31/ott/2007

Competitività


Competitività, rapporto Wef: Italia 46a, Stati Uniti primi

di Piero Fornara

Nella classifica di quest'anno il nostro Paese,
guadagna qualche posizione, ma non decolla.
Svizzera e Danimarca alle piazze d'onore.

Guadagna qualche posizione, ma non decolla la competitività dell'azienda Italia. Secondo l'ultimo «Global Competitiveness Report», diffuso martedì 31 ottobre a Ginevra dal World Economic Forum (Wef), l'Italia si colloca al 46esimo posto (su 131 Stati) nella classifica mondiale della competitività 2007. Nonostante alcuni buoni voti e la vitalità della comunità imprenditoriale, l'Italia continua a restare indietro rispetto agli altri partner europei.

Gli Stati Uniti si confermano l'economia piùcompetitiva al mondo, grazie a «una combinazione vincente di società molto "sofisticate" e molto innnovative, che operano su mercati molto efficienti». Tutto questo, fa notare il rapporto, affiancato da un eccellente sistema universitario e forti sinergie tra mondo dell'istruizione e del business. Sul quadro da primi della classe, tuttavia, pesano alcune debolezze, in particolare squilibri macroeconomici e «alcuni aspetti dell'ambiente istituzionale». Le istituzioni pubbliche americane si guadagnano «solo» il 35esimo posto nella classifica di 131 Paesi, e la stabilità macroeconomica scende al 75esimo posto.

Gli Usa sono seguiti da Svizzera, Danimarca, Svezia, Germania, Finlandia e Singapore. Il Giappone è ottavo davanti alla Gran Bretagna; la Francia è diciottesima e la Russia è al 58/o posto, penalizzata dal contesto istituzionale e da favoritismi del governo. Cina (34/o) e India (48/o) continuano a essere in testa tra le grandi economie in via di sviluppo. Tutti dall'Africa, infine, i fanalini di coda: Zimbabwe al 129esimo posto, Burundi al 130esimo, chiude il Chad.

Rispetto al 2006 sono stati utilizzati nuovi criteri. «La graduatoria 2007 include anche nuovi Paesi e se si guarda alla posizione dell'Italia rispetto ai Paesi inclusi l'anno scorso, il miglioramento è quindi più significativo», ha spiegato Irene Mia, senior economist al Wef. L'indice usato per la classifica «evidenzia per l'Italia la vitalità della comunità imprenditoriale, il suo grado di sofisticazione, la buona organizzazone dei distretti e una buona capacità di innovazione. Un altro punto molto positivo è anche la "grandezza mercato", elemento che include le esportazioni. L'Italia risulta ottava su 131 economie, è quindi un Paese che esporta e che ha un vantaggio competitivo in molti prodotti», continua l'esperta del Wef. «I problemi dell'Italia rimangono in aspetti più strutturali, quali - precisa - la deludente gestione fiscale che ha portato a uno dei più alti livelli di indebitamento pubblico nel mondo, gli standard di etica pubblica e l'efficienza del governo valutati abbastanza negativamente dalla comunità imprenditoriale italiana» ed i problemi del mercato del lavoro. Buona invece la pagella dell'Italia per il sistema educativo e sanitario.
Componente soggettiva
Il rapporto del Wef è elaborato ogni anno in base a dati statistici pubblici e ai risultati dell'Executive Opinion Survey, un sondaggio presso 11mila manager e imprenditori nei vari Paesi, condotto dal Wef in collaborazione con istituti di ricerca e organizzazioni di imprese. Il «Global Competitiveness Index » si basa su 12 pilastri quali istituzioni, infrastruttura, stabilità macroeconomica, sanità e istruzione primaria, efficienza dei mercati, livello di sofisticazione del mercato finanziario e innovazione. Ma proprio la "percezione" dai business leader di tutto il mondo attribuisce una marcata componente soggettiva alla classifica del Wef ginevrino, per cui è prudente accogliere la graduatoria "con beneficio d'inventario". I cinque Stati che precedono immediamtamente l''Italia sono infatti, nell'ordine dal basso verso l'alto: Lettonia, Sudafrica, Bahrain, Oman e Slovacchia.



Questo articolo ci tira su il morale, non siamo i migliori, ma abbiamo grosse potenzialità.
Sicuramente dobbiamo fare degli interventi drastici e conclusivi sulla spesa e il deficit pubblico!

Il primo atto...tagliare


E' di ieri sera la notizia del primo piccolissimo passo del governo verso i tagli dei ministri e delle spese:

Primo via libera al taglia-ministri
di Barbara Fiammeri

Arriva il sì al taglio dei ministeri ma a partire dal prossimo Governo. A deciderlo è stata ieri la commissione Bilancio del Senato ratificando l'intesa raggiunta nel centro-sinistra e sostenuta dalla Lega, che riduce a 12 il numero dei ministri e impone il tetto di 60 poltrone all'intera compagine governativa di cui fanno parte, oltre agli stessi ministri e al premier, ministri senza portafoglio, viceministri e sottosegretari. La norma è contenuta nell'emendamento alla Finanziaria del relatore Giovanni Legnini che accorpa le proposte presentate dalle coppie Salvi-Villone (Sd), Bordon-Manzione (Unione democratica) e dal leghista Roberto Calderoli.
...
Ma a dire il vero, l'aspetto più interessante è quello che nell'emendamento non c'è scritto. L'accordo raggiunto ieri non fissa una data precisa per la sforbiciata.

Tuttavia, quel rinvio «al Governo successivo a quello in carica» ha fatto riprendere quota all'ipotesi di un Prodi bis. Il premier ovviamente non ne parla. Il suo obiettivo principale è superare lo scoglio della Finanziaria.


sole24ore

Come si può notare dagli stralci dell'articolo siamo ben lontani da una soluzione reale del problema, che da ogni parte richiede la giustizia.
E' molto interessante e divertente anche il fatto che si rimanda al prossimo governo, ossia: se vincete voi così avrete meno da mangiare...In poche parole è come mandare un colpo al rivale!

Vogliamo tagliare le spese di questo governo squalo e predatore.
Tagliare stipendi e parlamentari!
Questo è il primo e più importante punto da risolvere e il primo atto da compiere!

30/ott/2007

Italiani e i risparmi


Continuiamo con la serie nefasta dei dati sull'italia:
Il 40% degli italiani non riesce a risparmiare neanche un euro al mesedi Claudio Tucci

Aumentano le famiglie italiane in difficoltà: due italiani su cinque non riescono a mettere un euro da parte perché consumano tutto il reddito. Sempre più spesso è necessario ricorrere a prestiti o ai risparmi accumulati per arrivare alla fine del mese. Prevale il pessimismo tra gli italiani: ben il 43% degli italiani (nel 2001 erano il 26%) dichiara di non vivere tranquillo se non riesce a mettere qualcosa da parte. E alla maggioranza degli intervistati, il Belpaese non sembra attrezzato a fronteggiare queste emergenze, mentre qualche speranza rimane guardando all'Europa, pur se rispetto a essa, le aspettative sono meno elevate che nel passato. È questa, in sintesi, la diapositiva che emerge dal sondaggio «Gli italiani e il risparmio», realizzato in collaborazione con Ipsos e presentato a Roma dal presidente dell'Acri (Associazione di fondazioni e di casse di risparmio) Giuseppe Guzzetti, in occasione della 83esima giornata mondiale del risparmio. «Le difficoltà ci sono - spiega Guzzetti - ma anche i successi: l'economia reale cresce e il debito pubblico rispetto al Pil diminuisce, anche se non ce n'è una percezione adeguata. Dunque al pessimismo che sembra prevalere va opposta la tenacia dell'impegno di tutti, dalle istituzioni, al mondo produttivo, ai cittadini: è soprattutto da questo che nasce e si mantiene lo sviluppo».

Dal sondaggio, realizzato su un campione di mille cittadini, emerge che, rispetto al 2006, scende il numero di coloro che riescono a risparmiare, dal 37% al 33%, mentre cresce chi non riesce a mettere un euro da parte (sono il 39% del totale). Dal 2001 a oggi, inoltre, le famiglie in «saldo negativo», ovvero coloro che ricorrono a prestiti o ai risparmi accumulati, sono cresciute del 2% annuo, con la conseguenza che nei sette anni trascorsi sono più che raddoppiate, raggiungendo quota 27 per cento.

I dati mostrano, poi, una costante propensione alla liquidità, che caratterizza due italiani su tre. Si riduce tuttavia l'attrattiva del mattone, dal 70% al 55%, a vantaggio di investimenti ritenuti più sicuri (titoli di stato, certificati di deposito e libretti di risparmio). Bassa la fiducia complessiva nel sistema di leggi, regole e controlli. Uno dei maggiori elementi di disagio è rappresentato dall'euro: oltre 3 italiani su 4 se ne dichiarano insoddisfatti, anche se, pensando al futuro, l'ottica cambia: il 57% degli italiani ritiene un vantaggio essere nell'Euro.

Sul fronte, infine, dell'economia personale e globale, il 19% degli intervistati percepisce peggiorato il proprio tenore di vita a fronte del 10% (scende di punto rispetto al 2006) di coloro che lo reputano migliorato. Aumentano le famiglie che faticano a mantenere il tenore di vita attuale, dal 42% al 46%, mentre si riducono quelle che riescono a mantenerlo invariato senza problemi, sono il 25% rispetto al 28 per cento del 2006. Fa riflettere come solo la metà degli italiani (51%) sia soddisfatto della propria situazione personale (nel 2001, erano il 65 per cento).

ilsole24ore

La domanda appare legittima, ma i politici e i nostri amati governanti sanno che questi sono i numeri di cui si parla?
Come fanno ad intascare stipendi incredibili sapendo che,non solo non sanno fare il loro lavoro, ma creano dei veri e propri disastri!
Ci vuole un governo che sappia decidere,
che voglia decidere per il bene del paese!

La marginazione



Oggi per la prima volta ho scoperto l'esistenza della marginazione.
Brevemente ecco di cosa si tratta:
"...con la marginazione puoi “giocare” due spiccioli provando la sensazione di “giocare” una valanga di soldi. Quando indovini il trend guadagni come aver giocato parecchi soldi…ma se, viceversa, “buchi” il trend perdi come se tu avessi giocato parecchi soldi. Ovviamente per evitare di “affogare” vengono inseriti degli “stop loss” strettissimi…..
Il fenomeno della marginazione è, fondamentalmente, il classico effetto “leva” molto conosciuto dagli habituè del forex. Meno noto, ma in aumento, per chi fa il classico trading.

Compravendita titoli azionari.
La marginazione serve per rispondere a due precise domande dell’investitore:
1) non ho in portafoglio il titolo A e lo voglio vendere. Me lo presti?
2) Non ho soldi e vorrei comprare il titolo A. Me li presti?
Nel primo caso siamo davanti alla classica “vendita allo scoperto”. Vendo ora il titolo A a 3 euro e lo ricompro (entro la giornata) ad un prezzo inferiore (nella speranza che il prezzo “cali”). A fronte di questo prestito la banca si fa pagare un “aggio”. Se va bene (prezzo di acquisto inferiore a quello di vendita) il guadagno sarà pari al differenziale meno l’interesse della banca. Se va male la perdita sarà pari al differenziale (negativo) più l’interesse che percepisce l’istituto.
Nel secondo caso (domanda 2) siamo davanti al classico “finanziamento” e l’operazione deve “rientrare” nell’arco (massimo) di 24 mesi. Anche qui, al differenziale, va aggiunto l’interesse che, ovviamente, percepisce la banca.
Il primo scenario (domanda 1) si profila in un mercato con trend (almeno nella speranza dell’investitore) ribassista; il secondo (domanda 2) in un mercato con trend rialzista.
Generalmente gli istituti stabiliscono, a priori, dei limiti di “sicurezza” (stop loss) oltre i quali l’operazione viene, comunque, conclusa. Questi limiti variano da banca a banca e li trovate nei prospetti informativi.
Ovviamente sono tutti servizi “attivabili” personalmente e riservati ai clienti che hanno un profilo di rischio “alto” o “molto alto”.
"

da (hypertrading)

Bene, è abbastanza per capire come sia l'ennesima trovata di banche e istituti creditizi per accumulare denaro.
Interessi su prestiti che poi si giocano in borsa!
Tra poco partirà anche la promozione:
"vuoi giocare al casino? Noi ti prestiamo i soldi con un interesse del 1000%!
E se poi ti dimentichi di pagare.....STROZUS ti trova!"

29/ott/2007

I veri talenti dell'Italia


Imprenditori innovatori, lezione per il Pd
I veri talenti dell'Italia
di Francesco Giavazzi

Due anni or sono, quando il cambio fra dollaro ed euro raggiunse 1,34, il Cotonificio Albini, che dalle valli bergamasche serve le maggiori catene americane (Banana Republic, Crew, Brooks Brothers), si trovò in difficoltà: con un euro così forte esportare negli Stati Uniti diventava praticamente impossibile. Anziché abbandonare, l'azienda decise di trasformarsi: una nuova organizzazione del lavoro con un uso intenso di tecnologia, un nuovo stabilimento (in Puglia, non in Cina), nuovi disegni, spostamento degli acquisti verso l'area del dollaro e delle vendite verso la Russia, l'Oriente, l'America Latina, i Paesi che crescono di più. Oggi il cambio fra l'euro e il dollaro è 1,43 ma l'azienda prospera.
La Banca d'Italia ha analizzato un campione di 4.200 piccole e medie imprese per capire che cosa hanno fatto negli ultimi cinque anni. Ne emerge il ritratto di un mondo pieno di vita: alcune aziende marginali sono uscite dal mercato ma quelle che sono rimaste hanno investito, soprattutto a monte (in ricerca e sviluppo e in nuovi prodotti) e a valle (marchi, distribuzione in mercati lontani). Molte sono anche riuscite nel passaggio più difficile, quello generazionale, dal padre fondatore ai figli e ai nipoti, più raramente al mercato.
Partendo da Udine, l'Eurotech di Roberto Siagri ha conquistato una nicchia mondiale nei nano- computer, un settore che sembrava precluso a chi non risiedesse in California; un anno fa ha acquistato un'azienda negli Usa e una in Cina, Chengdu Vantron Technology. A Padova, Morellato si è trasformata da un'impresa artigianale in una piccola multinazionale, imitando la strada intrapresa molti anni prima da Luxottica. A Milano, Saes Getters è leader nella tecnologia dei cristalli ottici e dei sistemi che operano sotto vuoto o in atmosfere di gas puro. Ad Alessandria, Alberto Tacchella è tra i primi al mondo nelle macchine rettificatrici ad alta precisione. Non esiste solo la Fiat, che pure ha compiuto una svolta straordinaria.
E poi vi sono gli innovatori, imprenditori che vivono a cavallo tra l'azienda e i laboratori dell'università (sì, accade anche in Italia). Qualche volta non ce la fanno ma se un progetto fallisce passano a un altro. Uno dei settori più vivaci è la biotecnologia. La Newron di Luca Benatti, che collabora con l'Università di Milano su progetti per la cura del Parkinson ed è quotata in Svizzera. Dialectica di Dorotea Rigamonti, in cui ha investito State Street, una grande banca di Boston. Le aziende di Claudio Bordignon (Molmed), Alessandro Sidoli (Axxam) e Francesco Sinigaglia (Bioxell), quest'ultima pure quotata in Svizzera, nel parco scientifico del San Raffaele. Gentium di Laura Ferro, quotata al Nasdaq, che sviluppa farmaci per oncologia e malattie rare, e mi scuso se ho citato solo alcuni dimenticandone tanti. Di questi imprenditori i giornali si occupano raramente. E' un mondo molto lontano dai politici che ogni giorno ripetono che è essenziale rifare la legge elettorale ma poi, anziché chiudersi in Parlamento e non uscirne finché non ne abbiano approvata una nuova, passano le sere a parlarne alla televisione. Lontano anche da imprenditori più famosi, grandi banchieri e monopolisti di telefoni ed energia che non sanno cosa sia la concorrenza internazionale e si sostengono a vicenda incrociando le partecipazioni azionarie.
A Walter Veltroni mi permetto di dare un consiglio. Prima di iniziare la sua nuova avventura chieda a uno di questi imprenditori di ospitarlo nella sua azienda per un periodo «sabbatico» e cerchi di capire che cosa significhino in concreto talento, eccellenza, merito, concorrenza, che cosa vuol dire saper decidere e rischiare.

