30 nov 2007

La comunicazione è femmina



La comunicazione negli ultimi dieci anni si è trasformata da “accessorio” nel successo delle organizzazioni a funzione aziendale essenziale, indispensabile per l’affermazione di queste nei propri settori di riferimento. In questo percorso, un ruolo da protagoniste, a volte inconsapevoli, è stato svolto dalle donne che negli ultimi cinque anni hanno raggiunto quota 70% degli addetti nell’universo della comunicazione.

Secondo quanto emerso dall’indagine “Donna e comunicazione: valore e trasparenza” realizzata dal Censis Servizi per la Fondazione Marisa Bellisario, con il contributo di Capitalia, nelle medio-grandi aziende italiane sono donne il 71% di addetti nell’area comunicazione e quasi il 74% nell’ufficio stampa, in netta crescita in quest’ultima (le impiegate erano poco più del 59% nel 2002). Anche negli Urp provinciali, in un ambito quindi di tipo istituzionale, il 62% degli addetti è donna (+10% rispetto al 2002) e il 66,6% dei responsabili degli stessi uffici è di sesso femminile (41,6% cinque anni fa).

Quello della comunicazione è, inoltre, l’unico comparto aziendale in cui si registra una consolidata maggioranza di donne anche ai vertici della piramide organizzativa. Oggi, il 77,8% dei dirigenti dell’area comunicazione e il 55,6% dei responsabili degli uffici stampa sono donne, nel 2002 erano in entrambi i casi il 38,9%. Si tratta di una vera e propria peculiarità di questo settore, anche se la leadership femminile all’interno delle varie funzioni aziendali guadagna terreno e fa ben sperare anche in settori come produzione o ricerca & sviluppo, (dove le donne avanzano però lentamente) e soprattutto nel marketing (il 44,4% del totale, +22% rispetto al 2002) e nelle risorse umane (38,9% di direttrici, +16,7% rispetto a cinque anni fa).

Le professioniste della comunicazione intervistate hanno individuato anche i fattori vincenti e gli errori da evitare per le donne che lavorano in questo ambito. Secondo le interpellate, gli ingredienti del successo al femminile sono, in ordine di priorità, la tenacia e la determinazione, la chiarezza di vedute e la tensione verso l’obiettivo, una formazione continua, l’intuito, nonché l’eticità e l’onestà intellettuale.

Esistono, inoltre, alcune peculiarità, indicate come insite nel dna femminile, che se ben utilizzate possono rappresentare una marcia in più per lavorare al meglio in questo settore. Sono: la creatività, intesa anche come poliedricità, capacità di destreggiarsi e di risolvere ogni situazione dosando fantasia e concretezza; il senso del gusto e dell’estetica, perché per lavorare in questo ambito bisogna anche saper trasmettere emozioni; la versatilità e la precisione, se non si trasforma in ansia di perfezionismo.

I fattori che invece possono penalizzare sono l’eccessiva emotività, una scarsa preparazione, l’atavica dipendenza dagli uomini (che si traduce a volte in insicurezza), l’eccessivo carrierismo e la già citata ansia di perfezionismo.

Un altro elemento, una lacuna che sembra essere tutta italiana, può ostacolare la crescita professionale delle donne che lavorano nell’ambito della comunicazione: la scarsa capacità di coalizzarsi, di fare gruppo, un difetto che – a detta delle interpellate – risulta ancor più dannoso nel nostro Paese dove, ancora più che in altri, sussistono discriminazioni da parte degli uomini nei confronti delle colleghe, peraltro spesso più impegnate a essere competitive tra loro che non a darsi una mano vicendevolmente.

Secondo le professioniste intervistate nella ricerca per la Fondazione Marisa Bellisario, il futuro della funzione comunicazione potrebbe svelarsi comunque insidioso. Secondo le esperte del settore si prospetta un necessario rallentamento del trend tutto al femminile che ha caratterizzato quest’ambito. Con la comunicazione diventata dichiaratamente strategica e le competenze ben delineate, sarà la qualità del messaggio a risultare vincente.

E se le donne hanno in sé le caratteristiche essenziali per continuare il percorso di successo degli ultimi anni, ci si attende una crescente competitività nell’area comunicazione da parte dei colleghi uomini. Il suggerimento delle professioniste? Meritarsi il successo attraverso studi e formazione continui e valorizzare la propria professionalità e la propria competenza, anche attraverso uno spiccato senso di responsabilità, una forte trasparenza della comunicazione e l’innovazione.

Paola Viglietti

(fonte: monster)

29 nov 2007

Il capo dei capi


Non volevo parlare della polemica intorno alla fiction "il capo dei capi", ma dopo le dichiarazioni di Mastella e di altre esimie persone occorre porre una domanda:
anche "The god father", il "Padrino" dovrebbe essere censurato?

Io credo che sia bene ridimensionare le critiche, ricordando che questi racconti hanno una serie di risvolti positivi: partendo dal fatto che conservano la memoria dei fatti e delle tragedie.
Ricorda ancora come il male sia dentro l'uomo ed è in esso che bisogna combatterlo, non nelle istituzioni e tanto meno nelle motivazioni razziali.
Terzo, ma non meno importante, il fatto che nessuno incarna il male assoluto. In ognuno di noi convivono bene e male, ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo. E sta solo a noi, far vincere il bene; per questo è chiaro che il personaggio di "riina" o di qualunque "cattivo" non è ridimensionato, bensì è riportato alla connotazione naturale di un uomo cattivo, terribile, ma pur sempre un UOMO.

Mastella e critici in genere:
il male è una scelta, non una convinzione mediatica.

L'Italia è l'emblema della capacità di perdersi nelle sciocchezze e nelle critiche in genere, quindi un solo motto:
Fate non parlate, che a criticare sono buoni tutti!

OneEnergyDream

Fortunati o privilegiati?


Dinasty italiane L’ultimogenito del Cavaliere e gli eredi delle grandi famiglie: da Giovanni Moratti a Giulia Zoppas
«Niente tv, da grande farò il banchiere»
Luigi Berlusconi si racconta a «Style»: ho tanti amici di sinistra


MILANO — «La televisione? No grazie, per ora non è la mia strada. Meglio la finanza». Non ha ancora vent’anni ma ha le idee già chiare Luigi Berlusconi, il più giovane dei cinque figli del Cavaliere. Venti centimetri di altezza in più del celebre papà, fresco iscritto alla Bocconi (dove va accompagnato dalla scorta, «all’inizio c’era un po’ di curiosità, ma adesso è passata»), uno stage di un mese in una banca d’affari a Londra l’estate scorsa, che, dice, gli «ha aperto gli occhi» sul futuro: il piccolo di casa sta per spiccare il volo. Sulle orme di papà? Non proprio. «Il mondo della comunicazione è affascinante—spiega in un’intervista esclusiva a Style ("è la prima che faccio, sono emozionato, mi incepperò"), in edicola domani con il Corriere della Sera —. Mi piace sentire mio fratello parlare del suo lavoro: ci mette un tale entusiasmo». Lui però sceglie l’alta finanza («mi appassiona davvero») e ammette: «Quando penso al mio futuro lavorativo lo vedo sempre collegato all’impresa di famiglia: è una questione di responsabilità». Luigi Berlusconi come Giovanni Moratti, o come Giulia Zoppas, o Eleonora Stefanel. Segni particolari: belli, vent’anni o giù di lì e un cognome che parla da solo. Eccoli i «saranno famosi» del jet set di casa nostra, l’ultima generazione di figli di (illustri) papà, eredi under 30 delle grandi dinasty all’italiana. Si raccontano a Style e tutti (o quasi) giurano di non aver mai fatto ricorso al cognome di papà per sottrarsi a qualche spiacevole incidente (o magari per non fare la fila al ristorante). Anche se la tentazione c’è. Tutti girano il mondo tra master e stage ma, tra dieci anni, si vedono al lavoro, molti nell’azienda di famiglia. Privilegiati? Probabilmente sì. Anche se, a sentire loro, quello che di più importante gli ha insegnato la famiglia non ha a che fare con i soldi: «Il rispetto per gli altri, anche se hanno posizioni opposte alle tue» (Giovanni Moratti), «la curiosità » (Antonio Mazzotta), «una regola di vita: honesty is the best policy» (Michela Catricalà), «che un amore può durare anche tutta la vita» (Giulia Zoppas). E Berluschino? Lui accompagna i malati a Lourdes (è volontario nell’Ordine di Malta) e pensa a studiare, agli amici (anche comunisti? «Proprio di Rifondazione no, però tanti di sinistra»), alle sorelle («ci siamo tirati i capelli, è ovvio, ma siamo legatissimi») e alla fidanzata Francesca («il nostro rapporto dura da tre anni e mezzo, siamo molto sinceri l’uno con l’altra»). Ha conosciuto Tony Blair ma di lui l’ha colpito «soprattutto il suo senso religioso ». Intanto, però, a 19 anni ha già un posto nel consiglio di amministrazione della Mediolanum. Con i nipoti Gabriele e Silvio (5 e 3 anni, figli di Marina) e il piccolo Alessandro (un mese scarso, figlio di Barbara) sorride nel salotto della villa di Macherio. L’ultima generazione Berlusconi, pronta a conquistare un posto nel mondo. Nel nome di papà.

