delle donne, con punte di oltre il 96% fra i giovani di età compresa tra i 14 e i 29 anni. 'Quanto ce piace de chiacchierà'.

'EGO-NOMIA' - Morale della favola, presumibilmente siamo anche stressati. Ma dal rapporto annuale del Censis, oltre alla foto di gruppo degli italiani del 2007, emerge un altro dato meno folkloristico e, forse, più disarmante. La buona notizia è che l'economia è in ripresa. La cattiva notizia è che il mondo imprenditoriale non traina la società. Inerzia premeditata e dolosa o impossibilità di connettersi con gli altri ingranaggi, il risultato è che 'il successo della minoranza industriale non riesce a coinvolgere l'intero sistema sociale', come si legge nella relazione introduttiva al rapporto. 'Siamo dentro una dinamica evolutiva di pochi e non uno sviluppo di popolo'. Su questo resta, e pesa, la frattura Nord-Sud, visto che 'le regioni centrali e settentrionali hanno assorbito la spinta positiva dello sviluppo di minoranza dentro i più sperduti microcosmi territoriali, mentre quasi tutte le regioni meridionali sembrano restar fuori dalla positiva evoluzione, anche internazionale, dell'economia reale italiana'. E visto che 'il 22% della popolazione italiana, ossia circa 13 milioni di persone, vive in zone in cui è presente la criminalità organizzata' (trattasi del 77,2% della popolazione di Campania, Calabria, Puglia e Sicilia)

Certo, se si prescinde dal fattore criminalità e dai 'soliti' cleavage territoriali, l'analisi del Censis sull'effettivo scollamento dell'economia di pochi ed il Paese di molti, ovvero sul non inserimento dei -pur in crescita- nuclei produttivi nel sistema sociale del Paese sembra chiamare in causa le responsabilità collettive dei settori imprenditoriali e della politica. Soggetti 'ego-nomici' che non solo non condividono gli utili, ma neanche lo spirito. Se i giovani ed i professionisti, infatti, fortunatamente sembrano aver 'acettato le sfide', la maggior parte dei ceti non esposti alla competizione 'preferiscono restare indifferenti alle sfide stesse'.

Chissà se nella fotografia del Censis riusciamo a riconoscere i nostri volti. Resta solo una certezza: Babbo Natale. Che prima di sorvolare il BelPaese, anche quest'anno farà il pieno e riempirà il sacco. La spesa per i regali ai bimbi, infatti, è superiore del 50% rispetto alla media europea (150 contro 100 euro l'anno per bambino). Occhio a non viziarli, che poi ci diventano bamboccioni.

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(businessonline)

12 dic 2007

La straordinaria storia di Og Mandino



Sarebbe diventato uno scrittore, anzi, un grande scrittore!
Così diceva la madre al piccolo Og Mandino sin da quando era piccolo, e quella era stata l'idea che li aveva accompagnati lungo quei meravigliosi anni passati insieme.

Anche la scuola che Og avrebbe frequentato dopo le superiori rispecchiava il sogno dei due: avevano scelto l'Università del Missouri, quella che vantava la migliore scuola di giornalismo del paese, così che la carriera di scrittore di Og avrebbe potuto avere un buon avvio.
Era il 1940 e sei settimane dopo aver preso il diploma la madre di Og morì improvvisamente mentre era in cucina intenta a preparare il pranzo.

Quell'evento tragico segnò il futuro di Og, ponendo fine al suo sogno di frequentare l'Università e diventare un grande scrittore.
Fu così che triste e amareggiato si arruolò nell'Aeronautica Militare Americana: l'anno successivo si ritrovò ai comandi di un bombardiere compiendo svariate missioni sui cieli della Germania.

Durante il servizio militare era riuscito a risparmiare circa mille dollari, così decise di riprovare ad avverare il sogno (suo e di sua madre) in realtà mai completamente svanito: quello di diventare scrittore.

Affittò un appartamento e comprò una macchina da scrivere: avrebbe redatto articoli, brevi racconti e persino poesie per poi proporli agli svariati editori...fallì miseramente.
Non riuscì a vendere niente, neanche un articolo come riempitivo ed in breve tempo i soldi finirono.