29 ottobre 2007

corriere

Questo bell'articolo non ha bisogno di commenti.
KEYWORDS: TALENTO; ECCELLENZA; MERITO; CONCORRENZA.

28/ott/2007

Lo sappiamo tutti...e allora che aspettiamo?


Ecco un breve commento di Montezemolo:

27 ottobre 2007
Montezemolo: «Questo Governo non sa decidere nulla, ma è un Paese senza guida da 12 anni»

«Questo governo non è in grado neanche di tagliare le cravatte di due centimetri. Non è in grado di tagliare nulla. Non c'è coesione. Ma abbiamo bisogno che il governo governi, che prenda delle decisioni, qualsiasi esse siano". Il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, invita la classe politca a prendere decisioni e poi avverte che il Paese «non è governato. Da 12 anni e'impossibile
prendere decisioni di fondo».
«Frasi senza senso-commenta Prodi- quindi non avrebbe senso neanche dare una risposta».

Sintonia con Draghi Con il governatore Draghi c'è «una grande sintonia di cultura di fondo. È un fatto molto
importante: cultura del cambiamento, del merito, della flessibilità e della modernizzazione». Così il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo commenta i moniti lanciati ieri dal Governatore di Bankitalia a margine del Forum
della piccola industria di Caserta. «Vi ricordate: ho detto che bisogna restituire le tasse a chi le paga. Abbiamo detto anche che chi lavora nelle fabbriche ha lo stesso merito» degli imprenditori, ha continuato il leader degli industriali. «E poi quella battaglia del cuneo fiscale era anche in funzione dei lavoratori - ha aggiunto - mi fa piacere questa tendenza comune».


Bene, ora quello che tutti pensavamo (da anni) è stato ufficializzato anche da un uomo "importante".
Quindi finalmente siamo tutti d'accordo!
Non resta che cacciare questa classe politica (destra e sinistra) e dare il potere a chi sa decidere per una nazione!
Facile....o quasi!
Dove troviamo persone di questo tipo? al supermercato....
Forse si sta autocandidando MOntezumolo???

26/ott/2007

Draghi: Stipendi e i giovani


Finalmente si parla chiaro.
Ecco quello che ha detto Draghi sulla situazione degli stipendi, con la particolare analisi rivolta ai giovani.
E' un momento importante.
Si comincia a capire che la chiave di una nazione sono i giovani, perchè è impossibile vivere in eterno, e prima o poi questo paese sarà in mano a loro(che beffa delle beffe) non saranno più tali.
Quindi ancora una volta:
AVANTI GIOVANI!

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«in italia gli stipendi piu' bassi dei paesi principali dell'unione europea»
«Reddito giovani cresca in modo stabile»
Draghi: «Una ripresa della crescita del consumo è fondamentale per il benessere generale»

TORINO - «Occorre che il reddito torni a crescere in modo stabile». È il monito lanciato dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi, in una lezione all'Università di Torino aggiungendo che «una ripresa della crescita del consumo è fondamentale per il benessere generale, per la crescita del prodotto, per la stessa stabilità finanziaria. Destinatari e protagonisti di questo processo sono in particolare i giovani».

IMPOVERIMENO DEI GIOVANI - I giovani, dice Draghi, potrebbero comprimere la loro propensione al consumo in ragione «di un reddito permanente atteso più basso che in passato» e della «discontinuità della vita lavorativa».

STIPENDI - I livelli retributivi dell'Italia «sono piu bassi che negli altri principali paesi dell'Unione europea» ha aggiunto il governatore della Banca d'Italia. «Le differenze salariali rispetto agli altri Paesi - ha detto Draghi - sono appena più contenute per i giovani, si ampliano per le classi centrali di età e tendono ad annullarsi per i lavoratori più anziani. Il differenziale è minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate». Secondo dati dell'Eurostat relativi alle imprese dell'industria e dei servizi privati nel 2001-02, ha spiegato Draghi, «la retribuzione media oraria era, a parità di potere d'acquisto, di 11 euro in Italia, tra il 30 e il 40 per cento inferiore ai valori di Francia, Germania e Regno Unito». «L'Italia mostra, come la Francia, un profilo ascendente per età, mentre in Germania e Regno Unito il profilo è a U rovesciata: le retribuzioni raggiungono un apice in corrispondenza delle età più produttive, calano negli anni successivi».

RIFORME - Secondo il governatore di Bankitalia, esiste una «concorde diagnosi dei mali italiani» che porta «in primo piano l'esigenza di misure volte a riformare le regole dell'economia e della spesa pubblica. Saranno quelle stesse misure strutturali, mirate ad aumentare l'efficienza e la competitività della produzione interna, a sostenere i redditi e i consumi delle famiglie, assicurando la crescita dell'economia».

«Il ventaglio dell'azione pubblica è ampio», si legge nelle lezione di Draghi all'università di Torino che si sofferma su tre settori.
Il primo fa riferimento alla riforma «coraggiosa» del sistema d'istruzione, e in particolare dell'istruzione superiore, che «deve sollecitare i giovani in procinto di affacciarsi sul mercato del lavoro a investire seriamente in capitale umano».
Per quanto riguarda il mercato del lavoro, inoltre, vanno individuati, secondo Draghi, gli strumenti per «ripartire più equamente i costi derivanti dalla maggiore flessibilità. Vi sono modi, sperimentati anche in altri paesi, per contemperare le esigenze di imprese competitive con le aspirazioni dei lavoratori che entrano nel mercato, con i bisogni di stabilità e crescita professionale di coloro che già vi sono».
Infine «un innalzamento dell'età effettiva di pensionamento può ricostruire l'equilibrio fra attesa di vita, attività lavorativa e modelli di consumo».

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dal corriere
ed ecco il link al documento intero.

The winner is: Cesare Geronzi


Penserete che mi sia accanito con i banchieri, ... ed infatti è vero!
Ma per concludere l'epopea dei 'furbetti del quartierino' manca ancora lui, quello che ancora lavora felicemente, anzi ora dirige "Mediobanca"! Anche Fiorani ha detto che uno dei suoi più grossi errori è stato mettersi contro Geronzi!
Ormai è sulla rampa di lancio e nessuno sembra fermarlo. E' passato attraverso indagini, inquisizioni e accuse più o meno fondate, ma ora è libero e come!

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Cesare Geronzi (Marino, 15 febbraio 1935) è un banchiere e dirigente d'azienda italiano.

Inizia a lavorare nel 1961 alla Banca d'Italia nel settore cambi; l'ambiente politico negli anni '60 e '70 è molto difficile, ma Geronzi riesce a farsi largo e ad affermarsi professionalmente. Negli anni '80 si vede chiuso da Carlo Azeglio Ciampi e Lamberto Dini e si mette quindi sul mercato, diventando vicedirettore generale del Banco di Napoli.

Nonostante sia appoggiato da Giulio Andreotti, l'esperienza di Napoli non è felice e Geronzi passa alla Cassa di Risparmio di Roma, dove diviene direttore generale nel 1986 grazie all'appoggio di Bettino Craxi.

Geronzi ha appoggiato numerose pubblicazioni, conoscendo bene l'importanza della stampa. Si ricorda a questo riguardo: *Risparmio Oggi (diretto da Bruno Vespa), Il Tempo di Francesco Gaetano Caltagirone, Class di Paolo Panerai, L'Unità, Il Manifesto, Telemontecarlo di Vittorio Cecchi Gori Ha fondato il quotidiano L'Informazione insieme a Vittorio Farina e a Callisto Tanzi.

Alla fine degli anni Ottanta, la carriera di Geronzi ha uno scatto deciso. Il Banco di Santo Spirito, storica banca romana controllata dall'IRI, presieduto da Romano Prodi si trova in difficoltà economiche. Geronzi vorrebbe acquistare il Banco, ma Cariroma non ha gli 800 miliardi di lire necessari per farlo. Per ottenere il capitale necessario allora Cariroma vende a Santo Spirito i propri sportelli, diventando una holding, e con il denaro ottenuto rileva il capitale azionario. Nel 1990 al gruppo viene aggiunta anche la Banco di Roma.

In quegli anni le partecipazioni vengono spezzettate in società finanziarie; inoltre la banca subisce delle rapine ai portavalori, con certificati di deposito spariti per decine di miliardi. Il denaro viene ritrovato in Svizzera come garanzie presentata alle banche da una persona riconducibile a Claudio Martelli e Sergio Cusani. L'inchiesta venne levata al pm Achille Toro e successivamente non ebbe più seguito.

Successivamente la Banca di Roma acquisisce numerose società: compra la Banca Mediterranea, finanzia l'alta velocità delle ferrovie di Stato, fonda la holding turistica Ecp. Nel 1995 acquisisce la Banca Nazionale dell'agricoltura e il suo gruppo supera un giro d'affari di 10mila miliardi.

In seguito è fra i primi finanziatori della Omnitel e fonda la Mmp, una concessionaria di pubblicità, che si occupa di gran parte della carta stampata, pur essendo perennemente in perdita: Topolino, Secolo d’Italia, L'Unione sarda, Qui Touring, Famiglia cristiana, Osservatore romano. La Mmp chiuderà nel 1997 con 450 miliardi di perdite, il 70 per cento delle quali sono a carico del partner pubblico. Sono notevoli anche i finanziamenti ai partiti: nel 1996 i Democratici di Sinistra ricevono da Banca di Roma 502 miliardi, secondo quanto riportato dalla centrale rischi della Banca d'Italia.

A fine anni '90 il gruppo BancaRoma si allarga al Sud, con l'acquisizione di Mediocredito Centrale e del Banco di Sicilia; in cambio la regione Sicilia e la Fondazione Banco di Sicilia ne divengono due soci importanti. Nel 2000 sono assorbite la Banca Popolare di Brescia e la Cassa di Risparmio di Reggio Emilia.

Nel 2002 il 1 settembre il nuovo gruppo bancario denominato Capitalia viene portato alla quotazione in Borsa. Oggi è presidente di Capitalia e vicepresidente di Mediobanca, dove è vicepresidente anche del comitato esecutivo.

Il 7 dicembre 2006 il tribunale di Brescia ha condannato in primo grado Cesare Geronzi, per la vicenda del crac Italcase, a un anno e 8 mesi di reclusione e lo ha dichiarato inabile all'impresa commerciale e agli uffici direttivi per due anni: ambedue le pene sono state sospese con la condizionale.

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da wiki.

Tornando ai nostri giorni ecco le ultime vicende, direttamente dai giornali:

da Lastampa
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Mediobanca, Geronzi dice no
Cesare Geronzi
Per ora rifiuta la presidenza, vuole restare "garante" dei soci Capitalia in Unicredit
FRANCESCO MANACORDA
MILANO
Cesare Geronzi dice di no - per ora - a Mediobanca. E lo fa mentre dal presidente di Intesa-Sanpaolo Giovanni Bazoli arriva un attacco alla nuova superbanca. In un’intervista al Sole 24 Ore, Bazoli chiede che Unicredit-Capitalia riduca il peso in Mediobanca o che espliciti il suo ruolo come merchant bank del nuovo istituto e propone anche che i soci bancari escano dalla Rcs.

Questa mattina l’assemblea del patto di sindacato e il cda di Mediobanca vareranno la governance «dualistica» che dal 1° luglio - se tutto andrà come previsto - introdurrà in piazzetta Cuccia un consiglio di gestione composto da un minimo di quattro a un massimo di nove consiglieri e uno di sorveglianza, in rappresentanza degli azionisti, che conterà da dieci a ventuno membri. Il patto potrà essere anche l’occasione per discutere le prime proposte per sistemare l’8,6% dell’istituto che Unicredit ha dato mandato alla stessa Mediobanca di collocare. Tra i favoriti a una crescita i Benetton - lo ha confermato ieri il dg di Mediobanca Alberto Nagel - e la Fonsai. Per la presidenza del consiglio di sorveglianza appariva ormai sicuro il nome del presidente di Capitalia e vicepresidente «in pectore» di Unicredit con delega alle partecipazioni.

Ma lui, Geronzi, non ci sta.
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"corriere della sera"
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Il patto sulla quota Unicredit del 9,39% si riunirà il 26 ottobre
Mediobanca affida la governance a Geronzi
Voci su un nuovo socio mediorientale. Nel comitato entrano Rampl, Tronchetti, Ben Ammar e Pinto
MILANO — Mediobanca costituisce il comitato governance guidato da Cesare Geronzi e il patto di sindacato si riunirà il 26 ottobre (un giorno prima dell'assemblea) sul 9,39% che Unicredit deve vendere e che verrà collocato fra i partecipanti al patto, nel quale entreranno alcuni nuovi nomi. Ieri il consiglio di sorveglianza ha nominato il nuovo comitato (non previsto dallo statuto) del quale fanno parte il presidente Geronzi (al vertice anche del patto di sindacato e, fra gli altri, del comitato nomine) il vice Dieter Rampl (gruppo A, le banche), Marco Tronchetti Provera (gruppo B, i soci industriali), Tarak Ben Ammar (gruppo C, nucleo francese) e l'amministratore indipendente Eugenio Pinto.
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25/ott/2007

La verità!


La verità è una cosa soggettiva.
Purtroppo alcuni eventi che hanno sconvolto il nostro mondo, necessitano una spiegazione, altrimenti sono terribili e ancor peggiori nelle conseguenze.
Riporto allora un breve passo di una conferenza stampa (qui), non parlerò di nulla e non aggiungerò alcunché a quello scritto.
Tutto questo deve però avere una risposta!


"Zero - Inchiesta sull'11 settembre è un documentario prodotto da Giulietto Chiesa e realizzato da Franco Fracassi e Francesco Trento, che racconta tutti gli elementi contraddittori emergenti in quella che è ancora oggi considerata la versione ufficiale riguardo agli attentati dell'11 settembre, redatta da una speciale Commissione d'Indagine e diffusa dagli uffici stampa della Casa Bianca. Svelando retroscena inquietanti, ma senza mai giungere ad affrettate quanto compromettenti conclusioni, Zero mostra di essere un'opera seria, oggettiva e coinvolgente, che al suo interno vede anche la piacevole collaborazione, in veste di commentatori, di Lella Costa, Moni Ovadia e del premio Nobel Dario Fo. Il film è stato presentato all'ultima Festa del Cinema di Roma dagli stessi autori ed è stato salutato dai lunghissimi e calorosi applausi di una sala gremita di persone.

R@: A che punto siamo nella ricerca di questa terza verità?
Franco Fracassi: Credo che la nostra sia l'inchiesta più approfondita sull'argomento, sia per documenti trovati che per quantità di dati raccolti. Si stanno scoprendo molte cose, ma allo stesso tempo si sta scremando anche tutto quello che è leggenda metropolitana e ci si sta incanalando su una strada giusta. Certo, non dovrebbe essere nostro compito fare questo, sono le autorità americane che dovrebbero occuparsene, ma non lo fanno. Per questo credo che ci vorrà ancora molto tempo per poter giungere ad una verità, basti pensare all'assassinio di Kennedy, che è ancora senza colpevole.
Giulietto Chiesa: L'ultimo sondaggio d'opinione ha decretato che il 50,7% degli americani non crede alla versione ufficiale e chiede la riapertura dell'inchiesta. A questo punto, noi che siamo stati sempre definiti come anti-americani possiamo finalmente dire di stare dalla parte della maggioranza. Lo stato in cui si trova l'opinione pubblica è comunque qualcosa di deplorevole, perché se è vero che sono molti i diffidenti nei confronti della versione ufficiale, è anche innegabile che nessuno ha una chiara idea di quello che è successo e questo è grave. Abbiamo cercato dei punti in cui la versione ufficiale non sussisteva di fronte alla verità dei fatti: ci siamo accorti che i fatti cosiddetti "ufficiali" non convergevano o comunque contrastavano l'evidenza materiale delle cose. È ormai innegabile, e non ho paura di dirlo, che l'amministrazione Bush ha mentito a tutto il mondo quando ha scatenato la guerra in Iraq.
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I treni e lo scandalo!