Giulia Ziino

corriere

28 nov 2007

Vivibilità e Nazioni


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La classifica stilata dal programma delle nazioni unite per lo sviluppo
L'Islanda è il Paese più vivibile del mondo
Superata la Norvegia. L'Italia è ventesima. In coda l'Africa sub-Sahariana


La capitale islandese, Reykjavik
MILANO - È l'Islanda il Paese più piacevole in cui vivere. I meno vivibili, invece, sono i Paesi dell'Africa sub-Sahariana, messi in ginocchio dall'epidemia di Aids. L'Italia è al 20esimo posto. Nella tabella stilata anche quest'anno dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) in base a ricchezza, aspettative di vita e livelli scolastici, in cima alla classifica - elaborata con dati 2005 - appaiono i Paesi del nord del mondo: Islanda, Norvegia, Australia, Canada, Irlanda, Svezia, Svizzera, Giappone, Olanda, Francia, Finlandia, Stati Uniti, Spagna, Danimarca e Austria.

IN CODA - Mentre in fondo alla classifica, nel blocco considerato a «basso sviluppo umano», ci sono i Paesi dell'Africa sub-sahariana, con Guinea-Bissau, Burkina Faso e Sierra Leone fanalini di coda. Un dato - in quest'area dove, secondo il documento dello scorso anno, la sindrome Hiv/Aids ha avuto «effetti catastrofici»- è agghiacciante: 2 bambini su 5 non raggiungeranno i 40 anni d'età.

SCENDE LA NORVEGIA - Il documento degli esperti Undp prende in considerazione i 175 Paesi membri delle Nazioni Unite, più Hong Kong e i Territori Palestinesi. La Norvegia, che aveva detenuto il primato per sei anni di seguito, è stata scalzata dall'Islanda (dove il Prodotto Interno Lordo pro capite è 45 volte più alto che in Sierra Leone). Il Giappone ha la migliore aspettativa di vita (82,3 anni), lo Zambia il più basso (40,5).

LA RICERCA - Ogni anno, dal 1990, gli esperti Onu valutano il cosiddetto Indice di Sviluppo Umano (Hdi, nell'acronimo in inglese) che è il tentativo di dare la valutazione di un Paese con un'istantanea che sia più comprensiva del semplice Pil (il Prodotto interno lordo). L'Indice di Sviluppo Umano è un indicatore composito che misura tre aspetti basilari dello sviluppo umano: una vita lunga e sana, i livelli educativi (valutati attraverso il tasso di alfabetizzazione degli adulti e i livelli di istruzione, ovvero la frequentazione di scuole primarie, secondarie e università), le condizioni di vita dignitose. Ovviamente l'indice non esaurisce lo sviluppo umano (esclude, per esempio, indicatori importanti ma difficilmente quantificabili come il rispetto per i diritti e le libertà religiose).

IL NOSTRO PAESE - L'Italia è all'ottavo posto per aspettativa di vita (80,3 anni), al 20esimo per il livello di alfabetizzazione tra coloro che hanno più di 15 anni, al 24esimo per il livello di istruzione, al 21esimo per Pil pro capite.
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corriere

27 nov 2007

Stipendi...ancora stipendi!



Stipendi 2008, salgono ancora dirigenti e quadri
come saranno le paghe dell'anno prossimo

Secondo l’indagine Salary Increase Survey, realizzata dalla Hewitt Associates in 30 nazioni di tutto il mondo, in Italia ci sarà una crescita tra il 3,1 e il 4,3%. Per la prima volta, non dovrebbero perdere terreno gli impiegati. Le retribuzioni degli inglesi quelle più dinamiche in Europa. Nel mondo il primato all'India.

L’anno che verrà porterà una lieve ripresa degli stipendi. Un’evoluzione che continuerà a favorire soprattutto dirigenti e quadri. Molto meno gli operai. A invertire la tendenza dovrebbero essere solo gli impiegati che, rispetto all’anno scorso, mostrano un leggero miglioramento e, seppure non recuperano la perdita di potere d'acquisto degli anni scorsi, impediscono che si apra ancora di più la forbice con le paghe dei dirigenti e dei quadri.

Secondo l’indagine Salary Increase Survey, realizzata dalla Hewitt Associates in 30 nazioni di tutto il mondo, in Italia le retribuzioni cresceranno (al lordo del costo della vita) a tassi che varieranno tra il 3,1 per cento e il 4,3 per cento.

A mostrare l'evoluzione più marcatamente positiva saranno ancora le retribuzioni dei dirigenti (vedi tabella) e quelle del middle management (vedi tabella): rispettivamente del 4,3 per cento e del 4,2 per cento con un andamento che non si discosta dai tassi del 2006 che in consuntivo, secondo i dati Hewitt Associates, sono stati pari al 4,6 per ceno per i top manager e al 4,0 per cento per i quadri intermedi.

L’indagine prende in considerazione sia le variazioni imputabili ai rinnovi contrattuali di settore che quelle più strettamente collegate agli andamenti aziendali e quindi registra le stime di budget che le imprese hanno appena messo a punto. Sono quindi inserite tutte le contrattazioni aziendali e individuali e nei tassi di crescita stimati sono comprese sia le componenti fisse dello stipendio che quelle variabili.

In Europa, per quanto riguarda gli andamenti retributivi delle figure dirigenziali, l’Italia è preceduta solo dall’Ungheria e dal Regno Unito. Negli Stati Uniti il tasso di crescita dovrebbe attestarsi al 3,9 per cento per il top management e al 3,8 per cento per il middle management. In India la crescita sarà del 13,7 per cento per il top management e del 15,1 per cento per le figure dirigenziali intermedie.

Quanto agli impiegati sembra in vista una parziale ripresa rispetto alla disfatta degli anni scorsi. La busta paga (vedi tabella) dovrebbe crescere del 4,0 per cento. I dati di consuntivo del 2006 indicano una crescita leggermente inferiore (3,9 per cento).

L'Italia è preceduta da Ungheria, Spagna e Regno Unito. Gli incrementi saranno minori in Svizzera (2,6 per cento) e Germania (3,5 per cento). Negli Usa, l'incremento sarà del 3,7 per cento mentre in Giappone il tasso si attesterà sul 2,9 per cento. Anche in questo caso le performance maggiori sono quelle dell'India dove le retriguzioni cresceranno del 13,4 per cento.

Gli operai italiani (vedi tabella) vedranno aumentata la propria retribuzione solo del 3,1 per cento. La maglia nera delle retribuzioni per le tute blu dovrebbe spettare alla Svizzera e alla Svezia con il 2,5 per cento. Bassi gli incrementi anche in Belgio (2,9 per cento). Migliori le performance nel Regno Unito (4,6 per cento), Olanda (3,9 per cento) e Spagna (3,7 per cento).


mioJob

26 nov 2007

Spiati dagli USA


"Transazioni bancarie sotto controllo da parte degli Usa. L'Unione Europea protesta, ma alla fine accetta. L'Italia in silenzio..

La notizia più censurata dell’anno è in realtà molto pubblicizzata. Ogni correntista italiano dal mese di giugno in avanti dovrebbe aver ricevuto una “Informativa alla clientela” nella quale la banca di riferimento gli comunica che quasi tutte le sue operazioni bancarie sono spiate da agenzie degli Stati Uniti d’America.
Questo accade perché in nome della “guerra al terrore” la Casa Bianca ha costretto il consorzio Swift (il consorzio interbancario che gestisce le transazioni elettroniche) a dare l’accesso ai dati in suo possesso alle numerose agenzie americane (alcune segrete) che si occupano di sicurezza. Gli amanti delle ricerche d’archivio tuttavia non troveranno traccia di polemica sulla stampa italiana. Dal giugno del 2006, quando su “altrenotizie” uscì il primo articolo relativo allo “scandalo SWIFT” ad oggi, ben pochi hanno dato visibilità a questa notizia. Eppure la nostre banche ne sono testimoni: “Il tema è ampiamente dibattuto in Europa presso varie istituzioni in relazione a quanto prevede la normativa europea in tema di protezione dei dati”. Questa frase è nella comunicazione che ogni correntista italiano dovrebbe ormai aver ricevuto, ma cercando sui nostri giornali si vede che solo il Corriere della Sera si è in qualche modo occupato della vicenda, un anno fa. Se ne è occupato male, visto che l’ha raccontata come un problema di privacy degli americani, ma se ne è occupato; molti altri non hanno fatto nemmeno lo sforzo.

Diciamo subito che questo tipo di spionaggio non serve alla lotta contro il terrorismo, visto che lo stesso Dipartimento di Stato affermava già nel 2003 che al Qaeda & soci non si servivano più da tempo dei canali di transazione ufficiali che gli americani avevano annunciato di controllare. In quella mole di dati ci sono i movimenti bancari di governi, leader e partiti politici, industrie e corporation di tutti i paesi; un valore immenso, un potere enorme. Già in passato gli Stati Uniti erano finiti sotto accusa per aver utilizzato il sistema di spionaggio “Echelon” per favorire le proprie aziende ai danni di quelle europee, ma questo è solo uno dei possibili usi illegittimi di quei dati.

La lettera ai correntisti è una clamorosa dichiarazione dell’impotenza europea; vi si legge che poiché “allo stato, le banche non potrebbero effettuare le suddette operazioni richieste dalla clientela senza utilizzare questa rete interbancaria e senza comunicare ad essa i dati sopra indicati…” il cliente deve sapere che i dati delle sue transazioni finiscono dritti sui computer delle autorità americane. Ridicola la chiosa della lettera: “Le ricordiamo anche che l’interessato conserva i Suoi diritti previsti dall’art. 7 del Codice in materia di protezione dei dati personali.” Chissà cosa significa quel “conserva”, se i diritti alla protezione dei propri dati sono così platealmente infranti come si dice poche righe sopra..
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businessonline

25 nov 2007

"Siate Affamati Siate Folli" Steve Jobs


Ecco ciò che rende un uomo speciale e un discorso memorabile:
"Steve Jobs 12 giugno 2005 Università di Stanford"

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Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie.

La prima storia è sull'unire i puntini.

Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato?

E' cominciato tutto prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all'ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina. Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d'attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: "C'è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?" Loro risposero: "Certamente". Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l'adozione. Poi accetto di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college.

Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l'ammissione e i corsi. Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all'epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell'attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti.

Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l'unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio.

Il Reed College all'epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato.

Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E' stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica. Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i persona computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente all'epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all'indietro.

Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all'indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa - il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.


La mia seconda storia è a proposito dell'amore e della perdita

Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un'azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L'anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione - il Macintosh - e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato. Come si fa a venir licenziati dall'azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l'azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Board dei direttori si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa.

Non ho saputo davvero cosa fare per alcun imesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me - come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l'ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L'evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.

Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creatvi della mia vita.

Durante i cinque anni successivi fondai un'azienda chiamata NeXT e poi un'altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell'attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia.

Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E' stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l'unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l'amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l'unico modo per essere realimente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l'unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l'avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate.
La mia terza storia è a proposto della morte

Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: "Se vivrai ogni giorno come se fosse l'ultimo, sicuramente una volta avrai ragione". Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: "Se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?". E ogni qualvolta la risposta è "no" per troppi giorni di fila, capisco che c'è qualcosa che deve essere cambiato.

Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose - tutte le aspettative di eternità, tutto l'orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire - semplicemente svaniscono di fronte all'idea della morte, lasciando solo quello che c'è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c'è ragione per non seguire il vostro cuore.

Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi "addio".

Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell'analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie - che era là - mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l'intervento chirurgico e adesso sto bene.

Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po' più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi:

Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E' l'agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità.

Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero un ragazzo c'era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E' stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E' stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E' stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni.

Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell'ultima pagina del numero finale c'era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l'autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c'erano le parole: "Stay Hungry. Stay Foolish.", siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi.

Stay Hungry. Stay Foolish.

Grazie a tutti.

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23 nov 2007

Euro Vs Dollaro: la vendetta


Da mesi ormai (tanti), si susseguono le notizie di nuovi record dell'euro sul dollaro. Ormai siamo quasi a 1.50 e l'italia è data per spacciata, nessuno ci compra più nulla e il commercio è in crisi.....

MA sarà vero?

Finalmente un bel articolo che fa giustizia a chi sa trovare sempre il vantaggio dalle situazioni, anche da questa. E a beneficiare di ciò c'è il nostro bel paese.
Facciamo un plauso!

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Cambi : Come sopravvivono (e vincono) le imprese del made in Italy a quota 1,50
Italia compra Usa
Il minidollaro spinge le aziende.
Scatta la corsa agli acquisti per imprese e turisti

MILANO - Avreste mai detto che il palazzo al 660 di Madison Avenue a New York — quello in cui si trova anche il paradiso dei regalini natalizi battuto dagli italiani, Barney's — è proprio di un italiano? O che quando indossate un paio di aggressivi e americanissimi occhiali Oakley oppure ordinate la vodka d'Oltreoceano più cool del momento, la X-Rated, state finanziando l'economia italiana? È la potenza del minidollaro.

Un po' è come fare un giro negli Stati Uniti e approfittarne per acquistare l'iPod nano da 8 giga a 199 dollari invece di 199 euro, con un risparmio pronto cassa di 65 euro. Solo che qui si parla di milioni, in alcuni (rari) casi anche di miliardi di dollari, con relativi risparmi milionari. Ad acquistare, approfittando del dollaro debole, sono state le aziende italiane. E non si tratta solo dell'ennesimo gadget ma, appunto, di interi pezzi di industrie americane o di qualche isolato con grattacielo a Manhattan, sulla Fifth avenue, a due passi dalle memorabili scene di «Colazione da Tiffany». La progressione degli acquisti è sorprendente: il dollaro scende sempre di più verso un cambio considerato irreale fino a poco tempo fa e gli imprenditori italiani fanno a gomitate per lo shopping. Ci sono tutti. C'è Alberto Bombassei che, tra un vertice della Confindustria e un incontro con i sindacati per trattare sul futuro del welfare degli italiani, ha acquistato attraverso la sua Brembo i freni della Hayes Lemmerz solo due settimane fa. C'è la Pirelli di Marco Tronchetti Provera che ha comprato un pacchetto del 12% del capitale della Avanex. Poi c'è Guido Barilla che ha approfittato del momento favorevole e ha aperto un impianto (il secondo) negli Usa ad Avon, nello Stato di New York, per convertire sempre di più gli americani alla pasta. Durante l'estate era stato Luigi Zunino con la Risanamento Spa ad acquistare i 23 piani del 660 di Madison Avenue, nel Plaza district. In piena crisi dei subprime. E solo pochi giorni prima la Campari della famiglia Garavoglia aveva messo il tricolore sopra la X-Rated. La lista potrebbe continuare con la Socotherm di Zeno Soave che ha inaugurato un nuovo impianto a Houston solo due giorni fa. La Bravosolutions, azienda della famiglia Pesenti, che ha acquistato Verticalnet. La Interpump che ha rilevato per 62 milioni l'80% della Nbl. La Tenaris, azienda italo-argentina dei Rocca, che ha investito 2,2 miliardi in Hydril. L'Ifil della famiglia Agnelli che ha preso il 67,5% della storica Cushman. E altre.

Ma non solo: la lista è anche destinata ad allungarsi. Per esempio con i lavori che l'imprenditore italiano Davide Bizzi sta iniziando al 400 della Fifth Avenue con la sua Bi&Di Real Estate, società partecipata anche dalla Rdm Realty di Giuseppe Garofano. Perché è evidente che se per un verso i prodotti del made in Italy sono sfavoriti dal cambio (costano di più per i consumatori extraeuro) è altrettanto evidente che chi ha i soldi in cassa in questo momento ne può approfittare per aggiungere qualche prestigioso pezzo d'America oltre a quelli che già abbiamo come le camicie Brooks Brothers. La Luxottica della famiglia Del Vecchio, che da decenni ha conquistato il mercato Usa, ha colto l'attimo forse fuggente per acquistare alla fine di giugno per 2,1 miliardi di dollari gli Oakley. Qualche conticino, calcolatrice alla mano. Allo stato attuale, arrotondando, ci vogliono 1,5 dollari per avere un euro, il che vuol dire che per un europeo comprare un dollaro costa solo 0,66 cent. Dunque, grazie alla magia finanziaria dei cambi, per comprare un'azienda da un miliardo di dollari che solo un anno fa sarebbe costata 800 milioni di euro ora ce ne vogliono (solo!) 660. «Produrre sul posto — spiega Alberto Bombassei — è un modo per tutelarsi dal rischio di un cambio che rende meno competitive le nostre merci. Per noi l'acquisizione è un passaggio per essere ulteriormente presenti nel primo mercato al mondo dell'automobile, cioè quello americano». Mentre per Andrea Guerra non è nemmeno scontato che il minidollaro sia un freno per l'utile. «Io ricordo sempre — dice — che quando il dollaro era a 0,90 avevamo un utile che era circa i 2/3 di quello di oggi. Siamo riusciti a trovare le soluzioni, le idee per continuare a crescere, per avere una redditività più alta anche con il dollaro così come è oggi. Ancora adesso, nonostante la debolezza del dollaro (che frena l'export del made in Italy, ndr), credo che gli Stati Uniti rappresentino per le aziende italiane una opportunità». Infine, tra chi consiglia agli italiani di investire c'è anche Bob Kunze-Concewitz, amministratore delegato del gruppo Campari: «Certamente la debolezza del dollaro ci aiuta ulteriormente nel finanziamento delle operazioni in un mercato cruciale come gli Stati Uniti».
Massimo Sideri
23 novembre 2007


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corriere

C'è posta per te....


Dal Corriere
da quel Rizzo che ha scritto la casta, ecco un'altra puntata dell'Italia dei precari:

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l giudice: quei precari hanno diritto tutti al posto fisso
Poste, contratti sbagliati: 18mila riassuntiMa l'azienda potrebbe essere obbligata a reintegrare nel loro posto di lavoro tutti i precari assunti negli ultimi anni

ROMA - Bei tempi, quelli di Remo Gaspari e Antonio Gava: quando la macchina delle assunzioni alle Poste, allora sì, andava a pieno ritmo. E capitava che perfino a Partinico, paese originario di un sottosegretario (il Dc Giuseppe Avellone), i portalettere fossero un decimo della popolazione attiva.

Ma chi oggi rimpiange quella epoca d'oro dovrà ricredersi, guardando i numeri che sono contenuti in una relazione di qualche giorno fa della Corte dei conti. Negli ultimi tre anni il magistrato del lavoro ha fatto assumere a tempo indeterminato 17.454 persone. Come se le Poste avessero dovuto ingoiare d'un colpo il Club Mediterranee, intero. O tutta la Banca nazionale del Lavoro. Ma questo, a sentire la Corte dei conti, è niente, perché ci sarebbero ancora aperti, «nei vari gradi di giudizio», 27.070 procedimenti. Un fatto che viene considerato dai magistrati contabili, non a torto, preoccupante. Com'è stato possibile arrivare a questo punto? Tutto è cominciato a metà degli anni Novanta, quando le Poste si stavano trasformando prima in ente pubblico e poi in società per azioni.

Essendo una impresa in fase di ristrutturazione, secondo i giudici non avrebbe potuto assumere personale a tempo mentre si liberava dei dipendenti stabili. E siccome di lavoratori a tempo, anche per periodi brevissimi di 20 giorni, ne venivano assunti a migliaia per far fronte alle esigenze di un'azienda con numeri enormi e funzioni molto particolari, sono arrivate valanghe di ricorsi. Dal 1998 a oggi, secondo le Poste, esattamente 42.297. Una offensiva legale che ha determinato situazioni incredibili, come quella di Grosseto, dove il giudice ha imposto in una mattinata la riammissione in servizio di 87 (ottantasette) portalettere. C'è da dire che quest'anno i nuovi ricorsi sono stati «soltanto » 2.306, contro i 6.282 del 2006. E i reintegri «soltanto» 4 mila, rispetto ai 5.124 del 2006 e agli oltre 6 mila del 2005, con una percentuale di «soccombenza » davanti al magistrato passata dal 90% al «appena» il 70%. Un andamento che viene interpretato alle Poste come il segnale che la situazione è ormai «sotto controllo». Affermazione che potrebbe apparire un po' forzata vista la mole delle cause ancora pendenti.