A quel punto tornò nel paese di origine, nel New England, dove trovò un posto come venditore di polizze assicurative sulla vita e dove sposò quella che sarebbe stata la donna della sua vita.

I dieci anni successivi sarebbero stati un vero inferno: la famiglia Mandino cadde in una grossa crisi economica, si ritrovò con i debiti fino al collo e col passare del tempo continuava ad affondare.
Ad un certo punto della sua vita Og cominciò a fare ciò che molti fanno per sfuggire alla realtà: qualsiasi ora fosse, terminato l'ultimo contatto per la vendita, tornando a casa si fermava al bar per bere un bicchierino che presto diventarono due, poi quattro, poi sei...
Fu così che la moglie lasciò quel miserabile ubriacone in cui si era trasformato il marito, e fu così che Og si mise a bere sempre di più finendo per perdere il lavoro e la casa.

Con pochi vestiti buttati nel bagagliaio della sua vecchia Ford si mise a viaggiare per il paese accettando qualsiasi piccolo lavoro che gli permettesse di comprare un altra bottiglia di vino a buon mercato.

Poi, una mattina fredda e buia di inizio inverno, per poco non mise fine alla sua vita trovandosi davanti alla vetrina di un pegno che esponeva una piccola rivoltella con attaccata una targhettina che riportava il prezzo: 29 dollari.
Og racconta di avere messo le mani in tasca e di aver estratto tre banconote stropicciate da 10 dollari l'una: “ quella rivoltella è la risposta a tutti i miei problemi...così non dovrò più affrontare quel miserabile fallito che mi guarda dallo specchio...”.

Dice di non ricordare cosa successe dopo, ma di non avere più comprato quella rivoltella. Dice di non avere sentito voci o angeli cantare, ma di essersi voltato lentamente ed avere camminato a fatica sotto la pioggia gelida e sferzante fino a quando non si ritrovò sui gradini di una biblioteca pubblica ed entrò.

Cominciò a vagare lentamente fra le corsie di scaffali pieni di libri fino a quando si ritrovò in quella sezione speciale: in quegli scaffali vi erano riposti i libri che insegnano come avere successo e come mantenerlo.
Cominciò a leggere Norman Vincent Peale, Napoleon Hill, Russell Conwell e molti altri, e da quel momento la sua vita cominciò a cambiare.
Da quel giorno si ritrovò a passare sempre meno tempo al bar e sempre più tempo nelle biblioteche comunali alla ricerca di alcune risposte.
Ma poteva un fannullone trentacinquenne con la sola istruzione liceale combinare ancora qualcosa nella vita?
O forse era troppo tardi?

Tra i vari autori che lesse c'era W. Clement Stone, un libro che si chiamava Success Through a Positive Attitude: le parole di quell'uomo lo ispirarono tanto che desiderò lavorare per lui.
W. Clement Stone era tra le altre cose anche il fondatore di un'Agenzia di Assicurazioni: Og trovò il coraggio di contattare una succursale di quell'Assicurazione e riuscì a farsi assumere.
Nello stesso periodo ritrovò Bette, la donna della sua vita.

Nel giro di un anno, grazie al suo impegno, si guadagnò la posizione di direttore alle vendite.
Assumeva giovani inesperti e insegnava loro a guadagnare cinque volte tanto le loro attuali entrate e presto il volume delle vendite di quella succursale attirò l'interesse a livello nazionale all'interno della società.
Aveva imparato ed applicava al meglio la filosofia di comportamento mentale positivo di Stone.

Dopo circa un anno passato a creare materiale motivazionale per venditori, si presentò ad Og Mandino un'altra grande possibilità: il direttore della rivista Success Unlimited (Successo Illimitato) fondata dallo stesso W. Clement Stone, andò in pensione ed Og decise coraggiosamente di fare domanda per quel posto anche se, come afferma egli stesso, a quell'epoca “non fosse in grado di distinguere fra una bozza e un foglio di carta qualsiasi”.
Il posto gli fu assegnato!