Ecco una bella indagine che testimonia solo quello che già sapevamo: i treni sono sempre più lenti e il servizio peggiora sempre di più, ma il prezzo aumenta!
Come sarà mai? chi è che non vigila su questo? Non sarebbe ora di lasciare al libero mercato di portare un pò di sana competizione?

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MILANO — Simona si presenta al telefono: «Sono un'impiegata che dal 1985 pendola tra Torino e Milano. Mi sapete dire come mai negli anni il costo del mio abbonamento è aumentato (e di tanto) ma la durata del viaggio (in Intercity) non è diminuita? Anzi, è cresciuta di un buon quarto d'ora, quando va bene...». Roberto invece scrive: «Sulla Roma- Napoli quasi tutti i normali Eurostar sono stati deviati sulla nuova linea e promossi a Tav, il biglietto di seconda classe è passato da 25 a 33 euro: rimpiangiamo gli Intercity di pochi anni fa che ci mettevano un'ora e 50 minuti senza fermate mentre ora ci mettono due ore e 40 con quattro fermate ». Le storie da pendolari di Simona e Roberto sono solo alcune di quelle dietro le quali di nasconde la sintesi dell'ultima inchiesta di Altroconsumo sulle carrozze di serie B: «Quelle che una volta su due arrivano in ritardo a destinazione, che una su tre (o poco meno) hanno una porta che non si apre. Ma soprattutto: che quando sono classificate sotto la voce Intercity, viaggiano più lente di vent'anni fa».


L'INDAGINE —E' stata condotta tra giugno e luglio nelle principali stazioni di Roma e Milano, Torino e Bologna, Napoli e Bari. Due settimane di prove sul campo. Mille e 180 treni finiti sotto la lente. Cinque materie d'esame: puntualità, sicurezza, macchinette obliteratrici, sportelli e biglietterie self service. Decine e decine di orari di ieri e oggi messi a confronto. Come quelli degli Intercity: «Nel 1987 l'Ic 531 ci impiegava cinque ore e cinque minuti per andare da Milano a Roma, oggi l'Ic 595 ne impiega ben cinque e 56: in vent'anni il tempo di percorrenza sulla stessa tratta è aumentato di circa cinquanta minuti», afferma Maurizio Amerelli, giurista della rivista Soldi&Diritti di Altroconsumo che ha pubblicato l'indagine. Certo: «Gli Intercity di ieri sono gli Eurostar di oggi nella gerarchia della flotta, ma spesso i primi continuano a essere i più utilizzati dai pendolari che devono sobbarcarsi supplementi per viaggiare su treni declassati a regionali in tutto e per tutto». «Soltanto dal 2001 le tariffe sono aumentate anche del 24%» spiega il responsabile ricerche di mercato dell'associazione Michele Cavuoti. E il portavoce dei pendolari della Torino Milano Cesare Carbonari aggiunge: «Considerando poi che la maggior parte degli Intercity fisicamente sono gli stessi di vent'anni fa "restaurati", che la precedenza sulla linea è sempre data agli Eurostar e che i passeggeri occasionali hanno diritto a rimborsi più limitati (sui regionali nulli), beh, viene da dire: oltre al danno la beffa».


PUNTUALITÀ E SICUREZZA — Non sorprende se poi i treni considerati di serie B sono anche quelli che accumulano più ritardi: «Uno su due non è puntuale, uno su cinque ha un ritardo che supera i quindici minuti », dicono da Altroconsumo. Napoli e Torino sono le città con i convogli più lumaca (solo il 33% rispetta gli orari), Milano invece è la stazione dove le carrozze arrivano più puntuali (68%). L'indagine di Altroconsumo ha messo in evidenza anche un altro aspetto contestato dai pendolari, quello dell'efficienza dei convogli: «Su 48 treni ispezionati, 38 presentavano almeno una porta guasta, e tra questi 23 l'hanno avuta fuori uso per più giorni ». Le stazioni peggiori sono risultate essere Bari e Torino Porta Nuova, la migliore Bologna. «Al di là delle questioni legate alla sicurezza (cosa succede se i passeggeri devono abbandonare rapidamente il treno?), questo aspetto causa anche ritardi».

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L'esempio ci guida!


E' di stamani la notizia che la fiat ha deciso di aumentare lo stipendio dei dipendenti di 30 euro al mese, proprio alla vigilia del rinnovo sindacale che si preavvisa essere molto difficile.
E' impossibile non pensare all'aumento dei salari, di cui si è reso protagonista l'imprenditore che ha provato ad essere un operaio, e di cui abbiamo parlato pochi post fa.
Marchionne (CEO Fiat) spiega che è solo un anticio sull'aumento che bisognerà discutere.
Forse non centra nulla...o forse mi piace immaginare che quando uno da l'esempio, gli altri lo seguono!
Ansa

23/ott/2007

Ponte sullo stretto



Questi giorni si fa un gran chiacchierare di sicurezza, di governo e di spesa pubblica.
Ma riguardo a quest'ultima, si sta veramente facendo qualcosa?
Cito un fatto la cui importanza economica, viene solo superata dal suo valore simbolico.
Al governo non interessa nulla di buttare via, o meglio donare a qualche azienda "amica", i nostri soldi.

Infatti è dei giorni scorsi la notizia che i verdi hanno messo in liquidazione la Società Stretto di Messina spa, che si occupava della mega impresa.
Risultato:
  • 150 milioni già spesi per il progetto preliminare e la realizzazione di tre gare d’appalto
  • 300 milioni di penali da pagare alle società nel caso di mancato rispetto dell'appalto stesso

Totale 450 milioni di euro buttati! Forse ancora non è tutto perso, ...ma bisogna fare qualcosa altrimenti ci sarà un grosso spreco.

Una possibile soluzione è quella proposta dal ministro Di Pietro, tanto per cambiare. La proposta del ministro invece punta a riutilizzare i fondi destinati al Ponte per opere in Calabria e Sicilia: la SS Jonica, le metropolitane di Palermo, Catania, Messina, l’autostrada agrigentina. L’idea riscuote consensi anche nella sinistra radicale, ma non per la parte che prevede il mantenimento in vita della Stretto spa e un progetto definitivo del ponte al costo di circa 60 milioni. Di Pietro vorrebbe bloccare poi tutto al momento dell’approvazione obbligatoria del Cipe perché una bocciatura a quel punto non comporterebbe penali.


(per ulteriori informazioni ecco il link.)

22/ott/2007

Il greggio sfiora i 99 $ al barile. Euro da primato (1,47 $)


Abbiamo più di una volta, parlato dell'aumento dell'euro e del petrolio che sale sempre più, ma questo articolo imposta un discorso molto diverso capace di collegare tra loro molti eventi della politica estera:

Nel primo video successivo agli attacchi dell'11 settembre, Osama Bin Laden preconizzava il suo futuro emirato, che avrebbe utilizzato il petrolio come fonte di ricchezza per tutti i musulmani fedeli alla linea, imponendo prezzi superiori ai 100 dollari a barile. Questo obiettivo di prezzo fu immediatamente giudicato come la più grossa delle sparate dello sceicco, nell'assoluta convinzione che lo scontro frontale, allora imminente, si sarebbe rapidamente risolto, e che comunque sarebbe stato del tutto folle ipotizzare un aumento così drastico del petrolio, che in quel momento era ben al di sotto dei 30 dollari. A poco più di sei anni di distanza, siamo arrivati a 90 dollari e ormai sono in molti a scommettere sul raggiungimento della soglia di Bin Laden; anzi, si moltiplicano le attività speculative in questo senso, mentre il notevole afflusso di denaro nelle casse dei Paesi produttori alimenta le più diverse ambizioni, dal nuovo programma di riarmo della Russia alla febbre dei prezzi a Dubai, fino alle frenesie nucleari iraniane, mentre si consolida l'importanza della grande strategia africana della Cina, che mira ad assicurarsi le riserve con cui alimentare la propria crescita.

Il prossimo vertice dell'Opec, previsto per il 17 novembre a Riyadh, dovrebbe quasi sicuramente optare per un nuovo aumento della produzione, ma la domanda nel suo complesso sembra comunque in crescita, il che dovrebbe vanificare ogni politica di controllo dei prezzi, ammesso che l'intenzione sia davvero quella. L'obiettivo, infatti, sembra semmai quello di aumentare le entrate, mentre i maggiori prezzi fanno anche salire le riserve accertate, visto che, a queste condizioni, diviene decisamente vantaggioso scavare anche ad alte profondità e in condizioni del sottosuolo non ottimali. È chiaro, comunque, che la corsa del petrolio non può essere imputata soltanto a fattori contingenti o a manovre speculative: si tratta di un dato di sistema, dovuto essenzialmente al fallimento della strategia americana in Medio Oriente.

La situazione di guerra è, infatti, determinante per due ordini di fattori: da un lato, per la crescita delle tensioni e il moltiplicarsi di episodi che spingono in alto il costo del barile, dall'altro per la debolezza del dollaro, che non a caso continua a macinare record negativi nei confronti dell'euro. Il corso della divisa americana è diretta conseguenza delle scelte di Washington, che ha deciso di entrare in una guerra assai impegnativa senza alzare le tasse, il che è possibile soltanto attuando una politica di svalutazione: una scelta decisamente audace, persino ai limiti dell'incoscienza, che paga soltanto nel caso in cui la guerra sia breve e vittoriosa, innescando un ciclo di crescita che verrebbe successivamente alimentato dai frutti della vittoria. Se, invece, la guerra si trascina a lungo senza vittorie decisive, diventa sempre più difficile far fronte agli impegni di spesa, il deficit pubblico cresce a vista d'occhio e il ciclo economico si fa sempre più fragile, sostenuto da un indebitamento che impedisce l'attuazione della necessaria politica fiscale restrittiva, i cui effetti sull'economia reale sarebbero devastanti. Di conseguenza, il petrolio è una merce sempre più richiesta, il che ne favorisce ovviamente l'aumento di prezzo, prodotta in aree direttamente coinvolte in una guerra o comunque controllate da regimi che hanno ogni interesse ad alimentare le tensioni, il che ha un ulteriore notevole effetto sul corso dei prezzi, e pagato in una valuta debole, il che dà un'ulteriore spinta in questa direzione. Se poi si considera che questa debolezza monetaria è prodotta dalle stesse cause che alimentano gli altri fattori, si arriva alla ciliegina sulla torta e diventa difficile porre un limite all'impennata dei prezzi.

Il risultato di tutto questo è un ovvio rafforzamento di tutte le forze che sostengono il Jihad, dall'Iran che ormai ha entrambi i piedi nel sud iracheno, alle famiglie saudite che finanziano Al Qaeda, fino a tutte le spinte centrifughe in Iraq. Tutto ciò significa che, per quanto possano essere strombazzate le cosiddette good news sull'andamento della nuova strategia del generale Petraeus, la guerra dispone di ampi fondi per andare avanti ancora molto a lungo ed espandersi ulteriormente, continuando ad alimentare la dinamica tra i corsi del petrolio, la debolezza del dollaro e la continuazione dei massacri: a questo punto l'interrogativo non riguarda più la resistenza di Al Qaeda, ma quella degli Stati Uniti.


(da business online)

De Magistris e i giovani!


Anche De Magistris prende il nostro invito ai giovani di andare avanti!

Catanzaro: De Magistris a giovani, avanti con vostre idee
28 settembre 2007 alle 12:29 — Fonte: repubblica.it
“Commosso per la mobilitazione” ma anche “deciso a continuare a lavorare in silenzio”.

Luigi de Magistris, il Pm della Procura di Catanzaro al centro di un caso politico-giudiziario, è stato oggi il protagonista della manifestazione organizzata in suo favore dal comitato spontaneo di associazioni, personalità politiche e cittadini nell’auditorium “Casalinuovo” del capoluogo regionale calabrese. Il magistrato non era fisicamente presente all’iniziativa, ma è stato contattato telefonicamente ed ha parlato in viva voce ad un uditorio composto sopratutto da studenti. “Grazie — ha detto — per la mobilitazione. Io non sono con voi perché ho deciso di adottare la linea del silenzio e continuo a lavorare. Provo una grande commozione per la vostra iniziativa. Invito i giovani ad andare avanti. Abbiate il coraggio delle vostre idee per costruire una Calabria più giusta”.
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Non a caso chi cerca di cambiare lo status quo è giovane!

L'esperienza insegna!


Fono ad ora ho sempre osservato che le decisioni migliori vengono prese quando si conosce in prima persona la situazione.
Il caso riportato da repubblica è proprio una bella testimonianza.


Enzo Rossi ha passato un mese come i suoi dipendenti
e dopo quest'esperienza ha deciso di dare aumenti a tutti
Industriale vive da operaio


Enzo Rossi
CAMPOFILONE (Ascoli Piceno) - Per un mese ha provato a vivere con lo stipendio di un operaio. Dopo 20 giorni ha finito i soldi. Enzo Rossi, 42 anni, produttore della pasta all'uovo Campofilone, ha deciso allora di aumentare di 200 euro al mese, netti, gli stipendi dei suoi dipendenti, che sono in gran parte donne. Ha dichiarato di essersi vergognato, perché non è riuscito a fare nemmeno per un mese intero la vita che le sue operaie sono costrette a fare da sempre. Ha detto che "è giusto togliere ai ricchi per dare ai poveri".

Signor Rossi, per caso non sarà comunista?
"No. Non sono marxista. Sono un ex di destra. Ex perché quelli che votavo non sanno fare nemmeno l'opposizione".

Perché allora questo mese da "povero" e soprattutto la decisione di aumentare i salari a chi lavora per lei?
"Perché stiamo tornando all'800, quando nella mia terra c'erano i conti e i baroni da una parte ed i mezzadri dall'altra, e si diceva che i maiali nascevano senza coscia perché i prosciutti dovevano essere portati ai padroni. Negli ultimi decenni il livello di vita dei lavoratori era cresciuto e la differenza con gli altri ceti era diminuita. Adesso si sta tornando indietro, e allora bisogna rimediare".

Aveva bisogno davvero di provare a vivere con pochi soldi? Non poteva chiedere a chi è costretto a farlo, senza scelta?
"Certo, sapevo come vivono le donne che lavorano per me. Ma ho fatto questa esperienza soprattutto per le mie figlie, che non hanno mai provato le privazioni. Ho voluto fare toccare loro con mano come vivono la grandissima parte delle loro amiche".

Come si è svolto l'esperimento?
"E' stato semplice. Io mi sono assegnato 1.000 euro, e altri 1.000 sono arrivati da mia moglie, che lavora in azienda con me. Duemila euro per un mese, tante famiglie vivono con molto meno. Abbiamo fatto i conti di quanto doveva essere messo da parte per la rata del mutuo, l'assicurazione auto, le bollette... Con il resto, abbiamo affrontato le spese quotidiane. Il risultato è ormai noto: dopo 20 giorni non avevamo un soldo. Mi sono vergognato, anche se ero stato attento a ogni spesa. Sa cosa vuol dire questo? Che in un anno intero io sarei rimasto senza soldi per 120 giorni, e questa non è solo povertà, è disperazione".

Signor Rossi, lei è mai stato povero?
"Sì, anche se ero già un piccolo imprenditore. Nel 1993 - erano già nate le mie figlie - ho dovuto chiedere soldi in prestito agli amici per mantenere la famiglia. Non mi vergogno a dirlo, tanto quei soldi li ho restituiti. E' anche per questo che nell'esperimento ho coinvolto la famiglia. Volevo che le mie figlie vivessero in una famiglia con pochi mezzi, per trovare difficoltà e provare a superarle".

Il momento peggiore?
"L'ultimo giorno, quando ho deciso di arrendermi. Entro nel bar con 20 euro in tasca, gli ultimi. Sono conosciuto in paese, siamo 1.700 abitanti in tutto e gli imprenditori non sono tanti. Mentre entro un pensiero mi fulmina: e se trovo sei o sette amici cui offrire l'aperitivo? Non ho abbastanza soldi. Ecco, ci sono tanti operai che, quando tocca il loro turno, debbono pagare da bere agli altri, perché non è bello fare sapere a tutti che si è poveri. Sono in bolletta e non lo dicono a nessuno. In quel momento ho pensato: tanti di quelli che sono qui sono poveri davvero e non per un mese. Mi sono sentito come quando sei immerso in mare a 20 metri di profondità e scopri che la bombola è finita".