L'ottimismo deriva dal fatto che all'inizio del 2006 gli stessi sindacati i quali si erano incaricati di appiccare il fuoco al pagliaio hanno accettato di sottoscrivere un'intesa per attenuare l'impatto economico e organizzativo delle sentenze. Accordo, considerato storico, che non è stato certamente accolto con esplosioni di giubilo dagli avvocati di chi aveva fatto ricorso, alcuni dei quali erano arrivati a collezionare 3 o 4 mila clienti. Dal loro punto di vista, comprensibilmente: sono state evitate altre 14.985 cause di altrettanti ex postini a tempo che hanno rinunciato ad andare dal magistrato a patto però di essere inseriti in una precisa graduatoria dalla quale l'azienda si impegna ad attingere per le assunzioni. Considerando anche questi, il numero degli ex precari teoricamente reintegrabili, se le Poste perdessero tutti i procedimenti ancora aperti, salirebbe a 57.282 persone. Ma il problema sarebbe stato ancora più grosso. Se tutti i postini a tempo passati per l'azienda dal luglio 1997 al 2005 avessero fatto ricorso, nel palazzone davanti al laghetto dell'Eur, a Roma, sarebbero stati sommersi da 130 mila cause: come quasi tutti i dipendenti a tempo indeterminato, attualmente 154 mila. Roba da portare i libri in tribunale. Ed è anche per questo che alle Poste considerano già un clamoroso successo questo esito della vicenda. Non che non ne escano un po' ammaccate. Basti dire che lo scorso anno il fondo vertenze, pur in diminuzione rispetto a un drammatico 2005, ha assorbito 353 milioni, oltre metà dell'utile netto. E siccome, sottolinea la Corte dei conti, «la struttura aziendale affida a professionisti esterni la quasi totalità delle cause» di questo tipo, negli ultimi cinque anni ha sborsato per spese di giudizio e onorari 101,6 milioni di euro: 33 e mezzo nel solo 2006.

Sergio Rizzo
23 novembre 2007




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20 nov 2007

Donne Manager: la classifica


le donne che vanno «tenute d'occhio» nel mondo
Le prime 50 manager. Nessuna è italiana
La classifica del Wall Street Journal «incorona» 3 cinesi e 2 indiane

MILANO -Cinquanta donne che contano, ma non una italiana. Donne «to watch», perché di potere, perché lasceranno il segno, nelle imprese, nella finanza, nel governo dell’economia. La classifica del Wall Street Journal ogni anno ne sceglie solo 50 nel mondo. Più 10 «da tener d’occhio», in Europa. Per lo più wonder woman americane come la numero uno, Angela Braly, a capo di WellPoint, colosso dell’assicurazione sanitaria privata. In un momento delicato per la sanità a stelle e strisce (dopo il film di Michael Moore «Sicko» che denuncia un sistema di speculazioni e ritardi sulla pelle dei malati) mentre il numero dei «non assicurati» sale a 50 milioni e si intensificano le riforme sanitarie, Angela Braly, per il Wsj, «giocherà un grosso ruolo nel dibattito in corso sulla sanità Usa».


Certi nomi sono gli stessi da anni come Zoe Cruz di Morgan Stanley, una delle donne più potenti di Wall Street o la Ceo di eBay Meg Whitman. La novità sono le etnie: molte boss di origine asiatica (tre cinesi e due indiane), due nere, un’araba e qualche europea (la commissaria dell’Antitrust europeo Neelie Kroes che ha avuto il merito di negoziare con Steve Ballmer la resa di Microsoft; Clara Furse, prima donna a capo della Borsa della City nei suoi 300 anni di storia, e Delphine Arnault Gancia, figlia del patron francese del lusso Bernard Arnault, moglie di Alessandro Vallarino Gancia, erede del vino piemontese e che a 32 anni siede nel consiglio di amministrazione di Lvmh). Di italiane neanche l’ombra, nemmeno nella classifica europea.

Negli anni scorsi avevano sfondato i nomi «che contano» della moda tricolore. Quarantatreesima nella lista 2006 Frida Giannini, direttore creativo di Gucci, l’anno prima era stata la volta di Miuccia Prada mentre Laura Ferro, a capo dell’azienda Biofarmaceutica Gentium, era nella graduatoria europea. Nonostante i volti nuovi in classifica, il Wsj sottolinea come le donne non abbiano fatto grandi passi nella scalata ai vertici: solo il 16,4% ha poteri decisionali nelle 500 aziende più importanti del mondo, un incremento dello 0,7% in 5 anni. Eppure il talento femminile sta dilagando sulle scrivanie delle corporation. E c’è da sperare che chi ce l’ha fatta, invece di fare lo sgambetto, assecondi e faccia crescere le giovani promesse. Per lasciare loro il testimone. È successo in Xerox, a Procter & Gamble. A WellPoint il 50% dei manager è donna. Premiata in Europa la corte femminile del presidente Nikolas Sarkozy: dalministro della Giustizia Rachida Dati a quello della finanza Christine Lagarde.

Antonia Jacchia
20 novembre 2007


corriere

19 nov 2007

ancora stipendi...e potere d'acquisto




Stipendi, ecco la foto del declino
In 5 anni persi migliaia di euro
Dal 2002 al 2007 la perdita cumulata di un lavoratore è stata di 1.896 euro. Tra le cause: ritardi nel rinnovo dei contratti, scarto tra inflazione programmata ed effettiva, inadeguata redistribuzione della produttività e mancata restituzione del fiscal drag. Tra i più svantaggiati ancora i giovani: tutti sotto i 900 euro. I risultati dell’indagine Ires-Cgil.
di FEDERICO PACE

Gli stipendi non vanno. I prezzi, purtroppo, invece sì. E a rimetterci, lungo questa corsa impari, sono soprattutto impiegati e operai, che negli ultimi anni hanno visto le proprie finanze alleggerirsi di un peso che vale, in un anno, quasi duemila euro. I calcoli sono quelli dell’ultima indagine dell’Ires-Cgil (“I salari dal 2002 al 2007”) presentata oggi a Roma.

Secondo gli autori della ricerca, tra il 2002 e il 2007 chi aveva una retribuzione di fatto pari a 24.890 euro ha subito una perdita complessiva pari a 1.896 euro. Di questi, 1.210 euro sono dovuti alla diversa dinamica tra inflazione e retribuzioni mentre 686 euro sono imputabili alla mancata restituzione del fiscal drag (vedi tabella).

Lo scenario del declino degli stipendi non può lasciare indifferenti. "Serve una nuova politica dei redditi - ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani a margine della presentazione del rapporto - che affronti il problema della crescita bassa, dei salari bassi e della produttivià bassa. E' auspicabile che da gennaio, visto che si parla di riforme, sia elettorali che istituzionali, un capitolo sia dedicato a questo fondamentale tema".

Se si guarda ai nuclei familiari si scopre che le cose sono andate ancora peggio e che, in questi anni, si è assistita ad una divaricazione della forbice tra chi ha più e chi ha meno. “La perdita di potere d’acquisto dei redditi della famiglie di operai e impiegati – dice Agostino Megale, presidente dell’Ires – si contrappone ad una crescita del potere d’acquisto delle famiglie degli imprenditori e dei liberi professionisti. Con le manovre fiscali del centro destra si è registrato un ulteriore allargamento della forbice a sfavore dei bassi redditi”.

In termini di dati si ritrova che il potere d’acquisto dei redditi familiari di imprenditori e liberi professionisti è cresciuto di 11.984 euro mentre quello degli impiegati è diminuito di 3.047 euro e quello degli operai di 2.592 euro.

Oggi, dicono quelli dell'Ires, oltre quattordici milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro al mese e di questi circa 7,3 milioni non superano neppure i mille euro al mese.

Tra gli impiegati generici, solo l'11,9 per cento guadagna più di mille e trecento euro. Il 13,2 sta sotto gli 800 euro, il 15 per cento guadagna meno di mille euro e il 24,9 per cento tra 800 e mille euro. Simili percentuali per gli operai specializzati. Quanto agli impiegati di concetto solo il 24,3 per cento supera i 1.300 euro mensili.

La modesta crescita delle retribuzioni, secondo gli autori dell’indagine, è da imputare allo scarto tra l’inflazione programmata (utilizzata per rinnovare la parte economica dei contratti) e l’inflazione attesa ed effettiva, i ritardi registrati nel rinnovo dei contratti e l’inadeguata retribuzione della produttività attraverso la contrattazione di secondo livello.

Se si guarda poi all'età delle diverse componenti della forza lavoro, si scopre che sono ancora i giovani a portare il peso più gravoso. Tutti ancora sotto i novecento euro al mese. Tutti quasi sulla soglia della povertà. Secondo i dati presentati oggi un apprendista con meno di 24 anni guadagna al mese solo 736,85 euro, un collaboratore occasionale arriva a 768,80 euro mentre un co.co.pro o un co.co.co si deve accontentare di 899 euro.

Dalle rilevazioni Istat, ricordano quelli dell’Ires, si ricava poi l’evidenza che il 13,7 per cento dei giovani (tra 18 e 34 anni) sono poveri. La situazione diventa ancor più gravosa se il giovane vive in coppia con tre o più figli: in questo caso sono poveri il 45,8 per cento.