Og Mandino organizzava gli spazi, coordinava i redattori degli articoli ed egli stesso scriveva dei pezzi da pubblicare.
Un giorno venne contattato da una casa editrice: “i suoi articoli sono speciali signor Og, se un giorno decidesse di scrivere un libro saremo lieti di poterlo esaminare...”

...Un anno dopo Og Mandino scrisse Il più grande venditore del mondo: 5000 copie della prima edizione esaurite in pochissimo tempo senza pubblicità con il solo passaparola e così ristampa dopo ristampa fino a raggiungere le 300.000 copie vendute!

Oggi Og Mandino è uno scrittore di successo, ha scritto moltissimi libri da Il più grande venditore del mondo a Il più grande miracolo del mondo, da Segreti per il Successo e la Felicità a Un modo migliore di Vivere.
La scelta, Il più grande segreto del mondo, La stella di Acabar , Il dodicesimo Angelo , Il più grande Successo del mondo e ancora Il dono dell'incantatore e Missione successo.

Attualmente i suoi libri sono stati tradotti in 30 lingue ed hanno venduto più di 30 MILIONI DI COPIE in tutto il mondo.

Oggi Og Mandino è uno scrittore di successo, era stato un ubriacone fallito,
oggi Og vive con orgoglio la sua vita, un giorno di tanti anni prima stava per togliersela.
Og con il suo esempio ci ha insegnato che nella vita non bisogna mai smettere di sperare, di sognare: ha raggiunto il successo a 45 anni, non è mai troppo tardi, è questo che vuole insegnarci la storia di Og,
NON È MAI TROPPO TARDI!

Questa è la storia di Og Mandino, la straordinaria storia di Og Mandino.
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fonte
"Io non mi preoccupo
di mantenere la qualità della mia vita
perchè ogni giorno lavoro per migliorarla.
Mi sforzo continuamente di imparare
e di fare nuove e importanti distinzioni
sul modo di aggiungere valore alla mia vita
e a quella degli altri.
Questo mi dà la sicurezza di poter sempre imparare
di potermi sempre sviluppare
e crescere."

ToTo Carlo


Vediamo la storia di uno degli imprenditori di questa bistrattata italia:
Carlo Toto Padrone di AirOne

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di Primo Di Nicola

Non fosse stato per quel verdetto negativo del tribunale di Busto Arsizio, che il 14 gennaio ha respinto il suo ricorso contro la partecipazione di Alitalia alla gara di vendita di Volare, per Carlo Toto, imprenditore abruzzese, patron di Air One, sarebbe stato proprio un decennale coi fiocchi. Dieci anni di attività frenetica sulle rotte nazionali che da discreto imprenditore di provincia lo hanno consacrato titolare della seconda compagnia aerea del paese con una quota del 25 per cento del mercato nazionale. Una compagnia in espansione, a cui avrebbero fatto comodo anche i marchi VolareWeb (voli nazionali e europei) e Air Europe (charter) dell'azienda in amministrazione straordinaria. Ma i giudici hanno deciso altrimenti confermando l'assegnazione di Volare ad Alitalia.

E Toto? Non si è rassegnato, ha continuato ad appellarsi all'Antitrust e alla Commissione europea per le infrazioni alla libera concorrenza (Alitalia ha ricevuto corposi finanziamenti statali) e, soprattutto, ha celebrato lo stesso la ricorrenza annunciando, di fronte alle macerie della compagnia di bandiera strozzata dagli scioperi, i suoi programmi per il futuro: rinnovo della flotta Air One, apertura alle rotte europee e intercontinentali, ma soprattutto l'avvio di un nuovo business, quello ferroviario, dove promette di ripetere i fasti aerei. Riuscirà a ripetere l'impresa? Chi lo conosce non nutre dubbi. Toto non è uomo che sprechi parole. 62 anni, 4 figli (Alfonso, Valentina e Riccardo hanno già ruoli importanti in azienda), chietino di nascita e carattere tosto, ha un solo credo: il lavoro. E un grande orgoglio: avere creato un'azienda di oltre 1.500 persone "senza alcun costo per il sistema paese". Una compagnia partorita e svezzata negli anni Novanta dopo una lunga e dura gavetta nel settore delle costruzioni.