Il pastificio di Rossi

E allora ha deciso di aumentare i salari.
"E' il minimo che potevo fare. Secondo l'Istat, il costo della vita è aumentato di 150 euro al mese. Per quelli come me non sono nulla. Per gli operai 150 euro al mese in meno sono quasi 2.000 all'anno, e questo vuol dire non pagare le rate della macchina o non comprare il computer al figlio. E poi, lo confesso, io ho aumentato i salari anche perché sono un egoista. Secondo lei, come lavora una madre di famiglia che sa di non poter arrivare a fine mese? Se è in paranoia, dove terrà la testa, durante il lavoro? Le mani calde delle mie donne che preparano la pasta sono la fortuna della mia azienda. E' giusto che siano ricompensate".

Se aumenta gli stipendi, vuol dire che l'azienda rende bene.
"Nel 1997, quando ho preso il pastificio Campofilone, il fatturato era di 90 milioni di lire. Quest'anno arriveremo a 1,6 milioni di euro. Da due anni le cose vanno davvero bene, e mi posso definire benestante. Non è giusto che sia solo io a goderne. Il valore aggiunto derivato dalla trasformazione della farina e delle uova deve portare benefici sia ai contadini che mi danno la materia prima che ai lavoratori della fabbrica".

Come l'hanno presa, i suoi colleghi industriali?
"Mi sembra bene. Alcuni mi hanno telefonato per sapere se l'aumento di 200 euro è uguale per tutti e altre cose tecniche. Forse vogliono imitarmi e questa è una cosa buona. Io ho spiegato che sarebbe giusto non fare pagare alle aziende i contributi relativi a questo aumento. Se il governo capisce (mi ha telefonato anche Daniele Capezzone, della commissione imprese) l'idea di prendere ai ricchi per dare ai poveri non resterà soltanto un manifesto".



Ed è per questo che i politici 7o-enni, non potranno mai mettere a posto questo paese:
NON SANNO DI COSA SI STA PARLANDO!

Infatti, sono cersciuti in un'epoca con altre priorità,a ltri interessi, altri problemi...cioè in un altro mondo.
Quindi come fanno a comprendere come muoverci per il futuro?
L'unico modo sarebbe, fare come questo imprenditore....


(da repubblica)

Mario Draghi....il governatore!


Continuo con la carrellata dei personaggi in vista del "sistema di potere" italiano, alla fine faremo un sondaggio per vedere chi è il preferito!

Chi è Mario Draghi?

Nasce a Roma il 3 settembre 1947, è coniugato e ha due figli.

E' nominato Governatore della Banca d’Italia il 29 dicembre 2005. In questa veste, è membro del Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea, membro del Gruppo dei Dieci, del Gruppo dei Sette e del Gruppo dei Venti oltre che del Consiglio d’Amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali.
E' Governatore per l’Italia nel Consiglio dei Governatori della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, della Società Finanziaria Internazionale, dell’Associazione per lo sviluppo internazionale, dell’Agenzia multilaterale di garanzia degli investimenti e della Banca Asiatica di Sviluppo.
E' anche Alternate Governor per l’Italia presso il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Interamericana di Sviluppo e la Società Interamericana di Investimento.
E' Presidente dell’Ufficio Italiano dei Cambi.
Dall’aprile 2006 è Presidente del Financial Stability Forum.

Nel 1970 consegue, con il massimo dei voti e lode, la laurea in Economia all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza“, discutendo la tesi Integrazione economica e variazioni dei tassi di cambio con il prof. Federico Caffè. Prosegue gli studi al Massachusetts Institute of Technology sotto la guida dei proff. Franco Modigliani e Robert Solow, conseguendo il Ph.D. in Economics con la tesi Essays on Economic Theory and Applications.

Dal 1975 al 1978 è professore incaricato prima di Politica economica e finanziaria all’Università di Trento, poi di Macroeconomia all’Università di Padova e di Economia matematica all’Università di Venezia, quindi di Economia e politica monetaria all’Università di Firenze ove, dal 1981 al 1991, è Professore Ordinario della stessa disciplina.

Dal 1984 al 1990 ricopre la carica di Direttore esecutivo alla World Bank.
Nel biennio 1989-90 partecipa al gruppo di lavoro incaricato dal Ministro Guido Carli di elaborare “un testo unico delle disposizioni vigenti in tema di intermediazione finanziaria, bancaria e non bancaria”. Consulente economico della Banca d’Italia nel 1990. Viene nominato Direttore Generale del Tesoro il 17 gennaio 1991 e vi resta fino al 2001. Nel 1993 viene messo a capo del Comitato per le privatizzazioni. In qualità di Direttore Generale del Tesoro ha guidato i lavori della Commissione incaricata di redigere il Testo Unico in materia di intermediari e mercati mobiliari. E' stato, inoltre, Presidente dello European Economic and Financial Committee, membro del G7 Deputies e Presidente del gruppo di lavoro OCSE Working Party 3.

E' stato Vice Presidente e Managing Director di Goldman Sachs International e, dal 2004 al 2005, membro del Comitato esecutivo del Gruppo Goldman Sachs.

Il Prof. Mario Draghi è membro dal 1998 del Board of Trustees dell’Institute for Advanced Study (Princeton) e, dal 2003, della Brookings Institution. E' stato Visiting Fellow all’Institute of Politics, John F. Kennedy School of Government (Harvard University) nel 2001. E' autore di scritti su temi finanziari e macroeconomici.


dalla fonte: Banca d'Italia

19/ott/2007

LA TEORIA DEL DISEGNO DEI MECCANISMI


Pochi giorni fa tre studiosi hanno vinto il nobel con questa teoria, sono: Hurwicz, Maskin e Myerson.
Vediamo di cosa si tratta:

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La teoria del disegno dei meccanismi analizza come vanno strutturate le istituzioni economiche e sociali in modo che producano gli effetti desiderati. Ci dice se è possibile formulare gli incentivi adeguati affinché agenti che perseguono il proprio interesse rivelino in modo veritiero la propria informazione. E' una teoria che ha molte applicazioni. Il Nobel a Hurwicz, Maskin e Myerson potrebbe attirare un rinnovato interesse su un tema di così fondamentale importanza per la scienza economica.

La teoria del disegno dei meccanismi analizza come vanno strutturate le istituzioni economiche e sociali in modo che producano gli effetti desiderati. Un paio di esempi possono dare l'idea dell'importanza dei temi trattati.

Costruire una strada

Supponiamo che venga proposta la costruzione di una strada tra due paesi, ma si ignora se il costo monetario supera i benefici monetari per gli abitanti dei due paesi. La prima cosa che può venire in mente è quella di chiedere agli abitanti dei due paesi quali sono i benefici monetari, subordinando la scelta di costruire e la forma di finanziamento crescono di benefici netti. Ma se l'approccio viene applicato in modo ingenuo è destinato al fallimento. Supponiamo che chi annuncia un valore alto per la strada sia tenuto a pagare di più. In tal caso, ci sarà una tendenza a dichiarare un valore più basso di quello reale, in modo da ridurre la quota di finanziamento a proprio carico. Supponiamo allora che si decida di far pagare una quota fissa, indipendentemente dal valore annunciato. Questo genera una distorsione nel senso opposto: si ha un incentivo a sovrastimare il valore assegnato alla strada; così facendo la strada viene costruita con più alta probabilità e non si paga alcun costo addizionale. Una delle prime applicazioni della teoria del disegno dei meccanismi ha proprio studiato come fornire gli appropriati incentivi a dire la verità in situazioni simili.

Scegliere un sistema elettorale

Un tema eternamente dibattuto è quello del disegno dei sistemi elettorali. Consideriamo un altro esempio: esiste una carica da ricoprire e tre candidati, A, B e C; il sistema elettorale è il maggioritario semplice. Tutti i cittadini preferiscono il candidato A, ma hanno opinioni diverse su B e C. Alcuni preferiscono B a C, altri preferiscono C a B. Come devo votare? Purtroppo la risposta è: dipende da come mi aspetto che votino gli altri. Se mi aspetto che nessuno voti A, e quindi che A non abbia alcuna possibilità di essere eletto, allora cercherò di "limitare i danni" votando per la seconda scelta. E lo stesso faranno tutti gli altri. Ma in questo modo la predizione nessuno vota A si auto-conferma. Gli elettori votano tutti per la seconda scelta, e la prima scelta di tutti non riceve alcun voto. La teoria del disegno dei meccanismi studia come strutturare i sistemi elettorali in modo che tali indesiderabili situazioni non si vengano a creare.
Questi sono esempi di situazioni in cui la decisione ottimale da prendere dipende da informazioni che non sono pubbliche; l'informazione è invece decentralizzata, e per prendere le decisioni ottimali occorre raccogliere tali informazioni. Il problema è che coloro che hanno le informazioni hanno interessi che non coincidono necessariamente con quelli della società. La teoria del disegno dei meccanismi ci dice se è possibile formulare gli incentivi adeguati affinché agenti che perseguono il proprio interesse rivelino in modo veritiero la propria informazione e come arrivare a questo risultato.

La compatibilità degli incentivi
Questo è un esempio della condizione di "compatibilità degli incentivi": se vogliamo che qualcuno riveli in modo veritiero la propria informazione - in questo caso, che viaggia per lavoro ed è quindi disposto a pagare di più - bisogna farlo star meglio che nel caso in cui occulti tale informazione - nel nostro caso, comportandosi come turista, comprando la tariffa ristretta.Una volta enunciato il concetto pare ovvio, ma le sue implicazioni sono assai profonde. Per esempio Myerson ha studiato, in un noto articolo scritto con David Baron, la regolazione ottima di un monopolista che ha informazione privata sui propri costi. Se si potesse osservare il costo del monopolista si imporrebbe un prezzo uguale al costo marginale di produzione; ma se il costo è informazione privata allora è necessario soddisfare la condizione di compatibilità degli incentivi, permettendo al monopolista con costi più bassi di fare più profitti; lo schema di regolazione ottimo diventa alquanto complesso. Sia Maskin sia Myerson hanno, inoltre, opposto contributi importanti alla teoria delle aste, in cui il messaggio è simile: quando c’è informazione privata sul valore che un compratore assegna a un oggetto è impossibile costringerlo a pagare per intero il valore. Altre importanti applicazioni della teoria sono state fornite in economia pubblica (in particolare per le decisioni di produzione e finanziamento dei beni pubblici e per la teoria della tassazione ottima), nelle scienze politiche (disegno delle istituzioni e dei meccanismi elettorali) e in finanza (disegno degli schemi di incentivo per i manager e degli schemi di finanziamento delle imprese). La teoria del disegno dei meccanismi è ancora molto vitale, soprattutto per quanto riguarda le sue applicazioni. Il Nobel è stato dato ad alcune tra i migliori studiosi del campo, e c'è solo da sperare che serva ad attirare un rinnovato interesse su un tema di così fondamentale importanza per la scienza economica.
Per saperne di più: www.noisefromamerika.org

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Queste

(da lavoce di di Sandro Brusco)


Queste discussioni tendono ad essere confuse con la filosofia, e credo che in realtà non ci siano molte differenze.
Ma come ogni filosofia ha le sue lezioni...anche questa ci deve guidare nella gestione delle nostre attività.

18/ott/2007

Alessandro Profumo


Oggi mi sono reso conto di non aver ancora parlato di un altro uomo eccezionale della nostra italia:

Alessandro Profumo è nato a Genova il 17 febbraio 1957. Laureato in Economia Aziendale presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi, è Amministratore Delegato del Gruppo UniCredit dalla sua fondazione nel 1997, dal dicembre 2005 è Chairman del Supervisory Board di HVB e dal luglio 2006 è Chairman del Supervisory Board di Bank Austria Creditanstalt.
Ha iniziato la sua attività al Banco Lariano, dove ha lavorato per dieci anni, dal 1977 al 1987.
Nel dicembre 1987 assume il ruolo di responsabile progetti strategici e organizzativi per aziende finanziarie presso la McKinsey & Company. Due anni dopo diventa responsabile delle relazioni con le istituzioni finanziarie e di progetti di organizzazione e sviluppo integrati per la Bain, Cuneo & Associati.
Nel 1991 lascia il settore della consulenza aziendale per ricoprire l’incarico di Direttore Centrale responsabile dei settori bancario e parabancario per la RAS, Riunione Adriatica di Sicurtà. Sua anche la responsabilità dello sviluppo reddituale dell’azienda di credito di proprietà del gruppo e delle società di distribuzione e di gestione operanti nel settore della gestione del risparmio.
Tre anni più tardi, nel 1994, entra al Credito Italiano. È nominato Condirettore Centrale, con l’incarico di responsabile della Direzione pianificazione e controllo di gruppo. Un anno dopo è Direttore Generale. La nomina di Amministratore Delegato arriva il 29 aprile 1997.
Attualmente è anche Consigliere dell’Università Commerciale Luigi Bocconi, della Fondazione Teatro alla Scala, e della Fondazione Arnaldo Pomodoro.
Profumo è anche membro di numerose istituzioni internazionali: della Deutsche Börse a Francoforte, della European Banking Federation a Bruxelles, della European Financial Services Round Table a Londra, dello Steering Committee del “The Group of Thirty” a New York, del gruppo italiano della Trilateral Commission, dell’Investment Advisory Council for Turkey a Istanbul e dell’Institut International d’Etudes Bancaires a Bruxelles.
Autore di numerosi articoli e saggi, nel 2003 ha scritto con Giovanni Moro il libro “Plus Valori” (Baldini e Castoldi), una riflessione sulla responsabilità sociale dell’impresa.
Nel 2004 è stato nominato Cavaliere al Merito del Lavoro dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

17/ott/2007

Parlare non sempre è un segno di intelligenza!


Il nostro benemerito presidente della repubblica esce ogni giorno con una banalità dietro l'altra:

«Intollerabile divario tra ricchi e poveri»
Messaggio del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella Giornata Onu contro la povertà

ROMA - «Non è tollerabile che si aggravi il divario fra Paesi ricchi e Paesi poveri e, all’interno dei singoli Stati, si accrescano la diseguaglianze fra quanti sono in grado di cogliere i frutti dello sviluppo economico e coloro che ne rimangono invece drammaticamente esclusi». Ne è convinto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che in occasione della Giornata dell'Onu contro la povertà rivolge un suo messaggio ai coordinatori italiani delal campagna per il Millennio delle Nazioni Unite.

«GIUSTIZIA E SOLIDARIETA'» - Secondo Napolitano «occorre indirizzare le politiche economiche ed i modelli di crescita in maniera da consentire il miglioramento delle condizioni di vita di tutti» perché «solo su questo fondamento si potrà infatti costruire quell’ordine internazionale improntato a giustizia e solidarietà, che è nell’auspicio di tutti noi». Nella sua nota, Napolitano esprime «apprezzamento e saluto» a tutti coloro «che, in questa giornata, levano la propria voce in favore della lotta alla povertà, che a distanza di sette anni dall’adozione degli ’Obiettivi del Millennio’, continua a ledere i più elementari diritti e a minare la dignità di troppa parte dell’umanità».

MOLTO DA FARE - «Molto - avverte il Capo dello Stato - resta da fare per affrancare il mondo da una piaga inaccettabile per l’epoca moderna. Fiducioso che le riflessioni di questa giornata offrano un valido contributo alle azioni per ridurre la povertà nel mondo, desidero far pervenire, alle Nazioni Unite e a quanti sono impegnati in questa nobile battaglia di civiltà il mio apprezzamento per il loro impegno».



Ma qualcuno gli ha ricordato che sono i SUOI privilegi ad essere le cause ed i mali di tutta la situazione? Che la loro incapacità e la loro ingordigia, causa l'impoverimento della nazione a scapito dei poveri, che lo diventano sempre più?