L'inadeguato incremento retributivo è anche imputabile alla lenta crescita della produttività della nostra economia che dal 1998 al 2007 è cresciuta di poco meno del 3 per cento mentre in Germania si sono registrati valori intonro all'8,5 per cento, nel Regno Unito pari al 20 per cento e negli Usa hanno addirittura toccato punte del 25 per cento.
(mioJob)



Che dire se non... "lo sapevamo!"

Giovanni Consorte


Come non citare un altro importante elemento dell' epopea dei furbetti del quaritierino?
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Giovanni Consorte (Chieti, 16 aprile 1948) è un dirigente d'azienda italiano laureato in Ingegneria chimica all'Università di Bologna nel 1972
Dal novembre 1973 all'aprile 1975 è al Gruppo Montedison (analisi e budget degli investimenti). Dal 1976 al 1978 è alla Lega delle Cooperative, nel ruolo di responsabile di un piano per la ristrutturazione e gestione dei processi di cambiamento di grandi cooperative.

Dal 1979 viene assunto come Dirigente in Unipol Assicurazioni S.p.A., ricoprendo vari incarichi manageriali (Direttore Programmazione, Organizzazione, Controllo, Partecipazioni, Amministrazione, Finanza, Immobiliare), e nel luglio 1996 diventa Presidente e Amministratore Delegato.

Dal novembre 1991 al giugno 1996 cura la ristrutturazione prima finanziaria e poi societaria della "finanziaria di controllo" del Gruppo Unipol denominata Unipol Finanziaria (oggi Finsoe).

Dal '96 al '99 ha curato il lancio e la gestione di Unisalute S.p.A. (Compagnia di Assistenza Sanitaria Integrativa specializzata nel managed care).

A partire dal dicembre '98 ha curato la ristrutturazione di Banec e successivamente il lancio di Unipol Banca, contribuendo alla elaborazione delle strategie di sviluppo ed occupandosi delle politiche gestionali della Banca.

Dal 1997 ha curato quale Presidente e A.D. di Finec (oggi Unipol Merchant Banca per le Imprese) la ristrutturazione di numerose cooperative e medie imprese operanti nel settore industriale e delle costruzioni, trasformandola nel 2003 in una Merchant di mercato e poi in una Banca di medio termine.

Si è dimesso dalle cariche di vertice in Unipol il 9 gennaio 2006.

L'intera vicenda si innesta in quella più ampia e con numerosi intrecci e connivenze economiche e politiche, vicenda che tenne a lungo tempo le prime pagine dei giornali. Riguarda la scalata alla Banca Antonventeta da parte della banca Popolare di Lodi (allora Presieduta da Gianpiero Fiorani), sostenuto dall'allora Governatore della Banca d'Italia, alcuni immobiliaristi (Ricucci,Coppola) ed il finanziere bresciano Emilio Gnutti (già alleato di Consorte nella vicenda Telecom). L'insieme dei personaggi è stato consegnato alle cronache con la definizione emblematica dei furbetti del quartierino.

Le sue dimissioni sono state causate dalle accuse di aggiotaggio, associazione a delinquere e appropriazione indebita a lui rivolte in occasione dello scandalo finanziario relativo alla scalata della Banca popolare di Lodi, oggi Banca Popolare Italiana, alla Banca Antonveneta. L'aggiotaggio si concentra su 50 milioni di Euro ricevuti (insieme al proprio vice Ivano Sacchetti) dal finanziere bresciano Gnutti. Per «consulenze» in proprio fatte a favore della Hopa di Gnutti. «Consulenze», però, pagate non con fatture ma dietro lo schermo di plusvalenze artificialmente create con operazioni borsistiche «blindate». Questa è la versione che Consorte ha offerto agli inquirenti per giustificare questa consistente somma. Flussi creati con un particolare meccanismo, secondo quanto già rilevato dalle indagini e spiegato da Gnutti: Consorte e Sacchetti, attraverso intermediari spesso del gruppo del banchiere Gianpiero Fiorani, investivano su titoli o prodotti derivati ritenuti «promettenti» dal punto di vista del margine di incremento prevedibile, e subito li rivendevano a Gnutti a prezzi sensibilmente più alti, ricavandone quindi immediate plusvalenze a colpo sicuro, di dimensione pari all'apparente generosità di Gnutti.

Al suo posto è stato nominato il Presidente della bolognese Coop Adriatica, Pier Luigi Stefanini.

Ancora in corso gli accertamenti della magistratura, ma intanto il procuratore capo di Perugia Nicola Miriano e i Pm Alessandro Cannevale e Sergio Sottani hanno chiesto l'archiviazione per Consorte, il giudice milanese Francesco Castellano e il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro: la motivazione consiste nella "insussistenza di elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio". L'indagine aveva ipotizzato che i due magistrati fossero stati "arruolati" da Consorte per conoscere indiscrezioni e segreti delle indagini su Bnl, Antonveneta e Rcs: dopo un anno d'indagini, a chiudere l'inchiesta ha provveduto in data 2 ottobre 2006 la stessa procura.

In data 25 ottobre 2006, invece, Consorte, Ivano Sacchetti (ex presidente Unipol Banca e vicepresidente di Unipol) e il finanziere Emilio Gnutti sono stati condannati a 6 mesi di reclusione dal giudice di Milano Elisabetta Meyer con l'accusa di insider trading su titoli Unipol, stabilendo in 92.500 euro i danni patrimoniali e non patrimoniali che andranno risarciti dai tre condannati, in solido tra loro, alla Consob, parte civile nel processo. "Amareggiati e increduli" per l'esito della sentenza del Tribunale di Milano, Consorte e Sacchetti hanno sottolineato il fatto che si tratta comunque "solo del primo grado di giudizio".

Nel luglio 2007 la vicenda torna all'onore delle cronache perché una richiesta del Gip di Milano Clementina Forleo chiede al Parlamento di acquisire come prove il testo delle telefonate intercorse tra il Consorte e D'Alema e Fassino. L'ipotesi è di una guida "anche" politica alla scalata di BNL della quale Consorte sarebbe stato l'esecutore ottemperando alle volontà politiche dei suoi referenti.

Nel novembre 2007, Consorte viene condannato in appello, con sentenza che conferma la pena di 6 mesi ottenuta in primo grado. Consorte ha dichiarato: «Sono condannato per aver agito nell'interesse di Unipol. È una sentenza che non capisco: faremo ricorso in Cassazione

wiki
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18 nov 2007

Gli uomini ombra


Ecco un interessante articolo, che ci ricorda due cose:
1. dietro il leader c'è sempre un lavoro di squadra,
2. non possiamo fare tutto da soli
3. far crescere il team, conviene a tutti!