Il padre Alfonso era titolare di una piccola impresa che tra Chieti e Pescara negli anni Cinquanta lavorava con le commesse stradali in subappalto. Niente di eccezionale, sino a quando Carlo, il più giovane dei fratelli Toto (gli altri si chiamano Mario e Ignazio), ma anche quello dotato di maggiore fiuto, convince la famiglia che gli appalti pubblici sono un vero business solo quando si partecipa direttamente alle gare. Proprio quello che lui comincia a fare negli anni Sessanta, intensificando i rapporti con l'Anas e passando dai rifacimenti dei manti stradali alla costruzione dei primi ponti e gallerie. Inizia così l'ascesa vertiginosa di Toto, accelerata anche dalle ingenti commesse delle Fs. Unica macchia: l''incidente' di Tangentopoli, quando Carlo patteggia 11 mesi di condanna per le mazzette pagate per l'appalto di un mega-parcheggio.

Ci si poteva fermare alle ruspe vivendo sugli allori? Certo che sì. Ma Toto aveva un vecchio pallino che sognava di trasformare in business: l'aeronautica. Una passione che nel 1988 lo spinge a rilevare Aliadriatica, piccola società pescarese specializzata nei servizi di aerotaxi e che lui sbriga con due Jetstream turboelica da 18 posti. Niente di eccezionale per un uomo che allarga i suoi orizzonti tessendo anche rapporti politici a tutto campo (risulta finanziatore di Fi, An e Democrazia europea, oltre che dei diessini Massimo D'Alema e Pierluigi Bersani) e che non fa mistero di voler creare una compagnia aerea in grado di rompere il monopolio Alitalia. Sembrava un'idea temeraria. Solo che Toto vedeva oltre gli orizzonti del mercato tradizionale chiuso a ogni forma di concorrenza: prefigurava già gli scenari delle liberalizzazioni europee con le opportunità che ne sarebbero scaturite.

La sua filosofia era semplice: ampliare l'offerta occupando le rotte sino ad allora trascurate da Alitalia. Inizia così a ottenere le prime concessioni e a fare trasporto di linea da Pescara per Bergamo, Torino e Palermo. Nel giugno '94 Aliadriatica acquista con 4 milioni di dollari a un fallimento il suo primo Boeing 737 da 120 posti. Per rimetterlo a nuovo Toto si affida alle officine della Lufthansa (nel 2000 diventerà partner di Air One) e con quel Boeing inizia a offrire servizi charter su rotte a medio raggio. Il 27 aprile '95, poi, inaugura il collegamento tra Linate e Brindisi, Reggio Calabria, Lamezia Terme. Il 23 novembre trasforma Aliadriatica in Air One, iniziando a solcare la rotta più ambita: la Fiumicino-Linate, quinta in Europa per volume di traffico.

Un successone, considerando che solo nelle prime cinque settimane la nuova compagnia trasporta oltre 30 mila passeggeri, diventati 713 mila nel '96 e addirittura 5 milioni 600 mila nel 2005. Con il suo fatturato di 503 milioni nel 2004, i 1.500 dipendenti e la sua flotta di 30 Boeing 737, diventa la seconda compagnia italiana con il 25 per cento del mercato. Una flotta di cui Toto ha annunciato la riconversione, dismettendo i Boeing e acquistando con una spesa di 1,8 miliardi di dollari 30 nuovi Airbus 320 da 159 posti. L'idea è di buttarsi nei voli intercontinentali: Nord America, Brasile, India e Cina.

Poi c'è il business ferroviario per il quale l'imprenditore ha creato Raill One. Per fare cosa? Quello che attualmente fa il vettore Trenitalia sulla rete gestita da Rfi: utilizzare i binari pagando una tariffa. A quando il viaggio inaugurale? Quando saranno pronti i mezzi, tenendo conto dei lunghi tempi di costruzione dei treni ad alta velocità. La filosofia resta la stessa del '95, quella con la quale sfidò Alitalia: "Dare maggiore libertà ai cittadini, offrendogli possibilità di scelta quando decidono di muoversi", spiega Toto: "Lo abbiamo fatto con gli aerei, ora lo faremo anche con i treni".