La ricchezza....e la volpe e l'uva


Ecco un articolo riassunto di un indagine, su cui bisogna veramente riflettere.
Leggete poi ne parliamo:

16 ottobre 2007
Italiani più moralisti che invidiosi: meglio poveri che disonesti
di Alberto Annicchiarico
Ricchi perché disonesti. Ricchi perché spietati. Ricchi in quanto senza morale oppure, peggio, furbi. In qualche caso, furbetti. Anche se la ricchezza, va da sé, fa comodo: un conto florido in banca è garanzia di vecchiaia serena o può servire ad aiutare parenti e bisognosi. Nell'anno 2007 è ancora fortemente conflittuale, diviso tra diavolo e acqua santa, il rapporto tra italiani e denaro: il 76% resta in grande misura ostile agli alti redditi e ai grandi patrimoni e poco meno della metà, il 45%, lo teme, identificandolo con il rischio di esserne privato e con l'ansia permanente che gli darebbe un patrimonio esposto alle invidie e alle insidie degli squali di turno. E solo uno su sette ammette: sì, mi piacerebbe entrare nel ristretto novero dei nababbi, quelli che si fanno lo yacht da 80 metri, alla faccia di chi mi potrebbe affibbiare subito l'etichetta di ladro o delinquente. È un'Italia ancora lontana dai valori del mercato e del liberismo economico quella che emerge dell'indagine demoscopica commissionata da Alfio Bardolla Training Company e realizzata da Astra Ricerche nella prima decade del settembre 2007. Bardolla è un 35enne self-made guru (con laurea in economia bancaria, finanziaria e assicurativa alla Cattolica) "inventore" di un business, quello dei corsi in wellness finanziario, e autore del manuale "I soldi fanno la felicità", manco a dirlo un best seller. Quindi se gli italiani che si dichiarano già ricchissimi sono 1,8 milioni, Bardolla punta senz'altro a quelli che vorrebbero diventarlo ammontano al quadruplo e cioè a 7,1 milioni. Ma anche quelli che mostrano un forte interesse non sono un target da poco, visto che arrivano a 13,1 milioni. Intanto, l'ostacolo maggiore a un cambiamento di mentalità, diciamo meno punitiva o - meglio - più orientata a rimuovere una radicata ignoranza in materia di finanza personale (ancor oggi l'investimento più gettonato resta il mattone, mentre la Borsa è un'opzione del tutto secondaria), è il giudizio della maggioranza degli italiani su chi ha già tanti soldi. La peggiore pubblicità al benessere economico viene proprio da chi dispone di cospicue proprietà: per tre intervistati su quattro lo straricco non può essere accostato a competenza, mentalità giusta, rispetto delle regole, generosità, qualità della vita, perfino felicità, ma con il loro esatto contrario.Sarà anche perché l'80% dei nostri connazionali - dice la ricerca - non ha nulla a che fare con la ricchezza, intesa come reddito elevato e possesso di molte proprietà: specie i 45-64enni, i salariati con i lavoratori autonomi e i pensionati, coloro che hanno la licenza media o elementare o nessun titolo di studio. In quasi nove casi su dieci si tratta di gente che non pensa proprio a darsi da fare per rientrare nella categoria affluent, convinta tra l'altro che la cosa finirebbe con il portare con sé inevitabilmente tragedie e disgrazie.L'11% si definisce benestante, né povero né nababbo. Solamente il 4% riconosce già di essere molto ricco (il restante 6% si rifiuta di fornire informazioni in merito). Sono 1,8 milioni di adulti: spesso 45-54enni, casalinghe (le mogli dichiarano assai o più dei loro mariti locupleti la propria condizione socio-economica), assai più desiderosi della media di crescere ancora in termini di flusso di reddito e di stock di ricchezza, pur riconoscendo in parte l'immoralità che a volte connota la costruzione di grandi patrimoni (anche per frequentazione personale).Nel complesso, a conferma che per gli italiani il denaro è ancora «sterco del Diavolo», il 54% degli intervistati dice di non volere grandi ricchezze per sé (specie dai 45 anni in su, nel nord-ovest, pensionati e casalinghe, soggetti con la licenza media o meno). Il 29% si accontenta d'un qualche benessere (in particolare di parla di persone sotto i 45enni, laziali e metropolitani, ma anche diplomati e laureati, soggetti di classe media e superiore, gli internauti). E, a parte un 3% che preferisce non esprimersi, solo un italiano su sette (7,1 milioni di adulti) afferma di aspirare a diventare davvero molto ricco.


(dal sole24ore)

Per prima cosa, non credo che sia moralismo, ma falsità abbinata ad una buona dose di invidia e spruzzata da ipocrisia.
Sembra di tornare alla storiella della volpe e l'uva...."tanto non era matura! non la volevo" solo perché non era in grado di arrivarci.
Ma perché dobbiamo denigrare le persone che hanno raggiunto degli obiettivi tangibili e remunerativi, facendoli diventare degli imbroglioni e disonesti!
E' un modo errato di concepire la ricchezza.
Essa è il risultato di duri anni di lavoro, di estenuanti ricerche del filone su cui investire e di investimenti a non finire, oltre che una buona dose di culo; ed essa ha generato un benessere della società con posti di lavoro per molti.

Certo nel mucchio troviamo poi chi si lascia trasportare ... e finisce nel mirino dei giudici ... e nella cella!

Ma finiamola con i luoghi comuni e ...impegniamoci per ottenere ciò che vogliamo, sia pure la ricchezza!

16/ott/2007

Giampiero Fiorani: il banchiere popolare...


Il tempo trascorre veloce, come velocemente si è fatto strada nella vita e nel "sistema di potere" il banchiere Giampiero Fiorani.
Ripercorriamo la sua strada:

Laureato in scienze politiche, è stato amministratore della Banca Popolare Italiana (già Banca Popolare di Lodi), banca da cui, nell'estate del 2005, partì l'inchiesta Bancopoli, seguita dai PM di Roma e Milano. È considerato uno dei "furbetti del quartierino".
Nel dicembre del 2005, a seguito degli sviluppi dell'inchiesta è stato arrestato. Tornato in libertà il 13 giugno del 2006, anche grazie all'indulto del 2006, passa i mesi successivi a liberarsi dalle accuse che pendono su di lui (il 68,4% dei soci della banca della quale era AD votano a favore per un'azione di responsabilità a suo carico).
Svolta clamorosa nell'estate del 2007: amico di Lele Mora (manager di artisti TV, anch'esso da poco uscito da un'inchiesta per favoreggiamento della prostituzione), viene ritratto in Sardegna nel discoteche più glam ed in compagnia di vallette ed artisti di varia natura. Si racconta di notti al Billionaire (il locale notturno di Flavio Briatore), intimità con l'attrice Naike Ravelli e di esibizioni al karaoke.
Gli illeciti alla Banca Popolare di Lodi
Dagli accertamenti della Procura e della Banca d'Italia [1] emerge che, da anni, Fiorani e soci si erano impadroniti del controllo totale dell'istituto della Banca Popolare di Lodi utilizzandolo sia per acquisire il controllo di altri istituti (Popolare di Crema), ma anche e soprattutto per acquisire ingenti vantaggi patrimoniali in favore proprio e di terzi, gestendo e operando in pieno arbitrio, nell'assoluta assenza e nella presumibile complicità di organi interni, esterni e soprattutto istituzionali. La procura ha inoltre accertato che, per coprire alcune perdite, i clienti inconsapevoli si ritrovavano d'improvviso un clamoroso incremento delle spese per commissioni. In questo modo, scrive sempre il gip Forleo, sono stati provocati ai piccoli risparmiatori della banca danni enormi. Inoltre è stato appurato che, alla morte del cliente se i parenti non intervenivano in tempi brevi alla chiusura del conto, venivano incamerati illegalmente dalla Banca.
Consigli ai truffati
In un intervista rilasciata il 14 Luglio su La Repubblica [2] Fiorani ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma "Con l'esperienza e le competenze che ho, mi vedo in una trasmissione utile a spiegare agli italiani come non farsi fregare dalle banche e dalle assicurazioni".
(da wiki)
Quanto riportato fin qui non rende bene l'idea di quello che veramente era ed è Fiorani, delle relazioni che ha creato e della posizione che aveva ricoperto.
Per questo voglio riportare alcune delle sue frasi, alcune intercettazioni telefoniche così come i media lo hanno immortalato.
Cominciamo dalle accuse:

Un'"associazione criminosa" guidata da Gianpiero Fiorani che comandava la Banca Popolare Italiana quale "promotore e organizzatore" di comportamenti delittuosi e, a seguire, una schiera di esecutori, con compiti precisi. In alto, molto in alto, le protezioni, le coperture e i mancati controlli necessari a evitare problemi. Di questo e altro parla l'ordinanza del Gip Clementina Forleo che ha portato a San Vittore il banchiere di Lodi tanto amico del governatore di Bankitalia.
(da repubblica)
Andiamo ora alla rete di contatti che aveva creato:
Ha giocato la sua carriera comprando banche. Ma non sarà ricordato come raider o scalatore. Né per aver detto di sé: «Non finirò all'inferno, ma mille anni in purgatorio». No. Gianpiero Fiorani passerà alla storia per aver inaugurato il melodramma del Governatore. Sono le 00.12 del 12 luglio 2005: Antonio Fazio ha firmato il via libera all'Opa della Popolare di Lodi su Antonveneta e telefona a Fiorani. Il quale reagisce così: «Tonino, sono commosso. Ho la pelle d'oca, ti darei un bacio in fronte». Ecco le parole che consegneranno il banchiere arrestato alla storia. Di lui si sapeva già che era il pupillo del numero uno di Bankitalia. Ma la telefonata testimonia una inaspettata intimità.
Intimità familiare. Perché le intercettazioni hanno rivelato al pubblico anche la relazione tra Fiorani e la moglie del Governatore, Maria Cristina Rosati. Il 24 giugno la signora Fazio rassicura il banchiere. Che le dice: «Tu sei l'aquilone. Devi volare alto». E il 18 luglio i due parlano di un versamento. A chiarire sarà il senatore Luigi Grillo: «5 mila euro di beneficenza per i legionari di Cristo, nelle cui file milita la signora». E del resto la più giovane figlia di Fazio, Maria Chiara, ha preso i voti in settembre in un ordine femminile vicino agli stessi Legionari. Lo aveva preannunciato sempre Grillo. Il quale da due anni ha un conto presso la Lodi e un fido di 250 mila euro. Fiorani è di casa da Antonio e Maria Cristina. E' stimato dal figlio di Fazio, Giovanni, che parla di lui come uno dei migliori top manager del credito. Ma il banchiere che il Governatore ha scelto per difendere l'italianità di Antonveneta contro gli olandesi dell'Abn Amro è anche accorto nella scelta di presenti per la famiglia. Del tipo: una stilografica e una tv per il Governatore; collane e braccialetti d'oro per le figlie; un orologio per la signora Maria Cristina; qualche pezzo di argenteria. Una piccola montagna di omaggi che, prim'ancora di essere tributi del controllato al controllore, testimoniano familiarità.
Una consuetudine già esibita. Nelle passeggiate che hanno seguito il Forex. Nel 2002 la «prima» a Lodi, quest'anno a Modena: Fazio cammina con i suoi banchieri prediletti. A braccetto. Solo con una differenza: Fiorani e Gnutti ci sono sempre. Mentre Cesare Geronzi di Capitalia la seconda volta non compare. C'è dunque solo lui, «Gianpi», come lo chiama Maria Cristina. E' il massimo riconoscimento per la scalata: in banca, alle banche e al cuore di Fazio. Un tributo meritato. Perché il banchiere di Lodi ha sempre risposto sì al Governatore. E ha azzeccato le operazioni «giuste». Come quando quest'anno ha salvato il Credieuronord, banchetta della Lega, guadagnando per sé e Fazio il sostegno dei Lumbard.
Una mossa che rappresenta solo un capitolo della sua ascesa, a lungo inarrestabile. «Gianpi». 46 anni, comincia 28 anni fa «per caso» da bancario e diventa subito banchiere. Il takeover al potere ha inizio con l'acquisto della Rasini, di cui è stato direttore il padre di Silvio Berlusconi. Poi, con lo shopping di 21 istituti, «moltiplica» la Lodi. Finché la corsa si interrompe alle porte di Antonveneta. E lui, che ribattezza la banca in Popolare italiana, non passerà alla storia per aver salvato l'italianità del credito. Ma per per essere stato il banchiere del bacio, il più vicino a Fazio.
(dal corriere)
ed in fondo per lasciare a lui stesso il compito di descrivere quel che è successo ecco l'intervento in Matrix del 15/10/2007 :
Ricucci, l'errore più grave
Il finanziamento da parte della Banca popolare italiana all'immobiliarista Stefano Ricucci per l'acquisto di azioni Rcs "è stato il mio più grande errore". Così Fiorani parla della scalata al Corriere della Sera, considerandola come l'errore principale della sua avventura finanziaria. Secondo quanto sostenuto da Fiorani, Ricucci avrebbe voluto offrire il suo pacchetto "a un imprenditore straniero, ritengo francese". "Ricucci - continua l'ex amministrazione della Bpl - aveva guadagnato qualcosa come 70-80 milioni di euro con azioni mordi e fuggi in Rcs". Per Ricucci, Fiorani ha detto di provare simpatia, pur sottolineando, senza riferimento esplicito, che "certe persone si dovrebbero ricordare da dove sono venute e dove sono arrivate e grazie a chi". Ma ha garantito che "dietro Ricucci non c'era nessun banchiere".
Geronzi e Tremonti, i principali nemici della scalata
A "Matrix", Fiorani afferma che la scalata della Banca popolare italiana alla Antonveneta era un'operazione che "non poteva stare bene a Geronzi e non poteva stare bene a Tremonti. Questo perchè l'ex governatore della Banca d'Italia, Fazio, avrebbe consolidato il suo ruolo". "Come si puo' pensare - ha poi osservato l'ex patron della Bpl - che un banchiere di provincia come me potesse minare una persona come Geronzi. La scelta di Fazio a favore di Fiorani era quasi un fatto di lesa maestà". L'ex amministratore delegato della banca lodigiana spiega così l'opposizione all'operazione da parte del presidente di Capitalia e dell'allora ministro dell'Economia. E aggiunge che "se avessi avuto di fianco a me Geronzi, non mi sarebbe capitato quello che è capitato. Devo chiedergli scusa perchè gli ho augurato più di un mal di pancia".
La promessa dell'opa su Antonveneta da parte della Banca d'Italia
La Banca d'Italia aveva promesso il via libera all'opa su Antonveneta da parte della Popolare Italiana. Fiorani ricostruisce la telefonata notturna del 12 luglio 2005 con l'ex governatore di Banca d'Italia. In quella telefonata, Fazio gli comunicò di aver firmato l'autorizzazione per il lancio dell'opa. "Erano 15 giorni che aspettavo con ansia - continua Fiorani - nonostante le promesse fatte non tanto da lui, quanto dalla struttura".
Il rapporto con Fazio
"Il governatore pensava di dover frenare l'operazione Antonveneta-Capitalia Abn Amro - ha detto l'ex amministratore lodigiano - Il progetto era di creare una banca competitiva e che potesse essere alternativa a Capitalia. E' stato in quel momento che si è sciolto il connubio fra Fazio e Geronzi e io ho preso il posto di Geronzi non nel cuore, ma nel cervello dell'ex governatore". "Fazio mi manca molto - ha continuato Fiorani - non mi sono mai più sentito con lui, non gli giova che in questo momento lo chiami. Immagino che la sua linea difensiva sia diametralmente opposta alla mia".
"Non ho ma rubato i soldi dei correntisti"
A "Matrix, Gianpiero Fiorani ha escluso anche qualsiasi "operazione di addebito arbitraria" per prelevare soldi dai correntisti, attribuendo allo "tsunami che era in corso all'epoca" le accuse di aver prelevato soldi dai conti correnti della sua banca e spiegando che il tariffario viene applicato su decisione del Cda. "Si faceva così da dieci anni - ha concluso - è tutto documentato dagli atti pubblici depositati".
Il rapporto con la politica
Nell'intervista a "Matrix", Fiorani ha inoltre chiarito i rapporti tra il mondo finanziario e quello della politica. "La finanza organizza le operazioni - ha detto l'ex patron della Popolare - e poi la politica segue, mentre altre volte insegue". "I miei rapporti con la politica sono stati inesistenti fino all'operazione Antonveneta - ha proseguito - il mio primo contatto con Berlusconi è stato quando ho illustrato l'operazione in Sardegna, a casa sua. Con altri politici ho sempre avuto rapporti trasparenti, ho salvato la banca della Lega Nord che in quel momento mi attaccava".
(fonte rainews24)
Archiviamo anche questa storia e questo uomo che si va a collocare tra gli uomini che hanno saputo creare qualcosa di unico ed eccezionale, anche se poi nel suo caso non è riuscito a mantenerlo!
In realtà, il suo patrimonio personale "dichiarato" e ora bloccato dagli inquirenti, ammonterebbe a 35 milioni di euro....cosa che lo fa vincere in ogni caso!