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Manager, ecco i numeri due che mandano avanti le imprese
Nei vertici internazionali sono gli "sherpa". Quei bravissimi professionisti e tecnici sopraffini che non hanno visibilità verso l'esterno, ma risultano le persone con la classica «vita da mediano» che però «mandano avanti la macchina» dietro le quinte, con il ruolo chiave di regista, senza avere le luci della ribalta. Alcuni li chiamano anche "uomini ombra", mutuando la tecnica manageriale dello "shadowing" che, in gergo, significa accompagnamento del leader potenziale da parte di un senior manager.
Ogni azienda ha regole proprie. C'è chi, come Alessandro Profumo all'Unicredit, ha formalmente tre "vice amministratori delegati" e chi invece, come Umberto Quadrino in Edison, divide il potere con una squadra di 23 top manager. Tra questi due estremi si trovano soluzioni variegate. Le più curiose sono quelle chiamate, in termini di cultura d'impresa, "organizzazioni informali". Cominciamo da queste ultime.
Mauro Moretti, amministratore delegato delle Fs, ingegnere, per dieci anni sindacalista Cgil, ha un carattere ruvido. I collaboratori lo chiamano «il Lupo». Alle ferrovie, dove lavora da 30 anni, si fida di poca gente. Gli intimi sono tre: Michele Mario Elia, suo successore alla guida di Rfi; Nicola Mandarino, direttore centrale strategie delle Fs e presidente sia di Rfi sia di Grandi Stazioni; Francesco Rossi, a.d. di Ferservizi.
In Finmeccanica il presidente e amministratore delegato, Pier Francesco Guarguaglini, non si separa da Lorenzo Borgogni, direttore centrale Relazioni esterne. È l'uomo dei contatti più riservati a tutto campo. Entrambi toscani, Guarguaglini di Donoratico (Livorno), Borgogni di Siena. Il sodalizio risale ai tempi in cui Guarguaglini era dirigente Efim, alla Galileo di Firenze e all'Oto Melara di La Spezia. Dopo alcuni anni in Finmeccanica alla testa di Alenia Difesa, Guarguaglini nel 1999 è andato a Trieste per risanare la Fincantieri, portando con sé Borgogni alle relazioni esterne. Nell'aprile 2002 il ritorno a Roma, al vertice di Finmeccanica. Borgogni è inoltre presidente della controllata Aeronavali Venezia e consigliere della municipalizzata Iride.
Tandem affiatato tra l'amministratore delegato Fincantieri Giuseppe Bono e Giancarlo Battista. Si sono conosciuti in Finmeccanica, dove Bono arrivò nel 1993 dall'Efim e Battista era già direttore delle Relazioni esterne con Fabiano Fabiani. Battista ha cominciato alla Rai (personale), poi all'Iri (relazioni esterne).
Dopo l'avvicendamento nel 2002 nel gruppo aerospaziale tra Guarguaglini e Bono, che era amministratore delegato e fu dirottato alla Fincantieri, anche Battista è uscito. Per alcuni mesi è stato direttore generale dell'Accademia di Santa Cecilia, chiamato da Luciano Berio. Nel 2004 Bono ha voluto di nuovo come collaboratore Battista, il quale tra l'altro è presidente di Fincantieri Holding Bv, dove continua a curare i rapporti internazionali nella difesa. Tra i collaboratori di Bono spicca Emilio Palma, direttore generale per la finanza, nominato nel maggio 2005, dopo essere stato per 25 anni partner della PriceWaterhouse.
Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni, a parte i tre direttori generali della struttura (Stefano Cao, Domenico Dispenza, Angelo Caridi), ha due strettissimi collaboratori, Marco Alverà e Raffaella Leone. Di famiglia veneziana, ma nato a New York nel 1975, dopo esperienze alla Goldman Sachs Alverà è stato assunto da Scaroni già nel mandato all'Enel, nel 2002, come responsabile strategie. Nel 2004 direttore finanziario di Wind, Alverà ha seguito, con Scaroni e Fulvio Conti, le trattative per la vendita dell'azienda telefonica a Naguib Sawiris. Poco dopo l'approdo all'Eni, Scaroni nel 2006 ha chiamato con sé Alverà, il quale ora è a.d. di Promgas, joint venture con Gazprom. Alverà è tra l'altro socio della «Servizi 18 Srl» di Cortina d'Ampezzo, immobiliare proprietaria di Malga Lareto, affittata allo «Sci club 18»: tra i 213 soci Paolo Scaroni.
Assistente esecutivo di Scaroni è Raffaella Leone, nata nel 1962 a La Spezia, già sua assistente in Enel e Pilkington. Leone è inoltre presidente della Servizi Aerei.
Inseparabili l'amministratore delegato di Aeroporti di Roma Maurizio Basile e il direttore centrale strategie e sviluppo business, Emanuele Ludovisi. Si sono conosciuti nel 1974 alla Fincantieri, nella stanza accanto a Francesco Mengozzi, poi diventato a.d. Alitalia. Di nuovo insieme, all'Alitalia, negli anni di Giovanni Bisignani, Basile e Ludovisi sono un "ticket" da quando il primo è diventato commissario e presidente dell'Eti, l'ente tabacchi privatizzato a fine 2003. Ludovisi era responsabile pianificazione. Ludovisi ha quindi accompagnato Basile, come direttore strategie, nel breve passaggio ai vertici dell'Anas e poi alle Fs.
I "tre moschettieri" di Unicredit che sono i "deputy Ceo" di Profumo si chiamano: Roberto Nicastro (42 anni), Sergio Ermotti (47 anni) e Paolo Fiorentino che dice: «Sono il più anziano del gruppo, con 51 anni. E anche il decano: ho cominciato a fare il cassiere al Credito italiano di Torre del Greco nel 1981. Poi sono stato tre anni in Polonia, con un preavviso di 12 ore...». Racconta Ermotti, che ha una lunga esperienza internazionale (Corner bank, Citibank e Merrill Lynch):«Il nostro compito è quello di alleggerire un po' il Ceo in modo che Profumo possa dedicarsi alle strategia. Ci riuniamo due volte la settimana, spesso all'estero, ma ci sentiamo per telefono quando serve». Aggiunge Nicastro: «Dobbiamo correre molto. La nostra è la terza rete bancaria più estesa in assoluto: siamo presenti in 23 Paesi. Apriremo altri mille sportelli all'Est in un paio d'anni».
Lavoro di squadra alle Poste guidate da Massimo Sarmi con una ventina di "primi livelli" e riunioni molto vivaci. In un gruppo così complesso e presente in business diversissimi prevale una grande capacità di integrazione tra culture diverse, con top manager provenienti da varie aziende. Molte figure chiave del gruppo dirigente che abbiamo intervistato vantano lunghe esperienze («la nostra età anagrafica – hanno confessato in parecchi – comincia per 6»), ma non mancano i giovani. «Sono arrivato nella squadra di Sarmi – racconta Carlo Enrico, milanese bocconiano di 35 anni – dopo aver lavorato in grandi istituti di credito a Londra e in Sicilia. Nessuno mi ha fatto pesare il gap generazionale. Anzi. Quando ci sono state scelte, innovative e delicate, da fare i miei sponsor principali sono stati proprio i "gray hair" che mi hanno sostenuto a spada tratta».
Un caso contrario in Edison. Qui c'è da segnalare l'«attiva presenza» nel top management di Pietro Cavanna, 67 anni, responsabile degli asset idrocarburi: lo chiamano il «Mago di Kashagan» in quanto è stato lui a vincere la partita per il giacimento di Kashagan ai tempi dell'Eni. Per il resto la squadra dell'amministratore delegato, Umberto Quadrino (61 anni), si compone di 23 manager, di cui sei funzioni di staff. Le figure chiave sono il chief Operating officer, Michel Cremieux (57 anni) e il chief Financial officer, Marco Andreasi (47), nominato da pochi giorni e proveniente dalla Techint. A sua volta, Cremieux è a capo di tutta la macchina operativa.

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sole24ore

16 nov 2007

Un italiano su 4 falsifica il CV



Sono lingue, esperienze professionali, conoscenze informatiche e studi gli ambiti dove i candidati mentono di più nel curriculum. Tuttavia l’onestà è la parola d’ordine per la maggioranza dei lavoratori che presenta il proprio profilo al mercato

“Hai mai gonfiato il tuo curriculum?”. E’ questa la domanda posta da Monster.it alle migliaia di job seeker che ogni giorno navigano sul portale per cercare il lavoro ideale ed essere sempre aggiornati sulle tendenze, problematiche, novità legate al mondo dell’occupazione.

Dai voti espressi dai 1.851 partecipanti al sondaggio realizzato interamente on line, é risultato che il 74% dei votanti abbia risposto “No, mai”, affermando così di avere sempre veicolato informazioni veritiere sul proprio profilo professionale, senza aver cercato di migliorare l’immagine di sé agli occhi dei selezionatori.

La parola d’ordine é quindi sincerità per la maggioranza dei lavoratori italiani, anche se non mancano coloro che, riportando la propria esperienza e verità, hanno ammesso di avere effettivamente bluffato:

Hai mai gonfiato il tuo curriculum?

74% 1361 voti per No, mai
13% 240 voti per Sì, nella conoscenza delle lingue
8% 153 voti per Sì, nelle esperienze professionali
3% 63 voti per Sì, nelle competenze informatiche
2% 34 voti per Sì, negli studi (es: voto di laurea)
Totale: 1851 voti

Come si può notare dai dati raccolti su www.monster.it, risulta che il 26% dei votanti non sia stato del tutto trasparente nel presentarsi al mercato.

Lingue ed esperienza sono in particolare gli ambiti dove gli italiani hanno esagerato nel valorizzare la propria figura: il 13% dei votanti ha infatti risposto “Sì, nella conoscenza delle lingue”alla domanda “Hai mai gonfiato il tuo CV?”, considerando probabilmente tale competenza il fattore primo e determinante per essere selezionati e reclutati dalle aziende.

L’8% dei votanti ha invece riportato sul proprio curriculum più trascorsi lavorativi di quelli realmente vissuti, rispondendo “Sì, nelle esperienze professionali” e ammettendo di avere probabilmente mentito sulla notorietà delle aziende con cui ha collaborato, o sugli anni di attività trascorsi in una società.

Secondo i dati raccolti da Monster.it, sito che registra oltre un milione e trecentomila CV inseriti nel proprio database, non sono solo lingua e esperienza gli elementi determinanti per essere scelti tra migliaia di validi candidati.

Tra coloro che hanno gonfiato il proprio curriculum, una minore percentuale ha puntato su competenze informatiche (3%) e studi (2%): di sicuro una buona dimestichezza col PC e la conoscenza di software avanzati, rappresentano capacità importanti nell’ambito di una selezione. Così come, secondo alcuni, un buon voto ottenuto in sede di diploma o di laurea, o corsi di specializzazione e master conseguiti.

“E’ ovvio che chi si candida per un’assunzione - dichiara Nicola Rossi, direttore marketing di Monster.it - abbia la tendenza a migliorare il più possibile la propria presentazione, poiché il CV è il primo contatto diretto con il selezionatore, il biglietto da visita che consente di essere notato tra migliaia di candidati. Ma è comunque preferibile, come consigliato a coloro che muovono i primi passi nel modo del lavoro o a chi vuole ricollocarsi sul mercato, presentare un profilo che rispetti quelle competenze e capacità individuali che ogni neo-assunto deve poi dimostrare di possedere e utilizzare sul lavoro. E’ vero che l’esperienza si può fare sul campo e che è giusto fare un buon marketing di se stessi, ma essere onesti e non mentire si rivela spesso essere l’arma più adeguata per riuscire e per essere apprezzati”.



monster

15 nov 2007

Sud, giovani e lavoro.


Allarme dai dati Svimez: a tre anni dalla laurea il 46% è disoccupato
In dieci anni è quadruplicato il numero di chi si sposta in cerca di occupazione
Laureati, i nuovi emigranti
Al Sud non trovano lavoro
di TULLIA FABIANI

Laureati, i nuovi emigranti
Al Sud non trovano lavoro

A tre anni dalla laurea la disoccupazione. E se il lavoro c'è, è atipico e per pochi: privilegiati, benestanti e raccomandati. In questi casi si resta, negli altri si va. Da Sud a Nord: altra città, altra casa, altra vita. Si diventa emigranti, con una laurea in valigia e la speranza di farne buon uso.
Per i neolaureati meridionali mancano alternative; le partenze negli ultimi anni sono triplicate; mentre chi resta si affida a conoscenze e raccomandazioni per cercare lavoro.
Le cause? Diverse e complesse, ma in primo piano ci sono la scarsa mobilità sociale, la mancata ripresa economica e il sistema scolastico.