L'Espresso 27-1-06
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Perchè tanto interesse su Toto:
facile, è il candidato preferito per acuistare Alitalia, insieme a IntesaSanPaolo e altre "piccole" azienduccie: Nomura, Morgan Stanley e l'advisor Goldman Sachs!!!



Leggete qui:

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semplice il piano di Carlo Toto per salvare Alitalia. Perché riparte da dove la compagnia di bandiera ha fatto dietrofront negli ultimi anni, ossia il lungo raggio. Ma la novità è che a fianco di Air One, finalista con Air France per rilevare Alitalia, ci saranno le banche (Intesa SanPaolo, Nomura, Morgan Stanley e l'advisor Goldman Sachs), pronte a entrare nel capitale di Alitalia, e forse anche il viatico di un'Opa.
Toto scopre dunque le carte su Alitalia e a sorpresa compare l'ipotesi Opa:secondo quanto riferito ieri da fonti sindacali, Ap Holding, il veicolo usato da Toto per la gara Alitalia, punta al 49,9% di Alitalia, tutta la quota in mano al ministero dell'Economia e nell'azionariato potrebbero entrare anche gli istituti di credito con quote di minoranza. L'imprenditore ha comunque spento sul nascere qualsiasi speculazione, dichiarando che «l'Opa la decide chi vende »: Toto ha ripassato la palla al Tesoro, senza escludere a priori la possibilità di un'offerta. Una mossa orientata a far pendere ancor più a favore di Air One la scelta finale del Governo ( oggi è previsto un vertice di Governo a Palazzo Chigi mentre ieri sera l'ad di Alitalia Maurizio Prato si è recato dal premier Romano Prodi) e quella di Alitalia, al cda di domani.

Toto, comunque, non sembra aver bisogno di accattivarsi simpatie perché ieri ha già incassato l'appoggio del mondo industriale e di parte di quello istituzionale: a fianco del progetto Air OneAlitalia è sceso in campo in prima persona Luca Cordero di Montezemolo dando la sua benedizione alla cordata tricolore: «È la soluzione migliore. Mi sembra ci sia una grande banca italiana di dimensioni internazionali come Intesa, importanti banche estere e un imprenditore che ha dimostrato di saper fare il suo mestiere come Toto con Air One». Per il presidente di Confindustria ci sono tutte le condizioni «per fare una buona operazione per l'Italia e l'Alitalia e a cui tutto il sistema Paese deve contribuire ». E per una volta anche Silvio Berlusconi e sindacati si sono trovati dalla stessa parte: secondo l'ex premier Alitalia «deve rimanere italiana», mentre Cgil e Cisl e Uil, nel chiedere un incontro a Prodi prima di decidere chi sarà il partner strategico per la compagnia, hanno invocato una «soluzione italiana». Dal canto suo Toto se ne compiace: «C'è il sentore che la soluzione italiana sia quella che ha senso». Posizione rafforzata ieri dal presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, che dopo l'incontro con Jean Cyril Spinetta ha confermato il giudizio negativo sul piano di Air France.