15/ott/2007

EasyJet: Stelios Haji-Ioannou


Curiosando allegramente tra le riviste dedicate al business e alle imprese, ecco che mi sono imbattuto in un personaggio poco conosciuto, ma di cui sicuramente vale la pena di parlare: Stelios Haji-Ioannou.

Fondatore e CEO di EasyJet, easygroup e di qualsiasi cosa inizi per easy (...easybus, easypizza, ...)

Stelios nasce ad Atene nel 1967, da Loucas e Nedi di origini entrambi ciprioti, con un fratello maggiore e una sorella minore, entrambi impegnati nella easjet e nella stelmar tankers (le sue aziende attuali).
Cresce ad Atene, frequentando le superiori contemporaneamente in matematica ed economia.
Nel 1984 si trasferisce a Londra per studiare alla Scuola di economia e si laurea nel 1987 ,mentre nel 1988 prende un master in commercio marittimo e finanza.
Dopo questo comincia a lavorare nella impresa di famiglia(Troodos shipping), ma decide ben presto di andare in proprio e grazie a 22 milioni di euro di "buona uscita" fonda nel 1992 la Stelmar Tankers nel settore marittimo che va da subito benissimo, anche non impegnando molto del tempo di Stelios.
Nel 92 fonda anche la CYMEPA.org (Cyprus Marine Environment Protection Association), un'associazione noprofit per uomini d'affari e armatori.

Finalmente nel 1995 fonda la easyjet airlines co Ltd., e nel 98 la Easygroup, estendendo il brand "easy" a tutto quello che è vendibile.
Fonda per prima la EasyEverything, un negozio internet che entra in affari nel giugno del 99. Poi "easyrentcar", "easyBank", "easyBus", "easyPizza" e cosi via.

Il successo della easyjet si fonda principalmente sull'uso della tecnologia per abbattere i costi di impresa, dalla prenotazione ad ogni gestione della clientela avviene via rete e senza dover muoversi fisicamente. E' un successo planetario, tanto che il signor Stelios a 40 e poco più anni è uno degli uomini più ricchi del pianeta...

Potreste dire facilmente che è partito da un'ottima base... ma c'è sicuramente da imparare da un uomo che ha fatto del risparmio (non ha nemmeno una segretaria) suo e dei suoi clienti, la chiave di un impero!


OneEnergyDReam

12/ott/2007

Ecco come si diventa leader del settore:


Come si diventa leader del settore?

Mangiandosi i concorrenti! è chiaro no!

Nella stessa settimana 2 grosse acquisizioni:


12 ottobre 2007
Oracle offre 6,6 miliardi di dollari per Bea System
ORACLE Bea».


qui
e
8 ottobre 2007
Sap compra Business Objects per 4,8 miliardi: si riaccende la sfida con Oracle
di Gianni Rusconi

(
qui)


alla faccia del monopolio!


Maurizio Cattelan

Oggi vi propongo una biografia di un famosissimo artista contemporaneo, che ha raggiunto una fama internazionale: Maurizio Cattelan.



Maurizio Cattelan (Padova, 1960) è uno scultore, manager e artista italiano, che si distingue per le provocazioni di stampo post-duchampiano. Vive e lavora a New York, ed è l'autore della celebre scultura in cera e tessuto "La Nona Ora", presentata alla mostra londinese Apocalypse. Assieme a Paola Manfrin edita la rivista "Permanent food".

Cattelan non frequenta alcuna accademia d'arte, ma sviluppa il suo talento artistico come autodidatta. Comincia la sua carriera a Forlì in Italia, negli anni ottanta frequentando alcuni artisti del luogo. Attualmente è uno degli artisti italiani più popolari che siano emersi internazionalmente negli anni novanta, e la sua reputazione sembra essere in crescita. Le sue poliedriche opere spesso combinano la scultura con la performance, ma spesso includono, tra le varie: eventi di tipo "happening", azioni provocatorie di rottura, pezzi teatrali, testi-commento sui pannelli che accompagnano opere d'arte sue e non, articoli per giornali e riviste, ecc.

Alcuni lo considerano il re dei provocatori burloni. È stato definito da Jonathan P. Binstock, curatore d'arte contemporanea come "uno dei più grandi artisti post-duchampiani ed un furbacchione, anche". Alcuni lo definiscono un maestro della provocazione che si serve dei media ed abusa del mondo dell'arte.

Più recentemente, Maurizio Cattelan ha intrapreso il ruolo di curatore artistico.

Una delle sue opere più famose è la scultura in lattice, cera, tessuto, con scarpe in cuoio e pastorale in argento, che rappresenta papa Giovanni Paolo II colpito da un meteorite, intitolata La Nona Ora, eseguita nel 1999. Venne esibito nella Royal Accademy di Londra come parte dello show Apocalypse e battuto da Christiès nel 2001 per la cifra record di 886 mila dollari, all'epoca equivalenti a due miliardi di lire.

Nel 2000 riuscì a persuadere il suo gallerista, Emmanuel Perrotin, a passare un mese mascherato da gigantesco fallo rosa.

Nel 2001, come evento collaterale alla Biennale d'arte di Venezia, eresse un cartello gigante intitolato HOLLYWOOD sul più grande deposito di immondizia di Palermo in Sicilia.

Da diversi anni collabora con Paola Manfrin alla realizzazione di "Permanent food", una rivista d'arte contemporanea .

Per capire quanto Cattelan abbia impresso un marchio di originalità e interesse nel settore dell'arte contemporanea ma anche tra il pubblico più profano, recentemente, è uscito un documentario che lo vede protagonista della sua morte, con tanto di funerale e annunci dei maggiori telegiornali italiani ( È morto Cattelan! Evviva Cattelan!, di Marco Penso e Elena Del Drago)

(da wiki)

Potete trovare una migliore descrizione del suo lavoro nel sito indicato:
Urban Design
Inoltre a Milano si ricorderanno sicuramente la sua opera/provocazione "I bambini appesi" in piazza XXIV Maggio, del 2004.

Le esattitudini

Quello che vi illustro oggi, partendo da un articolo del corriere sono le Esattitudini.
E' immediato capire dalle immagini di cosa si tratta, tante persone di ogni razza o cultura sono accomunate e fotografate per come sono: simili a gruppi.
La prima volta che feci un'osservazione simile mi trovavo fuori un pub, osservavo entrare uomini e donne, ragazzi e ragazze e cominciavo a pensare che ...siamo globalizzati anche nel vestiario.
I ragazzi sono vestiti nello stesso modo, si comportano anche in egual maniera e per le ragazze non cambia molto.

Stiamo perdendo l'identità individuale a scapito delle diversità, che vengono sempre più emarginate?
Il diverso è male?
Ovviamente no, in un mondo sempre più incasinato sono sole le individualità a tirarci fuori dal grigio colore di questa epoca.




«Esattitudini», i cloni diversi della società
Dalle olandesi in bikini alle «Allah’s girls», esperimento di 2 artisti che raggruppano foto di passanti nel mondo

PARIGI – Così diversi eppure così uguali. Cloni nella diversità. È quanto emerge dal progetto «Esattitudini», un esperimento artistico dai risvolti antropologici. Autori, due olandesi, Ari Versluis e Ellie Uyttenbroek che da 13 anni fotografano passanti di tutto il mondo per poi raggrupparli secondo codici di stile o abbigliamento.


CODICE - Il progetto è cominciato nel 1994 a Rotterdam, città multiculturale e di residenza dei due artisti. Dal 1998, si è esteso al resto del pianeta. Con «Esattitudini», i passanti sono ripresi secondo pose e inquadrature comuni e catalogati in base alle caratteristiche di ognuno.

UNIFORME - Caratteristiche che se osservate singolarmente stabiliscono l’individualità, la differenza dall’altro, ma che se vengono affiancate in gruppi da 12 persone, non fanno che esaltare l’appartenenza a categorie trasversali della società odierna. Ne risulta un censimento antropologico visivo, una fotografia globale dell'uomo contemporaneo, uniforme nella diversità.





CLASSI - «Esattitudini» - neologismo che mischia l'«esattezza» della posa e l'«attitudine» di ciascuno -, non crea distinzione di classe o nazionalità, ma sottoinsiemi di «cloni» per stile e abbigliamento: dai «ragazzi tatuati con canotta» a Rotterdam, a quelli «cravatta e jeans» di Milano. Dalle olandesi in costume a due pezzi, agli anziani con cappello e cravatta. Dagli adolescenti di Bordeaux con giubbetto in pelle, a quelli semplicemente rasati. Dalle «Allah’s girls» con velo islamico, ai tipici ultrà con il bomber. Passando per i vagabondi e le signore impellicciate. Ognuno diverso nel dettaglio, ma simile nell’adesione allo stile del gruppo. Tutti originali, ma tipici. Ovunque.

di Alessandro Grandesso dal corriere

11/ott/2007

Fare Impresa nel Mondo


Riporto un interessantissimo riassunto delle condizioni imprescindibili per fare business, nei vari paesi del mondo, con tanto di relativa classifica finale.
Come al solito l'Italia non figura bene, anzi è per lo più equiparata ad un paese del terzo mondo.
Davvero notevole, e le ragioni sono sempre le stesse:
burocrazia, inaccessibilità (o quasi) dei finanziamenti, trasparenza, rapporto con i lavoratori.
Oggi mi chiedo:
se le cose sono così evidentemente chiare, perché non si fa nulla?
Di solito all'individuazione delle cause si segue con i rimedi!
Perché a qualcuno giova questo stato di cose? all'america forse che tiene in scacco l'economia europea, oppure....?

Fare impresa. Singapore prima al mondo. Italia 53esima


È Singapore il paese al mondo in cui sarà più semplice fare affari nel 2008. L'Italia è solo al 53esimo posto. Ci precedono la Mongolia, il Botswana e la Namibia. È quanto emerge da Doing Business, l'annuale rapporto pubblicato qualche giorno fa dalla Banca Mondiale, che ogni anno pubblica la classifica dei paesi al mondo in cui è più facile svolgere un'attività economica. Sono 178 le nazioni censite. La graduatoria finale viene stilata tenendo conto dei diversi aspetti che caratterizzano un'attività economica: dalle procedure burocratiche per avviare gestire e chiudere un'attività, alla facilità e ai tempi di accesso al credito, alle procedure di assunzione e licenziamento del personale. Per ognuno dei sottocriteri viene poi creata una singola classifica. Aggregando i dati infine si arriva ad ottenere la classifica finale.

Avviare una società.
In Italia ci vogliono in media 13 giorni di tempo per le pratiche di avviamento di un'attività economica. In Australia invece solo due giorni, mentre nel Suriname si arriva allo sproposito di due anni di tempo. Per ottenere tutte le licenze e permessi necessari un imprenditore italiano impiega in media 257 giorni. Più del doppio che in Tunisia dove ci vogliono tre mesi. Per non parlare degli Stati Uniti: nella «terra delle opportunità» bastano 40 giorni e si ottiene tutta la documentazione necessaria. È un'impresa titanica invece aver a che fare con la burocrazia di Haiti. Per avere i permessi ci vogliono più di 3 anni e mezzo. Nella classifica si tiene conto anche dei costi. In Italia un imprenditore dovrà sborsare il 138,2% del Pil pro capite italiano. Si spende molto meno in Ungheria dove in tasse per permessi e licenze si spende solo il 10% del Pil pro capite nazionale.

Rapporto con i lavoratori.
Sul rapporto con i lavoratori, gli analisti della Banca Mondiale hanno dato indici da 0 a 100, assegnati secondo diversi aspetti. La difficoltà di assumere per esempio. L'Italia ha un indice del 33%, la metà circa di quanto hanno ottenuto i «cugini francesi» (67%) e il triplo dell'Iran. In Italia un impiegato costa all'azienda in media il 37% del suo salario, negli Stati Uniti solo l'8 per cento. E gli Usa sono il Paese in cui il rapporto tra azienda e dipendente è più flessibile. Il rapporto «Doing Business» gli assegna un indice dello 0% per quanto riguarda rigidità contrattuale, dell'orario di lavoro, difficoltà di licenziamento e di assunzione. La conclusione del rapporto di collaborazione è a costo zero negli Usa.

Accesso al credito.

La legislazione italiana non aiuta più di tanto un'azienda che deve chiedere un prestito. Il Legal Rights Index, che va da 0 a 10, premia con un punteggio alto quelle nazioni in cui le leggi offrono incentivi e facilitazioni per l'accesso al credito. Il nostro Paese ha un misero tre, molto meno dell'Albania (9) e del Botswana (7). In cima alla classifica ci sono i paesi come la Gran Bretagna (10) e due sue ex colonie come Hong Kong (10) e Australia (9).

Trasparenza.
I furbetti del quartierino e i casi Cirio e Parmalat qualche cosa hanno pesato sul fronte del rapporto tra l'azienda e i suoi investitori. In pagella il migliore risultato del nostro Paese è un 7 in trasparenza delle transazioni. Un voto che sarebbe andato bene a scuola ma che confrontato con il 10 preso da Cina, Bulgaria, Malesia e Timor Est fa riflettere. L'Italia ha poi un 6 in «capacità degli azionisti di sanzionare la cattiva condotta dei vertici aziendali», un 5,7 in «protezione degli investitori» e un misero 4 in «potere contrattuale del singolo azionista».

Chiudere un'azienda. In Italia ci vuole un anno e 8 mesi per chiudere un'azienda e costa in media il 22% del prodotto interno lordo pro capite. Poco di più degli Stati Uniti, dove in media ci vuole un anno e mezzo e con un costo del 7% del pil pro capite e un mese meno della Francia dove costa in proporzione la metà. Ci vogliono 8 anni invece per dire la parola fine a un'azienda in Mauritalia.

(...sole24ore)

Donne e decisioni


Riporto il commento che ho postato sul blog di Gad Lerner, in attesa di sentire cosa ne pensa e ne pensate. E' un argomento molto delicato, che affronterò in maniera più approfondita in un secondo momento:
"
Condivido appieno che chiunque prometta di fare in futuro invece che ora, è solo un altro dei cialtroni di cui il mondo della politica è purtroppo pieno.
La politica ora, è parlare parlare e poi se c'è tempo (mai) fare qualcosa.
Uno dei problemi dei manager d'azienda è avere troppe riunioni, dove non si decide, leggere migliaia di email, perdere tempo a parlare invece che fare.
Sono nate tante teorie su come minimizzare le perdite di tempo, per lasciare più tempo per scegliere come intervenire e decidere meglio.
Secondo lei servirebbe o la politica è solo "chiacchiere e distintivo?"

Il problema delle quota rosa è molto delicato e importante, ma secondo me vale la pena combattere il maschilismo, non dare dei posti a tavolino alle donne.
Bisogna capire che è meglio controllare che " i pescatori seguano le regole" piuttosto che dare ad alcuni di loro dei pesci "di vantaggio".
Dare le quote rosa indebolisce le donne invece di aiutarle.
Bisogna tutelare gli abusi e le prevaricazioni sul posto di lavoro, garantire le pari opportunità, non "farle vincere facile".
E' la competizione che deve prevalere. E seriamente.

"


Qui trovate il post originale di Gad. (vai al link)

10/ott/2007

Rita Levi Montalcini


Riporto questo articolo che mi da modo di ribadire l'ormai ovvio concetto:
è ora che sia lasciato lo spazio ai giovani che capiscono la direzione da intraprendere!
Infatti l'esperienza non ci è più d'aiuto per portare avanti né l'economia né la società moderna.
Tanto meno i politici possono governare se non hanno chiara l'evoluzione della modernità.
Quindi non è una questione personale.. ma solo business:
Levate le tende!