È quanto sostiene una ricerca della Svimez, (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno), che prende in esame la mobilità territoriale, la condizione professionale e occupazionale dei laureati meridionali a tre anni dalla laurea. Nel lavoro pubblicato sul quaderno "I laureati del Mezzogiorno: una risorsa sottoutilizzata o dispersa" e condotto su dati Istat dai professori Mariano D'Antonio e Margherita Scarlato dell'Università di Roma Tre, si legge infatti che la forbice sociale tra giovani dei ceti alti e bassi nel Mezzogiorno è frutto di un "sistema di istruzione che contribuisce soprattutto ad amplificare la distanza tra aree ricche ed aree povere". Mentre "dovrebbe compensare gli svantaggi di partenza portando allo stesso livello figli di famiglie di diverso reddito e grado di istruzione".

Emigrazioni in crescita. Nel 2004, a tre anni dalla laurea, il 46,4 per cento dei laureati meridionali che hanno studiato al Sud e si sono laureati in corso è disoccupato. Disoccupato anche il 43,3 per cento dei laureati con il massimo dei voti a fronte del 30,8 per cento del Centro-Nord, dove oltre l'80 per cento dei laureati fuori corso da più di tre anni ha comunque trovato un'occupazione.
Si spiegano così gli altri dati che indicano un progressivo incremento delle emigrazioni: nel 1992 i giovani meridionali che emigravano al Nord dopo la laurea erano il 6 per cento; nel 2001 sono diventati il 22 per cento. In valori assoluti, da 1.732 a 9.899 laureati e tra questi più ingegneri ed economisti. Ma la crescita ha riguardato anche i giovani che hanno scelto il Centro-Nord per frequentare l'Università: in percentuale, erano un terzo (pari a 6.618 studenti) nel 1992, sono saliti al 60 per cento (10.539 unità) nove anni dopo. Rimane invece molto bassa la quota di studenti che dal Centro-Nord si sposta al Sud per studiare: nel 2001 sono stati soltanto 779.
"Nel Mezzogiorno il mercato del lavoro è opaco, molto più di quanto lo sia a livello nazionale - nota Margherita Scarlato, docente di Economia dello sviluppo all'Università di Roma Tre - l'accesso non meritocratico al lavoro è più forte. E non è solo un problema di stagnazione economica. Laddove è carente la qualità dell'istruzione scolastica infatti è molto più determinante il ruolo della famiglia. Perciò l'origine sociale e territoriale continua a determinare fortemente l'accesso all'istruzione, il rendimento, e la collocazione nel mondo del lavoro".

La forbice sociale. I dati analizzati mostrano la differenza delle opportunità: fra i laureati meridionali sono soprattutto i figli di dirigenti (22,7 per cento) e di liberi professionisti (23,6 per cento) a laurearsi in corso. Inoltre sono soprattutto i 'figli dì a laurearsi nel Centro-Nord (20,9 per cento) o a trasferirsi dopo aver studiato al Sud (24,2 per cento), favorendo così le migliori possibilità di crescita professionale. "Servono interventi rigorosi di inclusione sociale per evitare che i giovani restino ai margini - ribadisce la professoressa - altrimenti non ci saranno davvero limiti alle emigrazioni. Chi emigra lo fa per necessità, per avere una possibilità di crescita e di lavoro, e nella maggior parte dei casi non è una scelta privata".
Il discorso vale per la Campania, regione con la più forte migrazione di neolaureati: un valore nel 2001 pari al 21,3 per cento del totale dei laureati (erano il 15,2 nel 1998); vale per la Calabria (18,3) e per Puglia e Sicilia (pari entrambe a 17,4 per cento). Minore invece la propensione al trasferimento per i molisani (12,9) e gli abruzzesi (13,2).

E per chi sceglie di restare? Lavoro atipico, spesso frutto della rete di conoscenze. Secondo l'indagine, se si è figli di dirigenti e imprenditori ci si affida ad amici, conoscenti e parenti per la ricerca dell'impiego (tra il 37 e il 41 per cento dei casi), più di quanto facciano altri lavoratori autonomi (22-25 per cento). Ma in questi casi la distanza tra Nord e Sud si accorcia: anche al Nord i figli di dirigenti e imprenditori si rivolgono a canali informali. E anche là i contratti li fanno a progetto.

(14 novembre 2007)Repubblica

12 nov 2007

Google....quando la fortuna ti da una mano!


La storia di Bonnie Brown, massaggiatrice assunta agli inizi quando l'azienda aveva 40 impiegati
Lavorava part-time ma le sue stock option le sono valse diversi milioni di dollari
"Così ho massaggiato Google
e sono diventata miliardaria"

Bonnie Brown in una foto di Misha Erwitt per il New York Times
SAN FRANCISCO - Il salario era discreto, anche se non eccezionale, ma la gente era simpatica e ai 450 dollari settimanali si aggiungevano anche le stock option dell'azienda, che aveva appena aperto. Così la signora Bonnie Brown nel 1999 accettò il lavoro, diventando massaggiatrice part-time in una start-up californiana, per dare quotidiano sollievo a schiene e colli di ingegneri che passavano le loro giornate davanti al computer. Ma la start-up si chiamava Google, è diventata parte della storia e quelle stock option che all'epoca valevano talmente poco che Bonnie neppure le considerava, sono diventate la sua fortuna. Cinque anni dopo, Bonnie è andata in pensione - a 52 anni - con in tasca diversi milioni di dollari. I massaggi se li fa fare lei, nella sua villa sterminata in Nevada e ha un istruttore di Pilates personale, racconta il New York Times.

Storie di ordinaria Silicon Valley? Sì e no: gli anni del boom della net economy hanno reso ricchi da un giorno all'altro moltissimi di quei fortunati che si sono trovati a lavorare a Netscape o Yahoo! ma la crescita di Google rimane ineguagliata. Martedì scorso il titolo ha sfondato ogni record per arrivare a quota 747,24 dollari, per poi riscendere, assestandosi poi a 663,97 dollari per azione, venerdì sera. Quest'anno la crescita è stata del 44 per cento, pari a 203 dollari ad azione.

Certo, quelli erano gli inizi: gli impiegati erano 40 e l'avventura era appena partita. Oggi è più difficile per un nuovo assunto a Google (un "noogler", nel gergo della compagnia) avere accesso a migliaia di stock option per cifre irrisorie. Comunque, gli affari continuano ad andare alla grande anche se la filosofia dell'azienda è quella di non badare solo al riscontro economico - il motto informale è "Don't be evil", non siate malvagi. "Non è una cosa da Google controllare in continuazione il valore delle azioni", racconta un ingegnere al New York Times. Il massimo che si ammette al quartier generale è che sì, ci si concedono vacanze più costose e qualcuno cambia sempre più spesso la macchina.

Bonnie, comunque, è in buona compagnia: non c'è un calcolo preciso dei miliardari miracolati di Google, ma sono circa un migliaio quelli che hanno ricevuto stock option per oltre 5 milioni di dollari. Con il suo patrimonio, la ex massaggiatrice, fedele anche lei al motto aziendale, ha creato una fondazione senza scopo di lucro e ha viaggiato il mondo. E la sua storia è diventata un libro, non ancora uscito: "Giigle, ovvero come ho fatto fortuna massaggiando Google".

(12 novembre 2007)
fonte

9 nov 2007

Dopo mille parole sulla sicurezza...


Ecco cosa ho commentato ad un post del mio, ormai amico, gad Lerner che trovate qui:
"

Rimango sempre più colpito da come aggira le domande e capovolga le questioni.

Qui siamo di fronte ad un palese tentativo di difendere la sua posizione e non, come sarebbe giusto, difendere gli interessi degli italiani e dei rom, rumeni, INSIEME.

Difendere gli interessi vuol dire fare leggi giuste e non adottare un bambino( che è pur un nobile gesto). Le è chiara la differenza?

Il bene di tutti comporta un piccolo sacrificio per ognuno:

per lei, non dire le cavolate e appoggiare parole senza senso,

per le persone che vivono nel mondo vero, resistere alla soluzione facile della vendetta.

Ce la faremo, INSIEME?
"


Risponderà? e come?
Lo sapremo dopo un intervallo pubblicitario.

Sciopero


Lo sciopero è una delle manifestazioni più importanti per tutti noi, è l'arma con la quale possiamo combattere l'oppressione del "padrone" o dello stato.
Ma lo sciopero chi colpisce veramente? Cerchiamo di scoprirlo, elencando semplicemente i suoi aspetti caratteristici:


  1. i lavoratori che scioperano non percepiscono lo stipendio,

  2. i disagi dello sciopero ricadono sui poveri cittadini, pensiamo allo sciopero dei mezzi pubblici e a quello dei treni, si accaniscono di venerdì quando si cerca di tornare dalla famiglia dopo aver lavorato tutta la settimana...

  3. i mass media ne parlano come del programma della serata: " domani sciopero alle alle perché", 2 minuti che nessuno ascolta, men che meno a chi è destinato lo sciopero.

  4. Non si ottiene nulla o poco

Allora perché lo fate?

Ha molto più senso lo sciopero bianco, contro la società stessa, ossia lavoriamo ma abbiamo ben cura di non far guadagnare la società. Ricordo lo sciopero dei casellanti, che hanno semplicemente alzato le sbarre.....e milioni di euro sono volati via....stavolta finendo nelle tasche del popolo.

Quindi lo sciopero è un diritto, non certo il dovere di dimostrare di essere stupidi!

Troviamo delle forme di protesta che non ci autolesionino!

8 nov 2007

Vincere con la formazione!