Assodato che c'è un consenso di fondo verso Toto, il nodo è testare sul campo come Air One traghetterà Alitalia fuori dalla crisi per arrivare, come prospettato dal piano industriale presentato, al pareggio nel 2009 e all'utile nel 2010: per farlo Toto punta molto sul lungo raggio e sul recupero di efficienza. Per le compagnie aeree tradizionali, sempre più schiacciate dall'aggressiva concorrenza del low cost, sono i voli intercontinentali che danno margini e mercato: l'asso nella manica di Toto sono i 90 Airbus A320 che Air One porterà in dote e grazie ai quali ammodernerà la flotta di Alitalia con l'obiettivo di arrivare a 222 aeromobili di cui 40 sulla lunga distanza. Le rotte internazionali sono da sempre il pallino di Toto e così Air One spera di vincere l'offerta della ben più granitica e accreditata Air France (23 miliardi di ricavi e utili superiori all'intero giro d'affari di Air One, pari a 612 milioni nel 2006). Toto promette di aprire 11 nuove destinazioni sul medio- lungo raggio e visto che Lazio e Lombardia coprono due terzi della domanda di voli intercontinentali c'è dunque spazio per tenere in vita entrambi gli hub di Fiumicino e Malpensa.
Gli analisti aspettano di vedere in concreto i dettagli del piano di turn around: «Il progetto finora sembra molto soft perché mira a tenere in piedi due hub e prospetta tagli occupazionali molto più contenuti rispetto al piano francese». Le persone coinvolte dal processo di ristrutturazione, per la parte core business, sono complessivamente 2700, di cui 1600 saranno gestite tramite il ricorso ad ammortizzatori sociali mentre nel settore no core le persone interessate sono circa mille di cui 700 con ammortizzatori sociali. Sulla carta Air One vuole investire 4 miliardi dal 2008 al 2012, di cui 1,5 in aumento di capitale. Le risorse serviranno al rinnovo della flotta, mentre sul versante di Az Servizi, dove si concentra metà della forza lavoro, Toto ha in mente di valorizzare manutenzione e handling.
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sole24ore

Il potere di ADESSO


Cresciuti col messaggio "Carpe diem" eccoci al "the power of NOW".
Noi generazione dell'"attimo fuggente" ci troviamo ora davanti ad un nuovo messaggio molto potente, l'invito di Tolle Eckhart:
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Per intraprendere il viaggio nel potere di Adesso abbiamo bisogno di lasciare da parte la nostra mente ed il falso sé che questa ha creato: l'ego. Sebbene il viaggio sia pieno di sfide, Eckhart Tolle ci guida con un linguaggio semplice. Per molti di noi, lungo la via, vi sono nuove scoperte da fare: noi non siamo la nostra mente. Possiamo trovare l'uscita dal dolore psicologico. L'autentico potere umano si trova arrendendosi all'Adesso. Scopriamo anche che il corpo è in effetti una delle chiavi per entrare in uno stato di pace interiore, così come lo sono il silenzio e lo spazio intorno a noi. Infatti l'accesso è disponibile ovunque. I punti di accesso, o portali, possono tutti essere usati per portarci nell'Adesso dove i problemi non esistono.
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E' certo che questo breve abstract lascia qualche perplessità, sembra infatti la negazione del futuro in chiave del presente inconsapevole dei problemi, una visione platonicamente godereccia della vita.
Parlando con un collega Danese, ho preso anche dei rimproveri paragonando il carpe diem con il potere dell'adesso, ma fino ad ora non ne comprendo bene la differenza, al massimo le sfumature.

Quello che io intendo per il potere dell'adesso (senza aver toccato il libro) è che la vita premia l'azione, bisogna agire ora per ottenere quello che vogliamo.

Inutile aspettare, inutile indugiare o attendere il "segno", è ORA il Tuo momento, è ora la tua occasione SFRUTTALA!


Mi appresto per questo ad iniziare la lettura di tale best seller e nella speranza di non perdermi nell'adesso, vi riproporrò nuove considerazioni al termine della missione!
compralo Ora

11 dic 2007

Stage e lavoro


Ogni settimana inizio riportando qualche notizia sulla situazione lavorativa in genere. Sembra che lo faccio apposta, in realtà è un puro caso.
La situazione del lavoro in Italia è estremamente complessa e annovera mille e mille aspetti e soprattutto angoli scuri. Eccone uno:
Lo STAGE.

di FEDERICO PACE

La gran parte di loro ha meno di ventisei anni, possiede almeno un titolo di laurea, e non riceve neppure un euro per lavorare, o imparare a lavorare, anche fino a 48 ore a settimana. Più della metà degli stagisti ha ripetuto, o è stato costretto a ripetere, l’esperienza più di una volta e, alla fine di quei mesi trascorsi in azienda, un terzo di loro ha dovuto amaramente confessare che lo stage non è servito a nulla. Ma soprattutto, la maggior parte di loro non ha avuto, durante il tirocinio, alcun progetto formativo.