"
Le stampelle di Storace
ricordano il regime
di RITA LEVI-MONTALCINI

CARO DIRETTORE, ho letto su Repubblica di ieri che Storace vorrebbe consegnarmi, portandomele direttamente a casa, un paio di stampelle. Vorrei esporre alcune considerazioni in merito.

Io sottoscritta, , in pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, continuo la mia attività scientifica e sociale del tutto indifferente agli ignobili attacchi rivoltimi da alcuni settori del Parlamento italiano.

In qualità di senatore a vita e in base all'articolo 59 della Costituzione Italiana espleterò le mie funzioni di voto fino a che il Parlamento non deciderà di apporre relative modifiche. Pertanto esercito tale diritto secondo la mia piena coscienza e coerenza.

Mi rivolgo a chi ha lanciato l'idea di farmi pervenire le stampelle per sostenere la mia "deambulazione" e quella dell'attuale Governo, per precisare che non vi è alcun bisogno. Desidero inoltre fare presente che non possiedo "i miliardi", dato che ho sempre destinato le mie modeste risorse a favore, non soltanto delle persone bisognose, ma anche per sostenere cause sociali di prioritaria importanza.

A quanti hanno dimostrato di non possedere le mie stesse "facoltà", mentali e di comportamento, esprimo il più profondo sdegno non per gli attacchi personali, ma perché le loro manifestazioni riconducono a sistemi totalitari di triste memoria.

(10 ottobre 2007)
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Rupert Murdoch


Ecco uno dei magnati dell'editoria mondiali, anche recentemente sulla prima pagina di tutti i giornali.
Del resto l'uomo avrà tutti i difetti del mondo, potra essere spregevole ...
ma riesce a costruire qualcosa, che in certi casi è un impero!
Rupert Murdoch nasce l'11 marzo 1931 a Melbourne, in Australia.
Dopo gli studi parte per l'Inghilterra e per due anni è tirocinante presso il londinese Daily Express, in cui ha modo di farsi un po' le ossa nel campo giornalistico. Tornato nella sua nativa Australia, eredita dal padre un piccolo giornale di provincia "The Adelaide News", non certo famoso per la sua tiratura.
Ma se è vero che il talento è qualcosa che emerge subito, questo è un buon test. Il futuro magnate dell'informazione, infatti, porta l'oscura testata di provincia al successo nazionale, con numeri prima del suo arrivo inimmaginabili. La sua penetrazione in Gran Bretagna inizia nel 1969 con l'acquisto dei quotidiani "Gutter press" (un titolo che, tradotto, suona un pò come "Stampa fognatura"), "The Sun" e del suo fratello domenicale "News of the World". Il successo è enorme. Già alla fine degli anni '70 entrambi vendono attorno ai 4 milioni di copie. I critici sostengono però che la diffusione dei due giornali è dovuta alle dosi massicce di pettegolezzi legati alla regina e a tutto ciò che coinvolge il mondo dei Vip. Inoltre, come nella migliore tradizione delle pubblicazioni "pulp", i suoi giornali sono disseminati di ragazze nude e cosparsi di ammiccamenti continui a tematiche sessuali, il tutto travestito da moralistica deplorazione.
Ad ogni modo, le due testate tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80, garantiscono anche un enorme seguito popolare all'irresistibile ascesa di Margaret Thatcher e delle sue politiche anti-welfare state. L'anglicità conservatrice nei primi anni '80 pareva piacere molto anche a Murdoch, tanto che per qualche tempo, sembrava voler tornare alle proprie radici ridiventando un suddito di Sua Maestà. Ma a partire dal 1985, con un colpo di scena, diventa invece cittadino americano. Rupert Murdoch nel tempo ha messo in piedi un gruppo che comprende ogni aspetto delle comunicazioni e dell'entertainment. La "News Corporation Ltd.", valutato da "Forbes" a 9 miliardi di dollari, controlla, tra l'altro, il più grosso gruppo editoriale di libri e multimedia al mondo, "Harper Collins", la "20th Century Fox", la "Fox News Network", tv entertainment e notizie in tutto il mondo in molte lingue, tra cui l'arabo. Tra i giornali, oltre "Times", "Sun", "News of the World" e "Sunday Time" in Gran Bretagna, possiede anche il "New York Post", secondo giornale newyorkese. Oltre a questa potentissima rete di media Murdoch ha comprato anche la prima squadra di baseball di Los Angeles, la "LA Dodgers". In questi ultimi anni la sua espansione ha cominciato a farsi largo anche in Internet con la "LineOne Service", e altri portali.


Negli anni '90 i suoi interessi hanno cominciato a espandersi nello spazio, con BSkyB, tv satellitare, e dallo spazio verso l'Asia con l'acquisto di Star TV, tv satellitare con programmi in inglese e nelle principali lingue indiane. Benché anticomunista, con la rete tv Star, adoperando uno dei pochi "grimaldelli" per accedere al mercato asiatico, ossia la capitalistica Hong Kong, sta conquistando anche il mercato della tv satellitare in Cina. Il tentativo è quello di costituire una rete satellitare globale che ricoprirebbe Asia, Europa, Nord e Sud America, anche se da più parti si levano voci di allarme per un probabile, colossale, buco nell'acqua. Infatti, gli analisti (ma anche il mercato reale), dicono che l'interesse per il digitale, ossia tv via cavo e linee telefoniche ad ampia banda, sta forse relegando l'antenna parabolica tra gli arnesi di una tecnologia sorpassata.

Sempre agli inizi degli anni Novanta sembrava che l'impero di Rupert Murdoch stesse crollando sotto il peso dell'eccessiva esposizione debitoria. Le maggiori banche d'affari internazionali sue creditrici, fidando nell'uomo, hanno praticamente abbonato tutti i debiti.

Chi lo conosce dice che possiede maniere garbate, molto inglesi, fondate su quell'ideale tutto britannico di non appariscenza, acquisito all'università di Oxford.

Negli anni dopo il 2000 Murdoch è diventato uno dei più importanti imprenditori nel mondo delle trasmissioni digitali satellitari, nel campo cinematografico ed in molte altre forme di media.


L'ultima acquisizione che ha suscitato clamore è stata (nell'estate del 2007) "Dow Jones", società che controlla il Wall Street Journal, organo di comunicazione finanziaria noto in tutto il mondo.

07/ott/2007

GIOVANI AVANTI



Continuo con il precedente post, perchè l'argomento non solo merita, ma è l'origine di ogni singola parola di questo blog e delle nostre singole vite.
Infatti in un paese sano ci deve essere un ricambio generazionale decisivo e costante, ci deve essere un continuo rinnovarsi delle fonti e delle energie al comando, che provengono da nuovi pensieri e da nuove menti.

Dobbiamo cercare di acquisire il Know how da chi ci ha preceduti ed andare velocemente ad affiancarli e sostituirli nei ruoli decisionali, perchè questo giova all'economia e al paese.

Chiunque sia giovane e lavori in questo paese sa come sia difficile che si affidino responsabilità ad un trentenne, questo per una serie di errati motivi, su cui primeggia la solita tiritela....sei troppo giovane, hai poca esperienza, un uomo maturo (vecchio) da più fiducia......

Si ma noi abbiamo:
ENERGIA A NON FINIRE,
PASSIONE
MOTIVAZIONE
IDEE
e (come mi sottolineavano in un news group)
ATTENTI PERCHE' I GIOVANI HANNO PIU' ANNI.....DA VIVERE!




L'idea di rimanere collegati ad una classe dirigente vecchia, senza portare un ricambio e soprattutto senza predisporre un cambio a breve, non affidando e soprattutto non facendo crescere i talenti del futuro, è una direzione che denota miopia culturale e MANGERIALE.

Tutti i dirigenti sanno (o dovrebbero sapere) che la crescita delle persone che lavorano nel suo team, è causa necessaria alla sua stessa crescita e a quella della società.
Quindi niente più paura:
ANDIAMO A PRENDERE QUELLO CHE DEVE ESSERE NOSTRO.
E cominciamo ora, non chiediamo aiuto, non chiediamo perchè, non ci lamentiamo, rimaniamo in trincea e combattiamo finché pianteremo la bandiera sulla nostra terra!
...ricordandoci però quale è la giusta strada e non compiendo gli errori di altri!
GIOVANI AVANTI!

05/ott/2007

Giovani!


Tutto ha origine dalla dichiarazione:

La Provocazione del MINISTRO.
Il Pdci: «infelice epiteto»

«Mandiamo i bamboccioni fuori di casa»
Padoa Schioppa: con la Finanziaria misure che consentiranno ai giovani di affrancarsi dai genitori

Tralascio le solite riflessioni circa l'ignoranza e la demenza (senile) di una persona che si è lasciata sfuggire una frase infelice, e anche riguardo al fatto che con le poche decine di euro, che ha promesso, non paghiamo nemmeno lo zerbino dell'appartamento, dirigiamoci direttamente al cuore del problema.

Ma abbiamo bisogno di essere aiutati, della sovvenzione alla sovvenzione, altrimenti da soli non sappiamo fare nulla?

Io mi vergogno un pò di essere giovane in mezzo a milioni di "finti" giovani.
Che non sanno decidere, non sanno pensare, non sanno capire, non sanno guadagnare, non sanno....vivere.
Si drogano, sprecano il tempo e peggio di tutti .... si lamentano.
Sono pecore che cercano il pastore, il grillo della situazione, cercano di rimanere alle dipendenze di una classe dirigente che non deve più comandarli.
E' ora che i giovani ( che poi hanno 30 anni!!!) trovino il loro ruolo,
ma non chiedendo, PRENDENDOLO.


GIOVANI ANDIAMO A PRENDERCI QUELLO CHE CI SPETTA!


(continua...)

04/ott/2007

Il bastardo di Gad Lerner


Ieri ho scoperto l'esistenza del blog di gad Lerner, come ho scritto nel post precedente. L'articolo che mi ha incuriosito è il seguente:

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Il bastardo siamo tutti noi
Pubblicato da Gad 03.10.2007


Il bastardo siamo tutti noi, nati magari lontano da questa metropoli, o figli d’esperienze intrecciatesi per amore e per forza prima che nascessimo. Non lasciate che in giro adoperino “bastardo” come un insulto: Milano e l’Italia del terzo millennio non hanno più figli illegittimi né aristocrazie etniche. Gli spacciatori di false identità, quando predicano la purezza e l’autenticità delle loro radici, vi stanno dicendo la bugia più pericolosa del nostro tempo.

Ho scritto un libro intitolato “Tu sei un bastardo. Contro l’abuso d’identità” (Feltrinelli editore). Per dire che, per fortuna, lo siamo tutti. Come J, il trovatello meticcio divenuto l’amatissimo cane della mia famiglia che vedete ritratto qui in alto a sinistra.

Perché nascesse finalmente –con troppo ritardo- il Partito democratico è stato necessario superare la resistenza di chi giudicava insormontabile la differenza tra le diverse tradizioni riformiste: mai e poi mai cattolici e laici potranno stare insieme, mai e poi mai si mescoleranno socialdemocratici e popolari… Per fortuna la società italiana era già molto più avanti di queste pretese di purezza ideologica, come dimostra infine l’affermazione del progetto dell’Ulivo.

Ora perfino nelle elezioni primarie del 14 ottobre tutti parlano di felice meticciato, unione, mescolamento fra diversi.

Per l’appunto, ci vuole un bastardo per il Partito democratico.
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Questa è stata la mia risposta con relativa replica di Gad:

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Salve,
sarà la lettura veloce del post che ha messo, ma quella del bastardo mi sembra una scusa per creare una coalizione e un gruppo decisamente eterogeneo, che prenda su un pò tutti.
Del resto questa è la tattica di Grillo, che con frasi e “scoop” popolari, cerca di far crescere il consenso.
Io credo, che questa sia l’ora per l’italia, di andare verso gli ideali e il “purismo” (avrei voluto dire “tornare”, ma non credo che non ci sia mai stato un siffatto tempo!).
Quindi volevo chiederle se non pensa di barattare le Sue idee per un pò di consenso.
Grazie,
OneEnergyDream

12 Scritto da: gad
Guarda che i predicatori di purezza e autenticità quasi sempre vendono ideologie artefatte. Come certa gente che predica l’identità cristiana senza mai avere messo piede in una Chiesa e praticando un’ostilità al prossimo molto poco evangelica.
In politica: se l’Ulivo è andato avanti e prende più voti dei partiti che vi confluiscono è perchè l’elettorato riformista è stufo di suddividersi tra bandiere gloriose che appartengono al passato.
Gad
"


Che ne pensate?
Ci sono altre risposte interessanti e le trovate qui.

Web: democrazia o pubblicità?



Devo tornare sull'argomento web democrazia e così via.
Il motivo è che leggendo l'articolo seguente:
Lerner: Internet come le sezioni di partito, colma il vuoto tra politica e cittadini

ho cominciato a riflettere....
Prima alla massa arriva Grillo, il blog e le sue destabilizzanti denunce, il web è democrazia e cose dicendo, poi arrivano di gran corsa i politici andando a mettersi in pista per "parlare" con il cittadino,...(e saltando i migliaia di blogger improvvisati) ora anche Gad Lerner, giornalista che ha deciso di entrare in politica, o meglio appoggiare Rosi Bindi.
Forse ha avuto la spinta ad entrate nella casta, leggendo il famoso libro omonimo....chi lo sa?
Comunque tutti a lodare il web, "democrazia", "riempie le lacune..." allora senza pensare mi sono detto:
"Il web è ...Pubblicità"

03/ott/2007

Il marketing relazionale


Continuiamo la panoramica sulle tecniche moderne di marketing: oggi riporto un breve brano sul marketing relazionale:
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Il termine marketing relazionale è diventato di uso comune tra coloro che si occupano di marketing, sia dal punto di vista professionale che da quello accademico, nell’ultimo decennio, quando le leve del marketing tradizionale, le quattro P di prodotto, prezzo, punto vendita (place – distribuzione) e promozione (promotion – comunicazione) si sono rivelate non più efficaci nella definizione di una strategia di marketing.
Una delle prime definizione conosciute di marketing relazionale si riferisce proprio al mondo dei servizi:
«il marketing relazionale ha il compito di attrarre, mantenere e - nelle società di servizio - migliorare la relazione con i clienti. Offrire servizi e vendere ai clienti esistenti è, in un’ottica di marketing di successo nel lungo periodo, altrettanto importante che acquisire clienti nuovi (…). Il pensiero comune ritiene che conquistare nuovi clienti altro non sia che il primo passo nel processo di marketing; in realtà cementare la relazione, trasformare acquirenti indifferenti in clienti leali, offrire agli acquirenti gli stessi servizi dei clienti fa tutto parte delle strategie di marketing».
Lo stesso autore, in un testo interamente dedicato al marketing dei servizi, sostiene che “Il marketing delle relazioni cliente-società si occupa di creare, sviluppare e mantenere le relazioni con la clientela. Il suo compito principale consiste nella reazione di «clienti affezionati», clienti che sono soddisfatti di aver scelto una società, che pensano di ricevere valore e si sentono a loro volta apprezzati, che probabilmente compreranno altri servizi dalla società e che altrettanto probabilmente non passeranno mai alla concorrenza”.
Le nuove tecniche relazionali hanno portato anche ad una rivisitazione del marketing
mix tradizionale, trasformato in un marketing mix dalla parte del cliente; dalle quattro P si è passati alle quattro C:
· customer value,
· costo per il cliente,
· convenienza
· comunicazione.