Ecco i punti principali della tattica spiegata da Giovanna Combatti, per fare della formazione dell'uomo, la strategia vincente dell'azienda:
"
  1. Correre il rischio di inserire persone anche più brave di te,
  2. Mantenersi attrattivi, creando un luogo di lavoro forte,
  3. Dimenticarsi di guardare alle attività formative come momenti sottratti al lavoro
  4. fare in modo che ognuno abbia un proprio piano di sviluppo personale,
  5. mantenere al primo posto delle nostre priorità il formare e sviluppare se stessi, prepararsi in continuazione,
  6. definire molto chiaramente cosa do e cosa voglio ricevere dai collaboratori
  7. lasciare, anzi fare in modo, che le persone facciano la "loro" differenza in azienda,
  8. guardare alle combinazioni che la diversità può offrire e osservare la ricchezza che ne esce,
  9. Sviluppare e organizzare formazione tenendo conto della composizione della popolazione aziendale
"
(qui trovate l'intero articolo .pdf).
Nell'articolo originale troverete un 10 punto:"decidere di fare formazione sui punti di forza lasciando perdere quelli deboli", l'ho eliminato dalla lista perchè non concordo. E' importante formare persone che abbiano la capacità di spaziare trasversalmente sulle cose, avendo poi le loro attitudini personali più marcate. Quindi investire in formazione su tutti i punti favorisce il mutuo controllo e le cross fertilizzazioni, le chiamerei, ossia ognuno influenza l'altro su tutto, portando ancora più ad esaltarsi il punto 8, Le Sinergie.
La chiarezza nel pretendere e nell'offrire, fa la base di ciascun successo aziendale, senza il quale le piccole ombre quotidiane rischiano di rovinare i risultati ottenibili.
Puntare sulle capacità individuali, esaltandole e unendole per creare sinergie, premiando in una ideale meritocrazia le imprese di ciascuno. Sembra emergere queste dai punti sopra, e io non posso che applaudire.

Libertà di partecipazione alla politica



Oggi vi propongo una domanda molto semplice, ma nello stesso tempo di estrema importanza:
Ogni cittadino italiano, aventi i requisiti, è libero di partecipare alla politica?

Chiaramente non si può rispondere con un semplice post su un blog, ma vorrei svelarvi un segreto.
Per iscriversi ad alcuni partiti bisogna essere RACCOMANDATI!





Si, è proprio vero, non basta pagare la sovvenzione e partecipare alle riunioni, bisogna farsi presentare e appoggiare da un membro.

Ma che cosa è questa se non una casta, o meglio una setta???
Vi ricordate il film il padrino....
baciamo le mani!

ps. indovinate quale è il partito di cui vi ho mostrato un pezzo del modulo di adesione!

6 nov 2007

Non solo Italia, mal comune...


Oggi ho ripreso un pò di speranza riguardo al nostro paese, leggendo la notizia:
"
la decisione votata dal parlamento lo scorso 30 ottobre
Sarkozy: da 7.084 a 19.331 euro al mese
Scatto l'aumento dello stipendio del Presidente francese: «ricompensare il merito e il lavoro ben fatto»
PARIGI - Come già anticipato nei giorni scorsi dalla stampa, in Francia è arrivato l'aumento dello stipendio presidenziale, votato dal Parlamento il 30 ottobre scorso: non del 140% come annunciato ma del 172%. Il salario mensile netto di Nicolas Sarkozy passa quindi da 7.084 euro a 19.331 euro, scrive Le Monde, che ha rifatto i conti in tasca al capo dello Stato. Criticato per essersi concesso un aumento così importante proprio mentre il governo sta spingendo per far approvare la riforma dei regimi pensionstici dei parastatali e mentre la perdita del potere d’acquisto è diventata la principale preoccupazione dei francesi, Sarkozy ha giustificato l’operazione in nome della "trasparenza".

RICOMPENSARE IL MERITO - Gli emolumenti del capo dello Stato non rispondevano infatti finora a nessuna regola ed erano fissati liberamente dal governo. Lunedì poi Sarkozy ha spiegato durante un discorso in occasione del bicentenario della Corte dei conti che il suo aumento rientra nell’ambito della «rivoluzione intellettuale e morale» dello Stato, che porta a «ricompensare il merito e il lavoro ben fatto». «Ho voluto che la presidenza della Repubblica desse l’esempio», ha aggiunto Sarkozy.

"


corriere

Del resto mal comune mezzo gaudio, i ladri e la casta sono un male europeo, non solo italiano.
E' anche apprezzabilissima la modestia del presidente che si loda e si premia da solo!
Ma non dovrebbero essere i cittadini a dirlo?
Why not?

5 nov 2007

Autostrade e ponti!


Ieri come milioni di italiani ho preso la principale autostrada del paese, l'A1 per tornare al lavoro dopo il ponte di tutti i santi.
E indovinate cosa è successo: tante e tante ore di fila. Per essere specifici 240 minuti per poco meno di 100km, sotto firenze.

Non ci sono particolari condizioni geografiche, come monti da superare o laghi da aggirare o indiani da fuggire...ma comunque l'autostrada era semplicemente piena.
E' solo l'ultima di una lunga (da decenni) storia di abusi delle autostrade sui poveri automobilisti.
Tralascerò le solite accuse generiche e sterili per passare a domande serie:

1. perchè non viene segnalata la coda infinita, all'esterno del casello, ossia prima di entrare in autostrada?
RISPOSTA 1. perchè altrimenti perdono i soldi di chi,vedendo la situazione, preferisce rimandare la partenza o fare strade alternative.
2. Perchè se il treno ritarda da il rimborso parziale (almeno è qualcosa) del biglietto e invece l'autostrada costa sempre uguale (in aumento costante direi) anche se sei bloccato per ore in coda?
RISPOSTA: perchè bisogna sfruttare l'automobilista che va spremuto senza ottenere nulla in cambio, ne servizi ne alto.
3. Quando si rimane per ore bloccati in autostrada, non è come essere sequestrati? non puoi uscire, non puoi andare al bagno ( a meno che non transitavi fortunosamente davanti ad un autogrill).
4. Perchè quando si prevede un grosso afflusso di macchine non si prevedono dei controlli e delle regolazioni del flusso in modo da evitare che gli sprovveduti si avventurino in un'impresa degna di Ulisse?
5. Perchè quando al giornale radio intervistano i responsabili della rete, sembra sempre che le code derivino da un intervento del maligno invece che dalla loro incompetenza, e dal fatto che si sono letteralmente mangiati i soldi che nel corso degli anni dovevano finanziare la messa in funzione di strade decenti?
6. Chi è che tutela per questi abusi?
7. Perchè non viene regolamentato il traffico pesante in modo da non mettere tutti sulla strada nello stesso tempo?

Potrei andare avanti ore e ancora ore, ma voglio solo aggiungere:
VOGLIAMO REGOLE E GIUSTIZIA.
In ogni caso.
One ENERGY Dream

4 nov 2007

Sergio Marchionne


Laureatosi in legge alla Osgoodehall Law School di Toronto, ha in seguito ottenuto un MBA alla University of Windsor del Canada. Dal 1985 è dottore commercialista e dal 1987 è Procuratore Legale e Avvocato nella regione dell'Ontario. Nel Nord America ha svolto la prima parte della sua attività professionale come dirigente. Dal 1983 al 1985 ha lavorato per Deloitte Touche e successivamente ha ricoperto il ruolo di controllore di gruppo e poi director dello sviluppo aziendale presso il "Lawson Mardon Group" di Toronto. Dal 1989 al 1990 è stato nominato vice presidente esecutivo della Glenex Industries. E' laureato pure in filosofia.

Dal 1990 al 1992 ha ricoperto il ruolo di responsabile dell'area finanza della Acklands Ltd. e contemporaneamente la carica di responsabile per lo sviluppo legale e aziendale presso il Lawson Group, acquisito da "Alusuisse Lonza" Algroup. Qui ricopre ruoli di crescente responsabilità, presso la sede centrale di Zurigo, fino a diventarne l'amministratore delegato.

Ha in seguito guidato il Lonza Group Ltd, separatosi da Algroup, fino al 2002, quando è stato nominato amministratore delegato del Gruppo SGS di Ginevra, leader mondiale nei servizi di ispezione, verifica e certificazione, un colosso forte di 46 mila dipendenti in tutto il mondo.

Il nome di Sergio Marchionne è molto stimato negli ambienti internazionali proprio perché egli ha rilanciato il gruppo svizzero in soli due anni di gestione. Per questo motivo, in seguito alla morte di Umberto Agnelli e alle dimissioni dell'amministratore delegato Giuseppe Morchio, che aveva lasciato l'azienda dopo il rifiuto della famiglia Agnelli di affidargli anche la carica di presidente, Sergio Marchionne venne nominato dal 1° giugno 2004 amministratore delegato del Gruppo Fiat, colosso nel campo automobilistico che conta oltre 160 mila dipendenti. Dopo alcuni contrasti con il dirigente tedesco Herbert Demel, nel 2005 assume anche la guida di Fiat Auto in prima persona. Durante la sua gestione, i titoli Fiat sono passati da un minimo prossimo ai 4 € agli attuali 23 €. L'ad della Fiat Sergio Marchionne è stato coinvolto il 3 novembre 2007 in un tamponamento in Svizzera. Lo si apprende da fonti Fiat che precisano che il manager non ha comunque riportato nessuna conseguenza dall'incidente. L'agenzia di stampa elvetica, Ats, scrive che, secondo informazioni stampa concordanti, alla guida di una Ferrari 599 GTB, che ha tamponato ieri nel primo pomeriggio una vettura nel canton Soletta, in Svizzera, si trovava Marchionne. Nonostante una brusca frenata, il conducente non è riuscito ad evitare una tamponamento contro la vettura che lo precedeva, che a sua volta aveva frenato fortemente a causa di code.


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