Sono questi alcuni dei risultati della nostra indagine realizzata, insieme all’associazione del personale Gidp, sull'esperienza degli stage dei giovani, che ha coinvolto duemila stagisti e cento imprese, dopo che la Commissione europea ha lanciato l’allarme sull’abuso dello strumento dei tirocini. Dopo che l'istutuzione europea ha annunciato, per l’anno prossimo, l’adozione di una serie di interventi per stimolarne l’uso corretto e virtuoso con l’inquadramento del tirocinante in un adeguato percorso formativo seguito anche dalla presenza di un tutor.

Quella che è, e deve essere, un’opportunità per avvicinarsi al mondo delle aziende, rischia, forse in troppi casi, di diventare una specie di trappola. Ma iniziamo dalla paga. Il quaranta per cento degli stagisti ha dichiarato di non avere ricevuto alcun rimborso mentre un altro dieci per cento ha detto di avere dovuto fare fronte a un rimborso inferiore ai duecento euro al mese. Un altro sette per cento ha ricevuto una somma compresa tra duecento e trecento euro. Pochi invece i fortunati che hanno potuto fare conto, a fine mese, su qualcosa che non avesso solo un carattere simbolico. Il tredici per cento ha ricevuto una cifra compresa tra 500 e settecento euro mentre un altro dodici per cento ha avuto una cifra superiore ai settecento euro (vedi tabella).

Quanto invece al progetto formativo solo il 35 per cento ha dichiarato di averlo avuto e di essere stato seguito da un tutor. A questi si aggiunge un 15 per cento che però, seppure con un progetto, non è stato seguito da alcun tutor. Ma quel che desta allarme è quel 51 per cento che dichiara di non essere stato inserito in alcun progetto formativo (vedi tabella). Ma quali sono le realtà dove si fa un uso distorto dei tirocini? “Come gestore delle risorse umane – ci ha detto Paolo Citterio, presidente associazione direttori risorse umane GIDP/HRDA – vedo troppe malinconiche situazioni specie nelle piccole imprese che ancora non hanno capito né percepito che un laureato può fornire, ad esempio, nell'area del marketing o dello sviluppo della ricerca, un contributo importante ove l'imprenditore, che "sta sul pezzo" anche 12 ore al giorno e non ha il tempo né la cultura per crescere. Queste imprese hanno bisogno, forse non di maggiori controlli punitivi ma di facilitazioni, spiegazioni, indicazioni su come utilizzare al meglio i nostri stagisti laureati”.

Se si guarda alle ore trascorse in azienda ci si accorge che un terzo degli stagisti lavora più di 43 ore a settimana e di questi il dodici per cento arriva a lavorare per più di quarantotto ore (vedi tabella).

Se c’è qualcosa di positivo è di certo il ruolo crescente delle università nell’avvicinamento al mondo del lavoro. L’80 per cento delle imprese dichiara di utilizzare proprio il canale delle facoltà per individuare le risorse da inserire al proprio interno in percorsi di tirocini. “La nostra azienda – ci ha detto Maurizio Villa direttore del personale di Leaf Dolciaria – utilizza ampiamente lo stage con vicendevole soddisfazione attraverso convenzioni fatte con le principali università, tra queste la Cattolica, la Bocconi, il Politecnico, l'università di Parma e altre”.

Ma in quali divisioni vengono inseriti per lo più i giovani? Molti trovano spazio nelle attività legate al marketing (il 21 per cento) e nella divisione dell'amministrazione, controllo e finanza (il 18 per cento). Un altrettanto numero significativo ha la possibilità di entrare nella ricerca e sviluppo e nella produzione.

Alla fine per molti il tirocinio, seppure a un prezzo alto, non è tempo perso. I due terzi dicono che è servito in qualche modo a qualcosa mentre per un 33 per cento è servito a poco o nulla. Per il 31 per cento il tempo trascorso in azienda è stato utile per affinare le competenze mentre il 27 per cento, ne ha approfittato per capire meglio quello che accade in un'impresa. Altri, più concretamente, ritengono che alla fine il tirocinio sia soprattutto servito a inserire nel proprio cv un'esperienza di lavoro.