Quello che distingue il marketing relazionale da quello tradizionale è che, mentre l’obiettivo ultimo di questo era l’ incremento delle vendite, stimolando il cliente all’acquisto, il marketing relazionale cerca di creare un legame permanente con il cliente che lo coinvolga e generi fedeltà nei confronti dell’impresa:
l’incremento delle vendite rimane sicuramente uno degli obiettivi, ma viene spostato nel lungo periodo.
Si passa quindi da una visione orientata alla singola transazione - l’atto di vendita –ad un’ottica centrata sulla costruzione di relazioni durature. Da quanto detto si evince che lo scopo primario del marketing “diventa quello di costruire il sistema di relazioni necessario a garantire il flusso di contatti e di informazioni tra azienda e cliente e, in particolare, di assicurare l’interazione fra la domanda e l’offerta” e che “la sfida con cui si devono confrontare gli specialisti del marketing delle relazioni consiste nel saper creare clienti fedeli in grado di comprendere di essere legati a una società che a sua volta comprende il valore del legame”.
La via per ottenere questi risultati è quella di offrire vantaggi importanti per il cliente che siano distintivi dell’impresa e che non possano essere imitati dalla concorrenza.
Due variabili sembrano influenzare particolarmente la relazione cliente impresa:
· il valore (commitment)
· e la fiducia (trust).
In particolare, il valore si riferisce al desiderio di entrambe le parti in gioco – impresa e cliente – di mantenere la relazione, e rappresenta “il beneficio totale che i clienti ricevono in cambio del «costo» complessivo cui vanno incontro”.
Questa variabile pare particolarmente importante nell’ambito della produzione dei
servizi nei quali il ruolo del consumatore è più rilevante. A questo concetto si collega direttamente la soddisfazione, sia del cliente che del dipendente, che nel tempo contribuisce ad incrementare la quota di clienti.
Altrettanto importante è la seconda variabile: la fiducia che si stabilisce quando una delle parti si fida dell’affidabilità e dell’integrità della controparte.
Ancora una volta quindi il consumatore non è più considerato, secondo la terminologia del marketing tradizionale, come un target, un obiettivo da raggiungere e da centrare grazie all’utilizzo delle diverse tecniche di comunicazione, ma assume invece un ruolo partecipativo.

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(manager.it)

Dire e ...fare


Sembra che per cominciare a muovere la lenta burocrazia, c'è chi prova a partire dalle parole dette e scritte.
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Gerundio vietato negli uffici
Il governatore di Brasilia: «Così si imbrogliano i cittadini e si perde tempo per rimandare una decisione»

RIO DE JANEIRO - Se la grammatica si mette di traverso, piegheremo la grammatica. Parafrasando il motto del libertador delle Americhe Simon Bolivar - che si riferiva alla natura e l'uomo - un governatore brasiliano ha avuto una intuizione che gli procurerà parecchie simpatie. Ha decretato l'abolizione del gerundio dagli atti ufficiali del piccolo Distrito Federal, lo Stato della capitale Brasilia. Motivo: tutte le espressioni che finiscono in -ando, -endo, -indo (in portoghese, così come in italiano) sono un modo per imbrogliare l'interlocutore, prendere tempo, rimandare una decisione o una risposta. Il gerundio viene dunque licenziato dal burocratese di Brasilia, nell'augurio che l'esempio venga seguito dal resto del Paese e anche dal linguaggio di tutti i giorni.

(corriere)
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siamo in Brasile e tale decreto sembra essere più che altro una bella provocazione.
Comunque vedremo se tali azioni porteranno a qualche risultato tangibile...

02/ott/2007

Il finanziere Polacco: Roman Zaleski


"Romain Zaleski, sessantottenne ingegnere minerario di origine franco-polacca, salito di recente alla ribalta delle cronache economico-finanziarie italiane, ma per lungo tempo avvolto da una cortina di misterioso riserbo, nonostante sia un personaggio prestigioso, dal curriculum chilometrico, e sia pure il 15° uomo più ricco di Francia, eil 56° al mondo con un patrimonio personale stimato intorno ai 2 miliardi di euro.

Romain Zaleski, classe 1933, di professione finanziere. Anzi, raider, autore di clamorose e ricchissime speculazioni in Borsa. Prima Falck, poi Compart-Montedison, infine Edison ora Intesa San paolo (5%) . Un filotto di successi che gli ha fruttato più di un miliardo di euro pronti da spendere.
In effetti Zaleski, un ingegnere minerario di origini polacche, francese per nascita e italiano di adozione, recita da sempre il ruolo dello scalatore di successo. Un duro dall'aria dimessa che in tempi di furbetti ha avuto l'accortezza di girare al largo dal quartierino. Non traffica in immobili e come banchiere di riferimento, per dire, si è scelto l'inossidabile Giovanni Bazoli di Banca Intesa, al posto della meteora Gianpiero Fiorani. Il finanziere franco-polacco da 20 anni ha messo radici tra Milano e Breno, in Valcamonica. Anche lui, però, come molti altri raider ama la navigazione offshore. Le sue holding sono piazzate in Paesi dal fisco leggero, come il Lussemburgo e l'Olanda. E, a ben guardare, nonostante la fama dello scalatore solitario, anche il gruppo di Zaleski è un affare di famiglia. Meglio, di famiglie.
In cima a tutto c'è la Zygmunt Zaleski stichting, una fondazione con base ad Amsterdam in cui probabilmente confluiscono gli interessi di altri rami della dinastia. In Lussemburgo troviamo una seconda holding, la Argepa. Anche qui il raider non è solo. Pacchetti importanti, complessivamente circa il 40 per cento del capitale, risultano intestati ai due figli Konstantin (Kosty per gli amici) e Wladimir, soprannominato Wlady. Oltre il 20 per cento della finanziaria lussemburghese fa invece capo alla famiglia Tassara, per la precisione a Giuseppe Tassara e a sua moglie Carla Dufour. Sono loro gli eredi di una dinastia di pionieri dell'acciaio partiti da Genova quasi due secoli fa per approdare in Valcamonica. Zaleski comparve all'orizzonte nel 1984 come manager del gruppo. Riuscì a rilanciarlo, salvo poi prenderne il controllo e usarlo come piattaforma per le sue fortunate incursioni in Borsa. Sempre con l'appoggio sostanziale, sotto forma di generosi prestiti, di Banca Intesa.
Argepa invece, nata nel 2000, è diventata la cassaforte societaria che custodisce i pacchetti azionari di controllo delle due aziende italiane: la Carlo Tassara spa e la Società Camuna di partecipazioni. Quest'ultima, è il caso di dirlo, naviga letteralmente nell'oro. Grazie all'Opa lanciata dai francesi di Edf, la scommessa su Edison ha fruttato profitti netti per oltre un miliardo di euro, accantonati come riserve nelle casse della Società Camuna di partecipazioni, che fino a pochi mesi fa si chiamava Carlo Tassara finanziaria.
Ancora non basta. La galassia Zaleski comprende altre due casseforti, questa volta olandesi. Si chiamano Tanagra e Ajanta. Roba di famiglia, perché entrambe sono controllate dalla fondazione Zygmunt Zaleski. Partendo da Amsterdam si arriva fino a Hong Kong. La holding Tanagra, infatti, controlla la finanziaria Blowin, con base nella metropoli cinese. E alla Blowin fa capo una partecipazione del 10 per cento circa nella Everbest century holdings, con sede legale alle Bermuda ma quotata alla Borsa della ex città-Stato britannica in Estremo Oriente. Secondo quanto risulta dai più recenti documenti ufficiali, un altro pacchetto azionario di poco inferiore al 10 per cento farebbe capo direttamente alla famiglia Zaleski. Di che cosa si stratta? La Everbest è una finanziaria che investe nei settori più disparati. Si va dal commercio di abbigliamento fino alle centrali di carbone in Cina. Non è un colosso: gli ultimi dati disponibili riferiscono di attività per poche decine di milioni di euro. Poca cosa, insomma, rispetto alle scalate miliardarie lanciate in Italia da Zaleski, che però, a quanto pare, non ha voluto rinunciare a una puntata nel Far East. Se lo può permettere. Le sue società sparse tra l'Italia, l'Olanda e il Lussemburgo funzionano come un sistema di vasi comunicanti in cui viaggiano centinaia di milioni di euro, tra prestiti e vendite incrociate.

Non solo acciaio e finanza. Gli Zaleski hanno impiegato una parte delle fortune di famiglia anche per sostenere iniziative culturali. La fondazione Zygmunt Zaleski, a cui fanno capo, tra l'altro, anche le holding del gruppo, si trova in prima fila tra i finanziatori della Biblioteca polacca a Parigi, una scelta legata alle origini della dinastia. Sempre nella capitale francese anche la Ecole Normale de Musique riceve un sostanzioso assegno dagli Zaleski, sotto forma di Borsa di studio per studenti meritevoli. E la musica dev'essere una passione di famiglia, se è vero che Helene de Pritwitz, la moglie del finanziere, siede nel consiglio della Fondazione Milano per la Scala. Di recente invece Zaleski ha stretto un accordo con la Fondazione San Paolo di Brescia, tradizionale punto d'incontro della borghesia cattolica della città. Una scelta non proprio casuale se si considerano i legami di Zaleski con il territorio bresciano. Le sue aziende hanno sede nella vicina Valcamonica e la città lombarda è il regno del suo amico Giovanni Bazoli, il presidente di Banca Intesa alfiere della finanza bianca. Le Fondazioni San Paolo e Zygmunt Zaleski hanno raggiunto un'intesa per finanziare insieme "enti, associazioni e scuole di matrice cattolica".


(source)

Europa e l'Italia


Riporto questa notizia che lascerà un pò d'amaro in bocca..

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E’ in corso a Lisbona la riunione informale dei ministri europei della Giustizia e dell’Interno. Per decisione della presidenza portoghese, al pranzo di lavoro le lingue tradotte saranno solo inglese, francese, tedesco, portoghese e sloveno. A quanto ci risulta, il ministro Mastella, che non padroneggia adeguatamente nessuna di queste lingue, si è giustamente lamentato per la mancanza dell’italiano senza tuttavia creare un caso diplomatico.
La questione è: meglio far parte di un Paese, come la Germania, talmente forte in Europa che nessuno si permette di escluderne la lingua nelle riunioni di qualsiasi livello; oppure meglio far parte di un Paese i cui ministri siano in grado di capire e di esprimersi correttamente almeno in inglese o in francese?
In attesa di sapere come la pensate, personalmente credo che dovremmo ambire ad entrambi i risultati. Ed e’ triste constatare che spesso non arriviamo a ottenere né l’uno né l’altro.
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(source)
Io credo che il vero problema sia che lo sloveno è preferito all'italiano e non solo:
perchè e come si decide quale lingue usare?
Se si volesse fare una discriminazione allora usiamo l'inglese, e poi chi non lo conosce si attacca! Mentre lo sloveno ...

01/ott/2007

Donne e lavoro...


Quando pensiamo di aver superato dei pregiudizi e delle ingiustizie, è il momento di tornare sui nostri passi e vedere come stanno le cose veramente!
Ecco quindi che riporto una notizia per lo meno allarmante:
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Nella Germania del cancelliere Angela Merkel una donna guadagna il 22% in meno del suo compagno di lavoro maschio; ma anche in Gran Bretagna, tra i sudditi di sua maestà Elisabetta, il gap raggiunge il 20%.

L'allarme sulle disuguaglianze salariali arriva dalla Commissione europea che, pur non avendo specifiche competenze in materia, torna a raccomandare agli Stati membri un'inversione di tendenza in un trend che, nel corso degli anni, non sembra aver subito modifiche.

Una comunicazione, che sarà approvata domani dall'eurogoverno, evidenzia infatti come, secondo l'ultimo rapporto di Eurostat, nell'Ue le donne continuino a guadagnare in media il 15% in meno rispetto agli uomini (17% dieci anni prima).

Non si tratta solo del problema di raggiungere una stessa remunerazione per uno stesso lavoro: i fattori all'origine delle differenze, osserva l'esecutivo Ue, comprendono anche una minore valorizzazione delle professionalità, discriminazioni sul mercato del lavoro e difficoltà di conciliare vita professionale e vita privata, che per le donne si traduce in un massiccio ricorso al part-time.

Nessun segnale di miglioramento neppure per il numero di donne manager: nel 2006 lo era il 32% contro il 68% di maschi, nel 2000 la percentuale si fermava al 31%.

(...da qui)

La retorica dei doppi tempi di lavoro delle donne e della difficile conciliazione tra carico di lavoro in casa e fuori casa ha per lungo tempo alimentato i discorsi sulla questione femminile. Si è diffusa infatti la convinzione senza prove che mediamente le giornate delle donne fossere più piene di attività domestica ed extradomestica di quanto non fossero quelle spese soltanto sul mercato del lavoro dagli uonimi.

Una smentita a queste apprezzabili opinioni senza fatti arriva da una ricerca realizzata da Michael C. Burda dell'Università di Berlino, Daniel S. Hamermesh dell'Universiy of Texas e Philippe Weil dell'Université libre de Bruxelles. I tre, economisti del lavoro, ne hanno pubblicato i risultati con il titolo "Total Work, gender and social norms" negli IZA Discussion Paper, n° 2705, e nei NBER Working Paper, n° W13000, del mese di marzo.

I ricercatori hanno analizzato i risultati dei sondaggi, fatti con i diari degli orari di lavoro, sul tempo allocato da donne e uomini di 25 paesi, registrato in minuti per giornata media, per tre anni consecutivi, dal 2001 al 2003.

Hanno diviso le giornate in quattro parti differenti: il tempo impiegato sul mercato del lavoro, dedicato alle faccende domestiche, occupato dal dormire e mangiare, trascorso negli svaghi.

Non hanno trovato differenze tra la quantità di tempo lavorativo delle donne e degli uomini negli USA e in Europa. Mediamente, gli uomini impiegano 5,2 ore al giorno per il lavoro extradomestico e 2,7 ore per le attività dedicate alla famiglia. Le donne lavorano fuori casa per 3,4 ore al giorno e in casa per 4,5 ore. Il tempo di lavoro dei due sessi è identico: 7,9 ore al giorno.

Ci sono forti differenze tra i paesi. In Svezia, Norvegia e nei Paesi Bassi gli uomini lavorano più delle donne, con una differenza di una decina di minuti in più, dovuta agli impegni professionali. In Belgio, Danimarca, Finlandia e Regno Unito lavorano di più le donne, ma le differenze sono ancora minori.

In Italia e in Francia le quantità di lavoro delle donne superano quelle degli uomini. Le Italiane lavorano mediamente 8 ore al giorno contro le 6,5 degli uomini. Le Francesi lavorano 7,2 ore e i Francesi 6,6 ore.


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Non è tutto oro quel che luccica..


In tempi di economie agitate e di certo non statiche, quando anche il mattone ha cominciato a dar segni di stanchezza (per usare un eufemismo), non ci aspettavamo che anche l'oro ci desse questo dispiacere!
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«L'intera riserva valutata in 320 tonnellate ha un valore di 6 miliardi di euro Lingotti d'oro crepati alla Banca d'Inghilterra Il fenomeno dovuto forse a una contaminazione del metallo. L'istituto londinese: «E' solo l'azione ossidante del tempo»

LONDRA — Allarme alla Banca d’Inghilterra. Alcuni dei lingotti d’oro custoditi nella sua sacrestia sotterranea presentano fessure e crepe. Secondo esperti consultati dalla rivista Metal Bulletin, bibbia del mercato dei metalli, il fenomeno potrebbe essere dovuto a una contaminazione dell’oro usato per le barre, i lingotti e le monete che rappresentano la riserva del Tesoro di Sua Maestà. Dopo che per anni le voci erano circolate senza alcuna possibilità di controllo nella City, finalmente in base al Freedom of Information Act è arrivata una risposta dalla Bank of England. «Non si tratta di carenza di purezza, ma di apparenza fisica e non è un grosso problema» ha detto un funzionario della Old Lady di Threadneedle Street (questo è il soprannome popolare della venerata istituzione fondata oltre tre secoli fa).

La banca centrale di Londra insiste che il suo oro è puro al 99,9 per cento e il deterioramento osservato è dovuto solo all’azione ossidante del tempo: parte della riserva, valutata oggi in 320 tonnellate per un valore di mercato di circa 6 miliardi di euro, fu importata dagli Stati Uniti tra il 1930 e il 1940. Un portavoce ha rassicurato che l’oro deteriorato potrebbe essere comunque affidato a un impianto di raffinazione per essere fuso e trasformato in nuovi lingotti. Non sono stati forniti dati sulla quantità delle riserve che ha presentato il «piccolo problema di invecchiamento». Ma coloro che nutrono sospetti insistono che le fessure potrebbero essere il sintomo di contaminazione all’origine con altri metalli di base e avvertono che nella stessa situazione si potrebbero trovare i tesori conservati da altri banche centrali europee.
...


Quindi oltre a non esserci più la parità aurea, persino l'oro che conservano le banche non è vero ....
Ma allora gli istituti di credito a cosa servono?