Quanto all’esito occupazionale, a quasi sei stagisti su dieci non è stato proposto alcun contratto (il 55 per cento), al venti per cento è stata proposta una collaborazione a progetto, al dieci per cento un contratto a tempo determinato e al sei per cento un contratto a tempo indeterminato (vedi tabella). D’altronde il tasso di crescita dell’occupazione è ancora molto esiguo e le aziende si mostrano molto caute. “Oggi l'inserimento in azienda non è affato scontato – ci ha detto Tommaso Raimondi direttore personale e organizzazione di OM Linde - e le aziende sono molto attente ad inserire le persone giuste al posto giusto dopo averne ampiamente valutate le potenzialità. Il considerare lo stage a volta con qualche pregiudizio, ritenendolo in definitivo come una modalità di sfruttamento delle risorse da parte delle imprese senza sicurezza di essere poi assunti, porta inevitabilmente a perdere delle occasioni duplici: colmare il gap di conoscenza rispetto alla realtà aziendale e sicuramente escludere comunque di dischiudersi qualche opportunità di definitivo inserimento
(mioJob)

6 dic 2007

"Se non ti aspetti l’inaspettabile non lo raggiungerai mai"
(Eraclito)

Appena fuori dalla scuola mille paure


Ormai è chiaro a tutti: la paura non serve a nulla!

IL mercato tenta di fregare i giovani ogni giorno, facendo leva sulla loro proverbiale paura del futuro e della sopravvivenza.
Già mi sembra di sentirli che dicono:
"bene non volete il lavoro flessibile, bè allora tenetevi un lavoro sicuro, senza prospettive e mal pagato....ah aha ha ah!"
Un'abile manovra per diminuire i salari (del tempo indeterminato), che ha avuto come side-effect quello di diminuire la produttività e l'efficienza delle aziende stesse. Con il risultato di non avere un futuro certo.
Un bel paradosso, per cercare la sicurezza di OGGI ci siamo preclusi la sicurezza del futuro.

Infatti il mercato (con i suoi interlocutori privilegiati, i sindacati) hanno portato avanti una ben mirata campagna di demonizzazione del lavoro flessibile (con le dovute forme), portando insicurezza sulle proprie capacità. Si discute ovunque su lavoro e giovani e si dice sempre che il giovane deve avere un lavoro "sicuro".
Io invece vi dico:

Bisogna dare ai giovani la SICUREZZA di SAPER lavorare!


Ho velocemente accennato a quelle che sono le mie idee, aspetto le vostre ora. Intanto vi dico da dove nasce questa riflessione:

(repubblica)

...
A raccogliere le impressioni e le speranze dei ragazzi italiani freschi di maturità è un lavoro del consorzio interuniversitario Almalaurea e dell'associazione Almadiploma: 55 gli istituti scolastici interessati in tutta Italia e 6.786 i diplomati, tutti nel 2007. "Il nostro progetto, cui aderiscono 122 scuole superiori, - come spiega Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea - è diffondere nelle scuole la cultura della valutazione, per aiutare i ragazzi nella scelta del percorso dopo l'esame di Stato e per favorire l'incontro tra domanda e offerta di lavoro con una banca dati online. C'è una legge del governo infatti che prevede, entro gennaio 2008, specifici percorsi di orientamento scolastico e noi crediamo di poter affrontare questa esigenza e dare delle risposte efficaci al riguardo".
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Il lavoro: marketing e posto fisso. E se il mercato del lavoro tende a chiedere flessibilità, e i giovani vengono sollecitati a diventare "imprenditori di se stessi", i diplomati sembrano non gradire granché l'invito e la tendenza. I ragazzi cercano stabilità del lavoro, acquisizione di professionalità e indicano il contratto a tempo indeterminato come modello di riferimento, più di qualsiasi altra tipologia contrattuale. Con la speranza di lavorare magari per un'area aziendale di marketing, comunicazione, pubbliche relazioni, area vendite e area organizzazione, pianificazione: i settori preferiti. In tal caso, a sorpresa, non importa la maturità liceale o quella tecnico-professionale. Non fa niente se la professione non è coerente con gli studi e con i propri interessi culturali. C'è flessibilità, ma per i diplomati italiani vale solo in questo caso. Per trovare un lavoro, qualunque.